Villa Valguarnera, Bagheria, Palermo e quel vizio britannico di chiamare mafia tutto ciò che non capiscono dell'Italia
Esco quando voglio #113
Prima ancora di parlare di Dua Lipa, che confesso continuo a ignorare come qualsiasi nome circolante nell’aria torrida di queste settimane, bisognerebbe partire da questa fotografia. Non dalla sposa, non dagli invitati, non dall’inevitabile corteo di stilisti, wedding planner, security, curiosi, paparazzi, turisti e residenti che si fingono infastiditi mentre fotografano tutto. Bisognerebbe partire da Villa Valguarnera, a Bagheria, perché in quella immagine c’è già quasi tutta la storia che il titolo del Telegraph non ha saputo, o non ha voluto, raccontare.
Villa Valguarnera non è “un nido”. È uno dei grandi monumenti dell’aristocrazia siciliana, una residenza settecentesca legata alla storia dei principi Alliata di Villafranca, costruita in un territorio che per secoli fu luogo di villeggiatura della nobiltà palermitana. Bagheria era la città delle ville, non la succursale scenografica del Padrino a uso dei titolisti londinesi. La villa viene indicata dalle fonti ufficiali come uno dei grandi landmark storici italiani, con giardini, architettura monumentale e una storia familiare che attraversa letteratura, cinema, aristocrazia, decadenza, recupero e ostinazione privata.
È anche, dettaglio non secondario, la casa di Vittoria Alliata di Villafranca, scrittrice, giornalista e traduttrice, nota tra le altre cose per essere stata la prima traduttrice italiana del Signore degli Anelli. Non esattamente il profilo che uno si aspetterebbe nel solito racconto pigro della Sicilia “coppola, lupara e omertà”. Eppure questa è la Sicilia: non una cartolina semplice, ma una stratificazione quasi ingestibile di bellezza, violenza, cultura, abbandono, rinascita, genialità, burocrazia, tragedia e teatro. Il problema è che per raccontarla bisogna fare fatica. E la fatica, evidentemente, non sempre arriva fino alla headline desk.
Il Telegraph ha pubblicato un articolo sul matrimonio siciliano di Dua Lipa e Callum Turner, firmato da Nick Squires, corrispondente dall’Italia. Il pezzo, peraltro, non è affatto brutto. Racconta Bagheria, il suo passato mafioso, il cambiamento, le parole del sindaco Filippo Tripoli, la crescita del turismo, la trasformazione di un luogo un tempo associato alla violenza in una destinazione capace oggi di attrarre un evento internazionale. Ricorda anche che la reazione alla mafia, dopo le stragi del 1992, segnò una svolta profonda per Palermo, Bagheria e la Sicilia intera.
Poi però arriva il titolo: “Sicily’s mafia nest hosting the celebrity wedding of the year”.
Ed eccoci di nuovo lì.
Non Palermo. Non Bagheria. Non Villa Valguarnera. Non una terra che prova, tra mille contraddizioni, a raccontarsi diversamente. No. “Mafia nest”. Nido di mafia. Perché alla fine, quando si tratta della Sicilia, il vecchio riflesso coloniale del giornale anglosassone medio torna sempre utile. Fa colore, fa atmosfera, fa clic. E soprattutto rassicura il lettore: il mondo è ancora esattamente come lo avevamo già immaginato noi, anche quando non lo conosciamo.
Nick Squires, secondo quanto riportato, avrebbe detto all’AGI: “I didn’t write the title.” E francamente gli si può credere, perché l’articolo contiene molte più sfumature del titolo che lo accompagna. Ma proprio qui sta il punto. Il titolo non è un dettaglio tecnico. Non è un cappello redazionale innocente. Non è un accessorio. Il titolo è quello che la maggior parte dei lettori ricorda, spesso l’unica cosa che leggerà davvero. E se il titolo riduce la Sicilia a un “nido di mafia”, tutto il resto del lavoro giornalistico, anche quando è più serio, viene avvelenato alla fonte.
Io non sono siciliano. Non posso appropriarmi di una ferita che non è la mia. Non posso dire “ero lì” quando Palermo ha vissuto le stragi, quando Falcone e Borsellino sono stati assassinati, quando una città intera ha dovuto decidere se restare piegata o rialzarsi. Ma negli ultimi anni, lavorando con ITS ITALY, ho conosciuto un pezzo di Sicilia abbastanza grande da sapere che certi racconti non sono solo ingiusti: sono proprio vecchi, stanchi, provinciali. Ho molti amici siciliani. Abbiamo accompagnato decine di persone da tutto il mondo a trasferirsi in questa regione, a comprarci casa, a viverla non da turisti distratti ma da nuovi residenti, con tutte le meraviglie e tutte le difficoltà del caso. E chi conosce davvero la Sicilia sa che non è una terra facile da difendere con slogan opposti. Non è “tutto bellissimo”. Non è “tutto mafia”. È molto più complicata, e proprio per questo molto più interessante.
La mafia c’è stata, eccome. La mafia ha ucciso, controllato, intimidito, devastato economie, famiglie, paesi, imprese, fiducia. Sarebbe ridicolo fingere il contrario. Sarebbe persino offensivo verso chi l’ha combattuta davvero, spesso pagando con la vita. Ma la Sicilia è anche uno dei pochi luoghi d’Europa in cui una società ha dovuto fare i conti pubblicamente, dolorosamente, quotidianamente, con una parte mostruosa della propria storia. Non l’ha risolta una volta per tutte, perché certe malattie sociali non spariscono con un comunicato stampa o con una stagione turistica ben riuscita. Però l’ha affrontata. Continua ad affrontarla. Lo fa nelle scuole, nei tribunali, nei comuni, nelle imprese, nelle associazioni, nelle famiglie, nei gesti normali di chi decide che non deve più abbassare la testa.
E allora no, non è la stessa cosa raccontare Bagheria come un luogo che ha avuto una storia mafiosa e raccontarla come un “mafia nest”. La prima è informazione. La seconda è pigrizia travestita da giornalismo.
Anche perché, se per una volta il riflettore internazionale non si posa sul Lago di Como, sulla Toscana, su Venezia, su Portofino o sulla Costiera Amalfitana, ma su Palermo, Bagheria, Villa Valguarnera, forse dovremmo essere capaci di leggerlo come un fatto interessante. Forse dovremmo essere contenti che una grande celebrity globale scelga un luogo che non appartiene al solito catalogo del lusso italiano predigerito per stranieri ricchi. Forse dovremmo chiederci perché una coppia internazionale, con mezzi economici e possibilità infinite, scelga proprio la Sicilia per celebrare un momento così personale. Forse perché la Sicilia, con tutto il suo disordine e la sua gloria, ha ancora una cosa che molte destinazioni di lusso hanno perso: carattere.
La Sicilia non è liscia. Non è sterilizzata. Non è sempre comoda. Non è sempre efficiente. Non si lascia consumare senza attrito. Però ha profondità. Ha memoria. Ha un’idea quasi fisica della bellezza. Ha una cucina che non è una moda ma un archivio di civiltà. Ha città in cui gli arabi, i normanni, gli spagnoli, i francesi, gli ebrei, i greci, i romani, i borboni e gli italiani hanno lasciato tracce vere, non solo brochure turistiche. Ha una forma di intelligenza popolare che può essere spietata e generosissima nello stesso pomeriggio. Ha il dono raro di farti sentire dentro la storia, non davanti a una scenografia.
Chi va in Sicilia pensando di trovare solo mare e cannoli capisce poco. Chi viene pensando di trovare solo mafia capisce ancora meno. Chi resta un po’ più a lungo, invece, scopre qualcosa che sfugge ai titoli: la Sicilia non chiede di essere assolta, chiede di essere capita.
E qui sta la differenza tra il giornalismo e la caricatura.
Il giornalismo dovrebbe prendere un luogo complesso e restituirlo al lettore con maggiore comprensione. La caricatura prende un luogo complesso e lo riconsegna al lettore nella forma più banale possibile, così nessuno deve disturbare le proprie certezze. Nel caso della Sicilia, la scorciatoia è sempre la stessa: mafia. Funziona da decenni. È immediata, sporca il giusto, dà un brivido esotico, permette al lettore britannico (soprattutto al lettore del ‘Telegraph’)di sentirsi superiore per qualche secondo tra un mutuo impossibile, una ferrovia in disfacimento e una politica nazionale che da anni sembra scritta da sceneggiatori troppo cinici anche per una serie Netflix.
E qui un po’ di provocazione ci sta.
Perché fa sorridere, amaramente, vedere un certo giornalismo britannico continuare a guardare dall’alto luoghi che almeno stanno provando a rialzarsi, mentre lui stesso fatica a riconoscere la propria decadenza. C’è qualcosa di quasi comico in un heritage media di un impero crollato, letto spesso dalla parte più rancorosa e nostalgica della Gran Bretagna, che ancora distribuisce patenti di civiltà agli altri. La Sicilia avrà molti problemi, ma almeno non deve fingere di essere ancora al centro del mondo per vendere abbonamenti a chi rimpiange un passato che era glorioso soprattutto per chi lo comandava.
Questo non significa rispondere allo stereotipo con un altro stereotipo. Sarebbe troppo facile dire: “gli inglesi sono tutti così”. Non è vero. Moltissimi britannici amano la Sicilia con una profondità che tanti italiani non hanno mai avuto. La visitano, la studiano, ci comprano casa, ci tornano ogni anno, ne accettano i difetti, si innamorano dei paesi, dei mercati, dei palazzi stanchi, delle campagne, dei silenzi. Alcuni la capiscono benissimo. Spesso meglio di noi. Il problema non sono “gli inglesi”. Il problema è quella specifica pigrizia culturale che resiste nelle redazioni, nei desk, nei titoli, nei frame narrativi pronti all’uso, nei cliché che nessuno controlla perché in fondo sembrano ancora funzionare.
Ed è così che lo stereotipo sopravvive.
Non sempre attraverso la malizia. Molto più spesso attraverso la comodità.
Non serve odiare la Sicilia per offenderla. Basta non fare lo sforzo di aggiornarne il racconto.
È lo stesso meccanismo per cui l’Italia all’estero è ancora pizza, mandolino, gelato, passione, corruzione e gesti con le mani. Alcune cose hanno un fondo di verità, certo. Ma il problema degli stereotipi non è che siano sempre completamente falsi. Il problema è che diventano una prigione. Prendono un frammento e lo trasformano in destino. Prendono una ferita e la fanno diventare identità. Prendono una storia di riscatto e la intitolano come se il riscatto non fosse mai avvenuto.
Villa Valguarnera, da questo punto di vista, è un simbolo quasi perfetto. Non perché sia immacolata, non perché venga da un mondo innocente, non perché la nobiltà siciliana sia una favola senza ombre. Al contrario. È perfetta proprio perché contiene tutto: il privilegio, la bellezza, la decadenza, la memoria, il recupero, il rischio dell’abbandono, la volontà di rimettere in piedi ciò che sembrava perduto. Secondo il sito ufficiale, Vittoria Alliata è impegnata dalla fine degli anni Ottanta nella salvaguardia della dimora storica di famiglia. Altre ricostruzioni raccontano come la villa abbia attraversato vicende difficili, compresi tentativi di controllo e degrado, prima del suo recupero.
E allora, se proprio vogliamo usare una formula forte, Villa Valguarnera non è la cornice di un “mafia nest”. È semmai il contrario: è uno dei luoghi che mostrano quanto la Sicilia possa essere più grande delle sue ferite.
Bagheria non ha bisogno di essere santificata. Ha avuto pagine terribili. L’articolo del Telegraph ricorda il “Triangle of Death”, il peso della Cosa Nostra, il passato criminale, i luoghi della violenza. Ma ricorda anche che oggi la città ospita matrimoni, produzioni, turismo, attività economiche, e che il sindaco rivendica una trasformazione profonda dopo decenni di contrasto alla criminalità. Se si raccontano entrambe le cose, si fa giornalismo. Se nel titolo resta solo la mafia, si fa marketing del pregiudizio.
La cosa più interessante, poi, è che gli stessi siciliani non hanno bisogno di lezioni di antimafia da nessuno. Palermo sa benissimo cos’è stata la mafia. Bagheria lo sa. La Sicilia lo sa. Lo sanno le famiglie, i commercianti, i magistrati, gli insegnanti, i ragazzi che studiano Falcone e Borsellino non come nomi da cerimonia ma come parte di una memoria civile ancora viva. Lo sanno anche quelli che si arrabbiano quando si parla della mafia non perché vogliano nasconderla, ma perché sono stanchi di vedere il mondo interessarsi alla Sicilia soltanto quando può sporcarla.
È una stanchezza comprensibile.
Immaginiamo per un attimo di raccontare Londra solo attraverso il colonialismo, gli scandali finanziari e quelli sessuali dei regnanti, la povertà infantile, le baby gang, il razzismo istituzionale, la Brexit, gli oligarchi, i palazzi comprati come cassette di sicurezza verticali e i governi che cadono con la dignità di un pub crawl finito male. Tutte cose reali, o almeno discutibili con qualche base fattuale. Ma Londra è solo questo? Ovviamente no. Sarebbe una narrazione miserabile, anche quando contiene elementi veri.
Ecco. Alla Sicilia capita spesso questo. Solo che quando succede alla Sicilia, molti pensano ancora che sia normale.
Non lo è.
E non lo è soprattutto oggi, mentre la regione sta vivendo una nuova stagione di attenzione internazionale. Non parlo solo di turismo, che da solo può essere una benedizione o una maledizione a seconda di come viene gestito. Parlo di persone che si trasferiscono, investono, ristrutturano case, aprono attività, lavorano da remoto, scelgono una qualità della vita diversa, accettano compromessi, scoprono paesi fuori dai circuiti più ovvi. Con ITS ITALY lo vediamo continuamente e ogni giorno lo raccontiamo con ITS Journal: la Sicilia attrae perché non è una versione minore della Toscana, ma qualcosa di completamente diverso. Più ruvida, più teatrale, più estrema, più difficile da spiegare e proprio per questo più potente.
Chi arriva qui non cerca soltanto “il bello”. Cerca un’esperienza di appartenenza, anche temporanea. Cerca una casa che abbia un contesto. Cerca un luogo che non sia stato completamente neutralizzato dal mercato globale del lusso. E se una celebrity come Dua Lipa sceglie Villa Valguarnera e Palermo, il punto non è il gossip matrimoniale. Il punto è che la Sicilia entra, ancora una volta, nel desiderio globale. Non come periferia criminale, ma come centro estetico, culturale, emotivo.
Poi certo, possiamo anche sorridere del circo. Dei VIP. Della lista degli invitati. Dei comunicati indiretti. Dei private jet. Dei drink reception. Dei palazzi requisiti per qualche ora dal capitalismo dell’immagine. Possiamo anche dire, con un certo gusto siciliano che immagino non sia mancato nei bar, che alla città è sopravvissuta ai normanni, agli spagnoli, ai bombardamenti, ai rifiuti non raccolti e ai motorini, quindi probabilmente sopravvivrà anche a un matrimonio di Dua Lipa. L’ironia è sacrosanta. Ma l’ironia è una cosa. Il cliché è un’altra.
L’ironia nasce dalla conoscenza. Il cliché nasce dalla distanza.
E il titolo del Telegraph appartiene alla seconda categoria.
C’è un modo serio per raccontare questa storia: una villa straordinaria, una città complicata, una regione che ha conosciuto la mafia e l’ha combattuta, un evento globale che sposta per qualche giorno l’attenzione internazionale su Bagheria e Palermo, una comunità che può essere orgogliosa senza diventare ingenua, un passato che non va cancellato ma nemmeno usato come marchio eterno.
E poi c’è il modo pigro: “mafia nest”.
Sappiamo quale ha scelto il titolo.
La cosa bella, però, è che Palermo non ha bisogno dell’assoluzione del Telegraph. Né Bagheria. Né Villa Valguarnera. Né la Sicilia. La loro dignità non dipende da un desk londinese che probabilmente cercava solo una parola più piccante per far aprire l’articolo. La Sicilia ha già prodotto abbastanza storia, arte, letteratura, scienza, magistratura, cinema e intelligenza da sopravvivere tranquillamente all’ennesimo titolo mediocre.
Ha prodotto Archimede, Pirandello, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Camilleri, Falcone, Borsellino. Ha prodotto contraddizioni enormi e risposte enormi. Ha prodotto bellezza anche quando non aveva le condizioni per permettersela. Ha prodotto una cultura che non si lascia ridurre alla didascalia di un giornale straniero.
E forse proprio questo dà fastidio agli stereotipi: la realtà continua a superarli.
Perché la Sicilia reale è troppo intelligente per essere soltanto pittoresca, troppo ferita per essere solo bella, troppo bella per essere raccontata solo attraverso le sue ferite. E chi la ama - siciliano o no, italiano o straniero, nato lì o arrivato per caso e rimasto per scelta - lo sa benissimo.
Del matrimonio di Dua Lipa, in fondo, mi interessa veramente molto poco. Ma scegliendo Palermo ha dato prova di gusto e fantasia superiore alla media delle ‘star’. Ma mi interessa molto che una villa come Valguarnera, una città come Bagheria e una regione come la Sicilia vengano finalmente guardate per quello che sono: luoghi vivi, complessi, feriti e magnifici, non fondali criminali buoni per titoli da tabloid con pretese storiche.
La Sicilia non chiede indulgenza. Chiede precisione. Perché la precisione è ciò che distingue il giornalismo dal pregiudizio.




