Sono andato a Roma a parlare di piazze, comunità e incontri spontanei. Il tutto durante un evento organizzato, con relatori, moderatore e programma. La contraddizione mi piaceva già abbastanza, ma il merito è soprattutto di Richard Harris, inglese ormai maremmano d’adozione, che da tempo tenta ostinatamente di fare una cosa che dovrebbe essere semplicissima: mettere le persone nelle condizioni di incontrarsi.
Richard ci prova con Governanza, con PIAZZER, con le iniziative che sviluppa a Grosseto e con una determinazione che apprezzo particolarmente. Non so se tutte le sue idee funzioneranno, probabilmente nemmeno lui, ma la differenza fra chi continua a cercare soluzioni e chi si limita a compilare l’elenco delle ragioni per cui non funzioneranno è piuttosto evidente. Quindi, intanto, grazie Richard per l’invito, per il lavoro che stai facendo e per continuare a provarci.
Grazie anche a Lorenzo Benassi, Luca Verzichelli e agli altri partecipanti, perché ne è uscita una discussione che mi ha fatto riflettere su qualcosa che incontro praticamente ogni giorno.
Con ITS Italy, da anni, accompagniamo persone che vogliono investire in Italia, ma soprattutto che vogliono viverci. Persone che comprano una casa, si trasferiscono per qualche mese o decidono di cambiare definitivamente vita. Noi, naturalmente, siamo anche quelli che le case le vendono, quindi sarebbe poco credibile fingere un improvviso disinteresse per il mercato immobiliare. Il problema è che vendere una casa è relativamente facile rispetto a vendere una vita che funzioni.
L’Italia è brava a promuovere se stessa. È relativamente facile convincere qualcuno di quanto possa essere bello vivere nel nostro Paese. Abbiamo case meravigliose, piazzette romantiche, gastronomia eccellente, paesaggi spettacolari e una quantità industriale di fotografie al tramonto. Poi però uno arriva, passa l’entusiasmo della prima settimana e scopre che la scuola ha chiuso, il medico viene quando può, il negozio non esiste più e per comprare il latte bisogna prendere la macchina. La famosa dolce vita comincia a richiedere una discreta capacità organizzativa.
E soprattutto scopre che le persone non sempre si parlano.
In molti piccoli comuni convivono residenti storici, nuovi proprietari stranieri, immigrati economici, pensionati e persone che lavorano da remoto. Vivono nello stesso territorio, ma spesso in mondi paralleli. Chi è nato lì può sentirsi abbandonato dalle istituzioni e guardare con sospetto a qualunque cambiamento. Chi arriva dall’estero può essere accolto con entusiasmo finché compra e ristruttura, ma non necessariamente essere considerato parte della comunità. E la famiglia marocchina o romena che magari lavora lì da quindici anni rischia di rimanere invisibile a tutti.
Durante il mio intervento ho raccontato qualche esperienza. In Puglia abbiamo visto ragazzi immigrati insegnare inglese ai residenti e imparare a loro volta. In Maremma abbiamo organizzato piccoli incontri fra persone che normalmente non avrebbero condiviso nemmeno un percorso in autobus. E abbiamo osservato una cosa curiosa: quando persone che si percepivano reciprocamente come estranee finalmente si conoscono, qualche barriera comincia a cadere.
Non sono miracoli e non abbiamo scoperto una formula magica. Anzi, ho detto apertamente che non sappiamo quanto dureranno questi esperimenti. Ma almeno sono tentativi di affrontare il problema reale, anziché limitarsi a descriverlo.
In un paesino maremmano stiamo cercando anche di capire come riaprire l’ultimo negozio del paese. Non perché siamo diventati improvvisamente nostalgici della drogheria, ma perché un negozio può essere contemporaneamente un servizio, un’attività economica e il posto nel quale incontri qualcuno che non avevi programmato di incontrare. Quello che oggi chiameremmo un community hub, possibilmente accompagnato da un consulente che ci spieghi quanto sia innovativo.
Ed è qui che la discussione romana è diventata interessante. Lorenzo Benassi ha parlato della scomparsa dei terzi luoghi, quegli spazi nei quali persone diverse potevano incontrarsi liberamente. Luca Verzichelli ha ricordato che le buone idee hanno bisogno di persone capaci di realizzarle e gestirle, non soltanto di qualcuno che sappia presentarle bene.
Io ho sostenuto una cosa che, per chi vende immobili, potrebbe sembrare commercialmente poco ortodossa: prima di rendere un luogo attrattivo per gli investitori, dovremmo renderlo attrattivo per gli esseri umani. Gli investitori, eventualmente, arrivano dopo.
Non è un’affermazione romantica, almeno nelle intenzioni. È un ragionamento anche economico. Un paese dove esistono servizi, relazioni, vicini disponibili e opportunità quotidiane è un luogo nel quale qualcuno può decidere di restare. Una casa restaurata in un luogo dove non succede più nulla rimane invece una bellissima casa restaurata. Magari perfetta per il fine settimana.
La questione mi interessa ancora di più da quando abbiamo cominciato a mettere qualche numero accanto alle nostre impressioni.
Con NOMAG Research abbiamo studiato 1.056 risposte di persone internazionalmente mobili interessate all’Italia e abbiamo scoperto che l’immagine abituale del digital nomad non racconta affatto tutta la storia. Abbiamo analizzato le case a un euro, distinguendo finalmente fra immobili venduti, case recuperate e nuovi abitanti. E con RELOCALS stiamo ascoltando chi è arrivato dall’estero e oggi vive in Italia, con particolare interesse per chi quell’esperienza la racconta professionalmente attraverso giornalismo, blog e altri media.
Fra i primi risultati di RELOCALS, il 65% degli intervistati dichiara di non essere mai stato coinvolto da un ente, un’organizzazione o un’impresa italiana. È un dato preliminare, non una fotografia statistica di tutti gli stranieri residenti. Ma la provocazione rimane: passiamo il tempo a cercare nuovi ambasciatori dell’Italia e non ci accorgiamo di quelli che già vivono qui, magari pagando le tasse, lavorando e raccontando il Paese al resto del mondo.
Per questo ho apprezzato l’incontro organizzato da Richard. Perché ci ha permesso di collegare esperienze imprenditoriali, ricerca, politiche territoriali e quella cosa molto complicata che chiamiamo socialità spontanea.
Adesso sarebbe bello andare oltre, magari sperimentando insieme qualche iniziativa nei territori. Il nostro tour RELOCALS del 2027, che toccherà diverse città italiane, potrebbe essere un’occasione interessante per far incontrare residenti, nuovi arrivati, amministratori e persone che raccontano l’Italia. Non soltanto per ascoltare interventi, ma per raccogliere esperienze e costruire collaborazioni.
Intanto, chi vuole approfondire può guardare il video dell’incontro e leggere le nostre tre ricerche, disponibili con abstract gratuiti e libri completi per gli abbonati a NOMAG e ITS Journal, oltre che su Amazon.
E grazie ancora Richard. Ti auguro che qualcuno dei tuoi esperimenti abbia successo, compresi quelli che oggi sembrano un po’ folli. In fondo, per organizzare una piazza piena basta un buon evento. Per fare in modo che il giorno dopo qualcuno torni a sedersi su una panchina, magari accanto a uno sconosciuto, serve qualcosa di molto più difficile.
Video integrale di Governanza:
Le tre ricerche NOMAG Research Books:
Per partecipare a RELOCALS: info@nomag.media



