Non è un elogio della vita nei borghi. È il racconto di cosa succede quando, per qualche ora, un piccolo paese ritrova un luogo dove stare insieme e, pochi giorni dopo, si risveglia finalmente sotto la pioggia e senza corrente.
Prima che Christian Raimo mi venga a notificare un verbale per racconto abusivo della vita da borgo, faccio una premessa.
Non sono particolarmente portato a romanticizzare la vita nei piccoli paesi. Anzi. Se dovessi scegliere una colonna sonora per le aree interne, probabilmente metterei meno campane al tramonto e più bestemmie pronunciate in dialetto quando manca un servizio, salta la corrente, non arriva qualcuno che dovrebbe arrivare, devi fare cinquanta chilometri per risolvere una cosa che in città richiederebbe venti minuti oppure ti ritrovi, insieme agli altri pochi sventurati rimasti nei paraggi, a spalare, spostare, aggiustare o organizzare cose che tecnicamente non spetterebbero a nessuno di voi.
Quindi possiamo risparmiarci il borgo autentico, il tempo lento, il profumo del pane, la saggezza degli anziani e tutta la confezione regalo. Nei paesi ci sono la polvere, le case vuote, i servizi che spariscono, le persone che invecchiano, le piccole beghe che sopravvivono spesso perfino alla memoria esatta del motivo per cui erano iniziate e una quantità sorprendente di problemi pratici per ogni cento abitanti.
E una cosa, in fondo, alla critica alla retorica dei borghi va concessa: trasformare l’abbandono in una bella fotografia sarebbe non soltanto sciocco, ma anche abbastanza offensivo per chi nell’abbandono ci vive davvero.
Detto questo, stamattina è difficile non concedersi qualche minuto di Leopardi.
Perché in meno di una settimana questo minuscolo paese della Maremma sembra essere riuscito a mettere in scena prima Il sabato del villaggio e poi La quiete dopo la tempesta. Non deliberatamente, naturalmente. Se lo avessimo proposto come progetto culturale, probabilmente non sarebbe venuto nessuno.
Tutto è cominciato da una terrazza.
Stiamo finendo una casa che tra poco consegneremo ai suoi futuri proprietari che verranno a vivere qui e, prima di farlo, ci sembrava bello inaugurare la terrazza che guarda sulla Maremma e restituirla per una sera al paese. Niente evento, niente sagra con la scusa di raccogliere fondi (per chi?), niente palco, niente programma stampato, niente patrocinio e soprattutto nessun progetto chiamato qualcosa come “Territori resilienti: nuove pratiche di socialità nelle aree interne”.
Una festicciola.
Qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, qualche persona del paese, la terrazza finalmente utilizzabile e quella vista che, bisogna riconoscerlo, fa gran parte del lavoro senza nemmeno mandare fattura.
Solo che qui vivono più o meno cento persone. Quando ne arrivano una quindicina, dal punto di vista statistico non hai organizzato una festicciola: hai quasi ottenuto un mandato popolare. Non entro nemmeno nella descrizione dei partecipanti, perché sarebbe stato un manuale sul perfetto mix di ‘diversity’ per genere, razza, età e ‘status’ economico.
La parte più curiosa non è stata nemmeno la sera. È stata l’attesa.
Nei giorni precedenti abbiamo cominciato a vedere quella strana agitazione minima che nei luoghi piccolissimi diventa immediatamente visibile. Chi chiedeva cosa poteva portare. Chi proponeva qualcosa da mangiare. Chi si agitava per aver avuto l’incarico di riscaldare un piatto e per due volte al giorno mi ha fermato per avere aggiornamenti logistici. Chi una bottiglia. Chi voleva capire esattamente quando. Chi si chiedeva pure come vestirsi! Chi sembrava non interessarsene particolarmente ma, con notevole precisione, era perfettamente informato. Qualcuno passava. Qualcuno si affacciava. Qualcuno domandava.
Tutti, tra l’altro, tutti divertiti dal fatto che, osando oltremodo, l’unica persona non invitata era la capa della sagra - una signora del paese, ma che ci vive solo d’estate quando c’è da organizzare eventi e sentirsi padrona. Una sorta di bulletta di cui tutti hanno un po’ paura e della quale subiscono piccoli soprusi. Abita sopra di noi e ha provato a farci piccoli atti di terrorismo da paesino dal primo giorno. Noi ce ne siamo fregati e l’abbiamo puntualmente ignorata. Il fatto di non essere al centro di qualcosa e di non essere riuscita a sabotarci penso l’abbia spedita direttamente dallo psichiatra. Da una settimana non si vede più.
E fosse stato qui Leopardi avrebbe probabilmente cominciato a prendere appunti.
Perché il punto del Sabato del villaggio non è la festa. È l’attesa della festa. Il sabato è bello proprio perché la domenica deve ancora arrivare e quindi può essere ancora tutto quello che immaginiamo. Per qualche giorno anche qui è successo qualcosa di simile: il piccolo evento esisteva già prima di accadere perché aveva dato alle persone una cosa minuscola ma evidentemente non così frequente da aspettare. E di positivo.
Non vorrei esagerare neanche questo. Quindici persone che portano salame, vino o una torta non costituiscono automaticamente una comunità resiliente. Nessuno ha sconfitto lo spopolamento con una bottiglia di vino. Il PIL locale non dovrebbe risentirne in modo significativo.
Ma una cosa è successa.
Per qualche ora uno spazio che era privato è diventato un luogo nel quale incontrarsi. E in un paese dove gli spazi di ritrovo sono pochissimi, forse quasi inesistenti, non è così irrilevante.
È successa anche un’altra cosa, forse ancora più interessante. Sono sembrate temporaneamente evaporare alcune di quelle linee di faglia locali che nei paesi possono raggiungere una precisione cartografica impressionante. Questo non parla con quello. Quell’altro ha avuto una questione con quella famiglia. Uno non saluta più l’altro per una ragione che forse risale a vent’anni fa.
Solo una persona è rimasta dietro le persiane a spiarci (la bulla di cui sopra), mentre parlava indispettita al telefono con qualcuno, circa questo affronto. Sinceramente tutti se ne sono accorti e hanno vissuto i loro 5 minuti di godimento autentico.
E spesso il problema è che chi potrebbe organizzare qualcosa è inevitabilmente già collocato dentro questa geografia: amico di qualcuno, nemico di qualcun altro, parente di un terzo, debitore morale di un quarto.
Noi abbiamo avuto un vantaggio considerevole.
Non conoscevamo abbastanza bene la geopolitica locale o, almeno, ce ne siamo sbattuti.
Così abbiamo invitato persone che magari qualcun altro avrebbe accuratamente evitato di mettere insieme. E loro, con notevole mancanza di rispetto per anni di diplomazia paesana, sono venute lo stesso.
Hanno portato cose. Hanno mangiato. Hanno bevuto. Hanno parlato. Si sono sedute su una terrazza affacciata sulla Maremma che, almeno per una sera, è stata una specie di piazza sopraelevata.
Poi tutti a casa.
Nessun miracolo antropologico. Il mattino successivo immagino che alcune vecchie antipatie fossero ancora perfettamente operative. Ed è proprio questo che rende la cosa interessante: non bisogna attribuire alla serata proprietà taumaturgiche per riconoscere che, per qualche ora, aveva semplicemente funzionato.
E per tutto il giorno successivo la domanda è stata una sola: «Quando lo rifacciamo?». Rivolta, per la verità, molto più spesso a mia moglie - ormai evidentemente riconosciuta come la vera autorità - che a me. Il che, oltre a mettere definitivamente in chiaro le gerarchie familiari, diceva forse qualcosa anche sulla serata precedente: non era stata soltanto carina, aveva lasciato la voglia di un’altra occasione.
Poi arrivava la seconda domanda: «Ma quindi adesso voi vivete qui?». Dopo quasi tre mesi, in effetti, siamo diventati una specie di esternalità - spero positiva - del paese. Io ho portato IT skills per le vecchiette e i loro pc e quanto pare sono stato eletto dogwalker dell’anno. E quando spieghiamo che il lavoro per cui siamo arrivati potrebbe essere ormai quasi finito, vediamo immediatamente le facce abbassarsi. Allora ci affrettiamo a spiegare che no, non è detto che sia finita qui. Che torneremo. Ci sono altri progetti qui vicino... e che, ormai, volenti o nolenti, un po’ di radici le abbiamo messe anche noi. “Don’t just visit, belong!”, diciamo da anni agli altri: sarebbe piuttosto imbarazzante scoprire di non essere capaci di applicarlo a noi stessi.
La verità è che torneremo, ma siamo anche attesi altrove. E questa cosa, lo ammetto, mi dà persino un piccolo moto d’orgoglio, nonostante nel frattempo abbia maturato un odio profondo per alcune caratteristiche molto specificamente maremmane. Comincio a sentirmi un po’ Nanny McPhee. Ho persino la macchinina inglese per calarmi meglio nel ruolo:
«Quando avete bisogno di me ma non mi volete, devo restare; quando mi volete ma non avete più bisogno di me, devo andare via».
Sperando, naturalmente, che la seconda parte arrivi sempre. Perché quello dovrebbe essere il punto: lasciare qualcosa che continui anche quando tu riparti.
Poi, qualche giorno dopo, è arrivato il temporale.
Quello serio tipo fine del mondo.
Dopo mesi nei quali sembrava che persino la terra avesse smesso di aspettare l’acqua, finalmente ha piovuto davvero. Tuoni, vento, acqua e quella sensazione quasi fisica dell’aria che cambia dopo settimane passate a domandarsi se fosse possibile sudare anche restando perfettamente immobili.
Naturalmente è saltata la corrente. Per ore e ore.
Perché, appunto, avevo fatto la premessa. Qui Leopardi va bene, ma la rete elettrica continua ad avere diritto di replica.
E stamattina il paese si è svegliato dentro un silenzio quasi surreale.
Chi vive in campagna sa che il silenzio di campagna, in realtà, non esiste. È un’invenzione dei cittadini. La campagna normalmente fa un casino considerevole. Ci sono uccelli, trattori, decespugliatori, cani, motori, insetti e soprattutto, qui, una presenza sonora continua di api e vespe. Quelle vere e quelle Piaggio. Minuscole variazioni dello stesso principio acustico.
Stamattina, invece, niente.
Per qualche minuto sembravano spariti persino gli insetti (considerato che ho appena speso una fortuna negli infissi nuovi con le zanzariere, il fatto mi indispettisce). Quelli biologici e quelli meccanici. Le strade vuote, le finestre quasi tutte chiuse, nessuno in giro. La terra bagnata e un silenzio così insolito da sembrare quasi artificiale.
Poi lentamente è cominciata La quiete dopo la tempesta.
Una finestra. Una signora che si affaccia. Un’altra porta che si apre. Qualcuno che compare per strada. Due persone che finalmente si incontrano.
E poi la frase che inevitabilmente doveva arrivare:
«Oh, finalmente».
Finalmente ha piovuto. Finalmente si respira. Finalmente un po’ di fresco.
Leopardi sosteneva che quello fosse precisamente il trucco. Il piacere che arriva quando finisce qualcosa di spiacevole, il suo “piacer figlio d’affanno”. Non siamo felici perché è accaduto qualcosa di straordinariamente bello: siamo felici perché ha smesso di accadere qualcosa che non sopportavamo più.
Dopo mesi di caldo, stamattina questo concetto filosofico era spiegato con grande efficacia da alcune signore affacciate alle finestre.
Ed eccoci quindi qui, nel giro di meno di una settimana: prima l’attesa di una piccola festa, poi la festa, poi il temporale e infine questa strana mattina fresca e silenziosa nella quale il paese sembra riemergere un abitante alla volta.
Non credo che tutto questo dimostri che la vita nei piccoli paesi sia migliore. Non lo è necessariamente.
Non dimostra nemmeno che qui esistano quelle comunità organiche, solidali e naturalmente felici che tanta letteratura sui borghi ama immaginare. Le comunità reali sono molto meno fotogeniche: litigano, si dividono, sparlano, si aiutano, si ignorano, improvvisamente collaborano e poi magari ricominciano a litigare. Esattamente come tutte le altre comunità umane.
Semmai questi giorni suggeriscono qualcosa di molto meno romantico e forse più utile: anche la socialità è un’infrastruttura.
Un paese può avere cento abitanti e non avere quasi più un luogo nel quale quei cento abitanti possano semplicemente incontrarsi. Può avere case, strade e una vista spettacolare ed essere poverissimo di occasioni. E allora una terrazza aperta per una sera non salva un paese, naturalmente, ma mostra quanto poco possa bastare per cambiare temporaneamente il modo in cui viene vissuto.
Questo mi interessa molto più della discussione se i borghi siano meravigliosi oppure terribili.
La contrapposizione fra il paese da cartolina e il paese dell’abbandono rischia di produrre due fotografie opposte e ugualmente immobili. I paesi veri sono più fastidiosi perché contengono contemporaneamente entrambe le possibilità e molte altre ancora.
Qui possono saltare luce e servizi con una facilità esasperante. E senza elettricità, non va la wi-fi, il telefono già non prende e a me parte il tic nervoso alla palpebra.
Puoi ritrovarti a fare personalmente cose che altrove farebbe qualcuno pagato per farle. Puoi domandarti seriamente perché diavolo ti trovi lì.
E poi una sera quindici persone su cento decidono volontariamente di portare qualcosa da mangiare su una terrazza e, senza che nessuno abbia progettato di “fare comunità”, per qualche ora la fanno.
Stamattina, intanto, il silenzio continua. Le signore hanno cominciato lentamente a comparire per strada. Le api stanno probabilmente valutando la situazione. Le Vespe, conoscendole, torneranno presto.
E io continuo a non voler romanticizzare la vita nel borgo, ma almeno so che la zanzariera tornerà utile.
Però oggi concedetemi Leopardi.
E il meteo prevede pioggia e temporali per altri 3 giorni!
PS: durante la serata abbiamo organizzato un torneo a freccette (darts, per dare quel tocco da ‘pub inglese’). Il sottoscritto ha trionfato contro gli indigeni.



