
Quest’estate ci ha regalato - come se ne avessimo bisogno - anche una polemica sui piccoli paesi, novantanovemila battute, Gramsci, la destra, la sinistra e tutto quello che riusciamo a metterci dentro pur di evitare la cosa più semplice: andare in questi luoghi, restarci abbastanza a lungo, guardare che cosa succede e magari provare anche a fare qualcosa.
Confesso che questa polemica sui paesi ero riuscito magnificamente a evitarmela. Non per snobismo, ma perché dal mio osservatorio - che è quello piuttosto bizzarro di uno che vive per tot mesi alla volta in piccoli comuni italiani, in case da mettere apposto non in lussuosi Airbnb, ne attraversa continuamente altri per lavoro e ogni tanto torna nelle città cosmopolite da cui teoricamente dovrebbe guardare il mondo - mi era sembrata fin dall’inizio una di quelle discussioni che interessano moltissimo soprattutto chi, nei paesi, non vive.
Non ci vive. Ci va. Ed è diverso. Ci va per una passeggiata, per una sagra, per una seconda casa, per ritrovare l’Italia autentica, per trovarla insopportabile, per scriverne la morte o la resurrezione e poi, in genere, torna a casa. Tutto legittimo, intendiamoci. Il turismo esistenziale non è ancora vietato dalla Costituzione. Il problema comincia quando dalla gita fuori porta si passa senza soluzione di continuità all’antropologia, dalla sensazione alla categoria e, inevitabilmente, dalla categoria alla politica.
Poi ho commesso l’errore di leggere questo articolo di Christian Raimo (pubblicato su Appunti di Stefano Feltri). La colpa è dell’amico Federico Esu - cui manderò la fattura dello psichiatra. Me lo sono letto tutto (e mi sono anche fatto un’overdose di immagini generate con l’intelligenza artificiale con spirito melanconico). Tutto, ma un pezzo per volta, perché a un certo punto anche il senso del dovere ha dei limiti biologici.
Raimo, bisogna riconoscerglielo, prende per sfinimento: novantanovemila battute per spiegare che dietro lo spopolamento ci sono la chiusura delle scuole, la rarefazione dei servizi, il lavoro che scompare, le politiche industriali, il carico di cura scaricato sulle donne, la debolezza del welfare, decisioni prese altrove e rapporti di potere che non si materializzano per magia sui monti dell’Irpinia. Tutte cose sulle quali, peraltro, è difficile non essere almeno in parte d’accordo. Il guaio è che per arrivarci bisogna attraversare una tale quantità di costruzione ideologica, genealogie politiche e interpretazioni della paesologia che alla fine il paese vero rischia di sparire di nuovo, soltanto sepolto questa volta sotto una montagna di Gramsci invece che sotto una colata di storytelling turistico.
La frase che mi ha fatto decidere che, mio malgrado, avrei detto qualcosa è quella con cui Raimo lega il nuovo Piano sulle aree interne al governo Meloni e scrive che «per la prima volta lo Stato italiano mette per iscritto che l’abbandono di una parte del paese non è un problema da risolvere ma un destino a cui assistere», facendo poi della paesologia di Franco Arminio un involontario strumento di un discorso «reazionario e autoconsolatorio della destra al governo». E lì uno pensa: davvero? Tutto qui? Dopo decenni di spopolamento, politiche nazionali e regionali, comuni amministrati da destra, sinistra, centro, liste civiche, trasformismi vari e assortiti, la chiave interpretativa che ci mancava era nuovamente quella della casacca? Mi è sembrato di essere tornato a Don Camillo e Peppone, soltanto con molte più note a piè di pagina.
Dico questo anche con una certa autoironia, perché la mia formazione politica non è esattamente avvenuta nei circoli liberali. Sono cresciuto, anche forzatamente, dentro una cultura di sinistra ricevuta con un’intensità tale che alcuni vecchi circoli della FGCI, al confronto, avrebbero potuto sembrare dei centri termali. Eppure oggi mi viene una specie di herpes intellettuale quando, prima ancora di capire se una cosa funzioni, qualcuno sente il bisogno di stabilire se sia di destra o di sinistra.
Un po’ come discutere se la doccia sia destra o di sinistra. A me basta che ti lavi, poi fai come vuoi, ecco…
Non perché destra e sinistra non esistano, né perché le responsabilità politiche siano irrilevanti. Esistono eccome. Ma proprio per questo bisognerebbe trovarle dopo avere guardato i fatti, non usarle come carta geografica prima ancora di partire. Nei piccoli comuni nei quali ho visto le cose funzionare meglio, una delle esperienze più interessanti è precisamente la velocità con cui le casacche scoloriscono quando si tratta di risolvere un problema reale. Rimane il sindaco che risponde e quello che non risponde, l’imprenditore che mette dei soldi e quello che aspetta che li metta qualcun altro o un bando regionale, l’associazione che apre una porta, il tecnico che trova una soluzione, il cittadino che si prende una responsabilità e quello che spiega con grande competenza perché non si può fare niente e poi alle 5 deve andare a casa. Alla passione per il proprio territorio, per fortuna, non corrisponde quasi mai in maniera ordinata una tessera di partito.
È anche per questo che trovo molto più interessante, pur non condividendone necessariamente ogni passaggio, la risposta di Giuseppe Frangi pubblicata da VITA e soprattutto il lavoro che VITA fa da tempo fuori dalla propria redazione centrale. Franco Arminio, nella risposta riportata, dice una cosa che dovrebbe essere piuttosto ovvia - e faccio intimamente mia: «I paesi sono organismi complicatissimi, richiedono osservazioni prolungate e da vicino, fuori dalla portata di un opinionista cittadino». Non significa che un cittadino non abbia diritto a parlarne, né che soltanto chi è nato in un paese possa capirlo. Sarebbe un’altra sciocchezza identitaria. Significa però che qualche giorno di cammino, qualche bar, una barista molestata e alcuni anziani che bevono alle otto del mattino possono essere materiale per un’osservazione, non automaticamente una descrizione dell’Italia ‘interna’. E vale naturalmente anche il contrario: la vecchietta che tira la sfoglia, il giovane che torna ad allevare capre, il campanile nella nebbia, il sindaco visionario, il forno riaperto, il borgo più bello, più autentico, più lento, più sostenibile, più pulito e possibilmente più sexy d’Italia sono altrettante forme di semplificazione. A me stanno sulle palle entrambe. Il paesino da cartolina e quello da referto psichiatrico sono due caricature dello stesso luogo.
Noi abbiamo avuto la fortuna - e qualche volta la sfortuna - di poter fare una cosa molto meno elegante. Con ITS ITALY, negli ultimi anni, abbiamo incontrato più di novanta piccoli comuni italiani; in circa venticinque abbiamo lavorato o stiamo lavorando direttamente, collaborando in forme diverse con amministrazioni, proprietari, imprese, professionisti, associazioni e soprattutto con centinaia di famiglie italiane e straniere che in quei luoghi hanno comprato, affittato, investito, provato a trasferirsi, rinunciato a trasferirsi, trascorso qualche mese o deciso di restare. In diversi di questi posti ci abbiamo anche vissuto, e non per il fine settimana della sagra (altro argomento su cui potrei essere scomunicato a destra e sinistra). Abbastanza a lungo da scoprire una cosa che dovrebbe rendere prudenti tutti: una soluzione brillante in un comune può essere completamente inutile venti chilometri più in là, e molte delle cose che sembrano evidenti quando arrivi diventano molto meno evidenti dopo tre mesi.
Da questo lavoro sul campo, cui abbiamo aggiunto dello studio e analisi, sono nate anche delle ricerche che stiamo per presentare insieme a Nomag Media: il lavoro sui digital nomads e l’Italia, quello sulle case a un euro, quello sui Relocals (expats che diventano locals) e, più in generale, una serie di ricerche sui nuovi flussi di persone, capitale, lavoro e presenza che attraversano territori che continuiamo a chiamare “marginali” con una certa disinvoltura.
La cosa che mi interessa di quei lavori non è che dimostrino quello che pensavamo. È quasi il contrario: in diversi casi ci hanno costretto (quasi) a cambiare idea. Sulle case a un euro, per esempio, siamo partiti conoscendo abbastanza bene il fenomeno per averci lavorato direttamente e siamo arrivati alla conclusione che bisogna separare cose che per anni sono state raccontate come se fossero un unico fenomeno: l’enorme efficacia mediatica, l’attivazione del mercato immobiliare, gli investimenti nelle ristrutturazioni, l’arrivo di presenze temporanee e l’effettivo impatto demografico. Comprare una casa non significa diventare residente; ristrutturarla non significa rigenerare una comunità; avere più Airbnb non significa aver fermato lo spopolamento. Ma neppure significa che non sia successo nulla. Per capirlo bisogna fare la cosa più noiosa del mondo: osservare, studiare e contare. Comprendere quante transazioni ci siano state, quanti soldi siano stati investiti, quanti immobili siano tornati in uso, quante persone siano arrivate, quante siano rimaste, quante trascorrano lì soltanto una parte dell’anno e, soprattutto, provare a capire che cosa sarebbe successo senza quell’intervento. È meno suggestivo di una teoria sull’anima dei luoghi, ma può essere più utile.
Da qui la frase di Alexis Carrel che mi torna spesso in mente:
«Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità».
Mi interessa perché capovolge esattamente il modo in cui molto spesso costruiamo le politiche territoriali: prima decidiamo quale sia il problema, poi quale sia la spiegazione politicamente più soddisfacente e infine andiamo a cercare il paese che la confermi. Io preferirei fare il contrario. Molta osservazione, dati possibilmente decenti, esperienza abbastanza lunga da consentire anche qualche antipatia personale - perché se non ti sei fatto almeno un nemico forse non hai vissuto abbastanza a lungo in un piccolo comune - e soltanto dopo provare a capire che cosa significhi quello che hai visto.
Per questo apprezzo particolarmente la parte del lavoro di VITA che va a cercare esperienze concrete, spesso attraverso collaboratori, giornalisti e persone che i territori li frequentano davvero. Quando Giuseppe Frangi parla di piccoli centri diventati «cantieri» e «laboratori» di ripartenza, la mia reazione non è “meraviglioso, i borghi ci salveranno”. È: perfetto, andiamo a vedere. Quali? Da quanto tempo? Con quanti soldi? Con quali risultati? Quanti progetti esistono ancora cinque anni dopo l’articolo? Quanti sopravvivono alla fine del finanziamento? Quanta popolazione hanno attratto? Quanta attività economica hanno prodotto? Che cosa è fallito? La rigenerazione territoriale ha bisogno disperatamente anche di follow-up, non soltanto di storytelling. E bisogna avere il coraggio di dire che molte bellissime storie smettono di essere bellissime quando torni a verificarle dopo qualche anno… o quando sono finiti i soldi dello Stato che le mantenevano in vita artificialmente.
Un tempo, davanti a certe discussioni, si sarebbe detto semplicemente che erano tutte braccia rubate all’agricoltura. Era una formula brutale ma conteneva una certa saggezza. Io la aggiornerei: andate nei paesi. Restateci abbastanza. Parlate con quello che ha aperto il negozio, ma soprattutto con quello che lo ha chiuso; con il sindaco e con quello che pensa che il sindaco sia un idiota; con chi è tornato e con il ragazzo che vuole andarsene il prima possibile; con quello che ha comprato una casa per trentamila euro e ne ha spesi altri centoventimila; con quello che ha preso la casa a un euro e ancora la maledice; con l’americano che è appena arrivato, con il muratore che non trova personale, con la badante che tiene in piedi una famiglia, con il farmacista che sta pensando di chiudere. Poi aprite Excel - non ChatGPT. E dopo, se sentite ancora il bisogno di produrre altre novantanovemila battute sulla genealogia filosofica della malinconia rurale, fate pure. Potete anche continuare con le pippe intellettuali: i Kleenex ve li mandiamo noi. Ma, per favore, andate a ca**re nelle vostre ZTL. Nei paesi ci sono già abbastanza problemi senza doverci occupare anche della vostra digestione teorica.
Chiudo in bellezza poetica, che forse mi interessa molto più della polemica. Eugenio Montale, in Prima del viaggio, scrive che
«un imprevisto è la sola speranza».
È una frase che mi torna continuamente in mente perché uno degli errori più curiosi delle politiche sulle aree interne è immaginare che tutto ciò che può rigenerare un luogo debba necessariamente nascere dentro un ministero romano ed eventualmente coinvolgere anche quel ‘luogo’. Non è vero. A volte qualcosa arriva da fuori: una persona, una famiglia, un imprenditore, qualcuno che ritorna, uno straniero che decide di restare, una competenza che prima non c’era, una relazione, un investimento, persino una domanda nuova. Naturalmente l’outsider non è il salvatore; anzi, quello che arriva spiegando ai locali come dovrebbero vivere è probabilmente l’ennesimo problema di cui nessuno sentiva il bisogno. Ma chi arriva da fuori e accetta di sporcarsi le mani con quelli che ci sono può diventare una piccola esternalità operativa. Non salvifica, parola che lascerei volentieri ai convegni. Operativa. Può mettere in circolo qualcosa che prima non c’era e, qualche volta, far muovere un ingranaggio fermo.
Scrivo queste righe, peraltro, dal mio attuale esilio volontario in una frazione di circa cento anime. Non ci sono negozi. La rete telefonica è un concetto intermittente. La popolazione è molto anziana e la distanza dai servizi non ha niente di poetico. Qui l’emarginazione non è una categoria sociologica: ha il volto di persone precise, con problemi molto pratici, mentre altrove qualcuno discute se chiamarle resilienti, subalterne, restanti o depositarie dell’identità italiana - fatevene una ragione, spesso chi è disposto a sopravvivere in questi luoghi non ha il passaporto italiano. Però da qui ho anche il privilegio di vedere qualcosa che nei dibattiti non si sente: una piccolissima esternalità derivata dal nostro lavoro, insieme agli ‘indigeni’ di 3 colori diversi e chissà quante nazionalità, ha cambiato qualcosa. Poco, sia chiaro. Non abbiamo “salvato” il paese, non abbiamo invertito una curva demografica e non apriremo certo una conferenza stampa per annunciare la rinascita delle aree interne. Ma sono arrivate persone che prima non sarebbero arrivate, alcune case sono tornate a essere vissute, sono nate relazioni, sono stati spesi soldi localmente, qualcuno dall’estero oggi conosce questo luogo e qualcosa che era perfettamente immobile si è mosso.
E, dettaglio che mi diverte abbastanza, non è successo partendo dall’ufficio comunale elegante dei salotti buoni (pare che questa frazione faccia parte di un comune tra i più ricchi d’Italia), amministrato da un’illuminata signora di sinistra. Non dirò quale, perché non voglio trasformare una polemica inutile in due polemiche inutili. È successo qui, in una frazione di cento abitanti, senza negozi e quasi senza rete, lavorando con persone che probabilmente non saprei neppure collocare culturalmente o politicamente e che, soprattutto, non me lo hanno mai chiesto.
Forse alla fine il punto è molto meno sofisticato di quanto siamo riusciti a renderlo. I paesi non hanno bisogno di essere salvati dagli intellettuali, né santificati dai romantici, né arruolati nella destra o nella sinistra. Hanno bisogno di essere osservati abbastanza bene da capire quali problemi abbiano davvero, studiati abbastanza seriamente da distinguere le impressioni dai fatti e, dove si può, aiutati da qualcuno disposto a fare qualcosa insieme a chi c’è già.
Molta osservazione, quindi, e un po’ meno teoria.
Ma soprattutto, ogni tanto, c’è bisogno di farsi meno pippe ideologiche e sporcarsi le mani. Quella destra e quella sinistra.


