Scioperano i giornalisti. Nessuno se n’è accorto e nessuno ha riportato la notizia.
Esco quando voglio #105
Quando si fermano i servizi essenziali, il Paese si blocca.
Quando si ferma il giornalismo, quasi nessuno se ne accorge.
C’è stato uno sciopero dei giornalisti e, al di là delle ragioni che possono essere condivisibili e in parte lo sono, la cosa che colpisce davvero è un’altra: il fatto che sia passato quasi inosservato. Non come provocazione, non come battuta facile, ma come semplice constatazione. Quando si fermano i trasporti, una città cambia ritmo nel giro di poche ore. Quando si fermano medici, tribunali o altri servizi che incidono direttamente sulla vita quotidiana, il disagio è immediato, visibile, materiale. Quando invece si ferma il giornalismo, il flusso delle notizie continua, le persone continuano a leggere qualcosa sui loro telefoni, i social continuano a riversare contenuti, le piattaforme continuano a distribuire aggiornamenti in tempo reale, e l’impressione generale è che il meccanismo non si sia fermato affatto.
Questo naturalmente non significa che l’informazione non serva più. Anzi, probabilmente non ne abbiamo mai avuto così tanto bisogno come oggi, in un tempo in cui tutto corre, tutto si sovrappone e tutto viene raccontato nello stesso istante in cui accade. Significa però che il giornalismo deve forse prendere atto di una verità che non ama sentirsi dire: l’informazione continua ad essere essenziale, ma non è più percepita come essenziale la forma tradizionale attraverso cui per anni ha pensato di incarnarla quasi in esclusiva.
Le ragioni dello sciopero, sia chiaro, esistono e non vanno derubricate. Un contratto fermo da oltre dieci anni, condizioni economiche sempre più fragili, precarietà diffusa, compensi talvolta indecorosi (accompagnata da produttività bassissima di alcuni giornalisti fermi agli anni ‘80 e ‘90 - che poi sono quelli che si lamentano per primi), redazioni svuotate e un mestiere che si è impoverito anche materialmente. Tutto questo è reale. Ed è anche giusto protestare, se si ritiene che la misura sia colma. Ma proprio perché il problema è serio, forse merita una riflessione meno rituale e più onesta. Perché uno sciopero che non produce vuoto racconta qualcosa che va oltre la vertenza. Racconta che quel mondo, almeno nella forma in cui continua a rappresentare sé stesso, non occupa più il posto che pensa ancora di occupare.
È una constatazione dura, ma utile. Per anni una parte del giornalismo italiano ha continuato a ragionare come se bastasse difendere il proprio recinto per difendere la funzione pubblica dell’informazione. Ma le due cose non coincidono più da tempo. L’idea che il giornalista, in quanto tale, detenga ancora una posizione quasi naturale di mediazione tra i fatti e il pubblico si è indebolita, non solo per colpa della tecnologia o delle piattaforme, ma anche per responsabilità interne a una categoria che troppo spesso ha confuso il proprio ruolo con il proprio status, la propria funzione con le proprie tutele, la propria autorevolezza con la semplice sopravvivenza di un sistema.
Nel frattempo, a Perugia, si celebra (tra 3 settimane va in scena il Festival internazionale del Giornalismo) come ogni anno il giornalismo che piace, quello dei grandi nomi, delle conversazioni alte, dei panel internazionali, delle discussioni sull’etica, sull’innovazione, sull’intelligenza artificiale e sulla libertà di stampa. Un mondo importante, talvolta persino brillante, che continua a produrre linguaggio, visione e auto-rappresentazione. Il programma del Festival internazionale del giornalismo 2026 lo conferma in modo molto chiaro, con una concentrazione impressionante di speaker, organizzazioni, testate e figure di riferimento del settore. Però anche qui il punto non è negare il valore di quel contesto, ma osservarne il limite: troppo spesso quel mondo sembra parlare soprattutto a sé stesso, mentre fuori la percezione del giornalismo cambia, si sfilaccia, si redistribuisce altrove e, in parte, si emancipa persino dai suoi luoghi tradizionali di legittimazione.
Forse allora il punto non è indignarsi perché nessuno si accorge dello sciopero. Forse bisognerebbe partire proprio da lì. Perché se il silenzio della categoria non produce silenzio nel Paese, allora il problema non è la cattiveria del pubblico né l’ignoranza dei lettori. Il problema è che quella forma di giornalismo, quella che ancora si immagina come insostituibile per definizione, non viene più vissuta come tale. E se ne dovrebbe prendere atto senza vittimismo e senza nostalgia.
Il paradosso è che avremmo disperatamente bisogno di un giornalismo forte, serio, capace di aiutare a capire, distinguere, giudicare. Avremmo bisogno di persone in grado di fare ordine nel rumore, di dare gerarchia ai fatti, di sottrarre l’informazione alla sua dimensione più isterica e reattiva. Ma proprio per questo bisogna forse ammettere che quel compito non coincide più automaticamente con il vecchio sistema delle appartenenze, dei riti di categoria e delle forme contrattuali che per anni hanno definito il perimetro della professione. Quel mondo, di cui avremmo ancora tanto bisogno, forse non appartiene più a chi continua a rivendicarlo negli stessi termini di prima. O forse non appartiene più a quella forma.
Ed è questo, più dello sciopero, il punto che fa male davvero. Non il fatto che i giornalisti protestino, ma il fatto che la loro assenza non basti più a far sentire un’assenza.




Il Festival del Giornalismo di Perugia è esattamente ciò che hai descritto. Una sorta di Meeting di CL declinato sull’informazione fighetta, sui nomi che piacciono alla gente che piace, sul “ci si deve andare” per farsi riconoscere dal proprio contesto come una Confindustria qualsiasi. Di giornalismo vero non si parla, di supporto a progetti autofinanziati che producono contenuti veri non si parla perché sono proprio quelli che potrebbero scalfire le belle confezioni delle testate che piacciono ai ggiovani.
Anche quest’anno, declino. Per amore del giornalismo e del culo che mi sono fatto con le mie sole forze.