Qualche giorno fa Il Foglio ha pubblicato un bell’articolo, Una stanza tutta per sé (col Wi-Fi), partendo da Autoritratto nello studio di Giorgio Agamben e da un’idea che mi è rimasta addosso: che lo studio, quello vero, sia una specie di autobiografia involontaria. I libri che si accumulano, le fotografie, le carte, le cartoline, gli oggetti apparentemente inutili che dopo qualche anno smettono di essere oggetti e diventano sedimenti. Entri nella stanza di qualcuno e, se sai guardare, forse capisci qualcosa di lui senza bisogno che ti racconti niente.
Naturalmente ho fatto subito l’esercizio su di me, e qui le cose si complicano. Perché io leggo continuamente, in maniera quasi compulsiva, e scrivo altrettanto; passo buona parte delle mie giornate fra testi, giornali, appunti, articoli, documenti, bozze, libri aperti e cose che vorrei leggere e che probabilmente non riuscirò mai a leggere tutte. Dovrei essere il candidato perfetto per uno studio invaso di volumi, carte, sottolineature, fotografie e piccoli reperti della mia esistenza. Invece, più passa il tempo, più la stanza in cui riesco davvero a lavorare deve essere vuota. O quasi.
Mi servono un MacBook, una Moleskine, una tazza di caffè o un bicchiere d’acqua. Molta luce. Una vista, possibilmente. E soprattutto silenzio, parecchio silenzio. Se arrivo a sentire chiaramente il ticchettio delle mie dita sulla tastiera e a trovarlo quasi fastidioso, vuol dire che finalmente il volume dell’ambiente è quello giusto. In questo momento la vista è un po’ obliqua rispetto alla scrivania, ma è bella, e tanto mi basta. Forse è meglio così: una vista troppo spettacolare finirebbe probabilmente per diventare un’altra cosa che pretende attenzione.
La cosa buffa è che, senza averlo programmato, sono diventato quasi monastico. Nomade, ma monastico. L’aggettivo applicato a me fa abbastanza ridere, e non vorrei creare equivoci: nessuna conversione ascetica, nessun voto di povertà (quella arriva anche senza voto) e soprattutto nessuna rinuncia volontaria ai piaceri del mondo. Però c’è qualcosa di monastico nel modo in cui ormai cerco lo spazio: luce, silenzio, pochissime cose, ore passate a leggere e scrivere, e una certa insofferenza per tutto ciò che interrompe inutilmente il filo. Con una differenza abbastanza sostanziale rispetto al monastero tradizionale: il mio continua a spostarsi.
E forse è proprio questo il paradosso. Più mi muovo, meno sento il bisogno di portarmi dietro qualcosa. Non ho sostituito i libri con il disinteresse per i libri: li divoro più di prima. Non ho smesso di scrivere: scrivo continuamente. Semplicemente non sento più il bisogno che tutto questo lasci una traccia materiale intorno a me. Non ho bisogno di vedere sulla parete ciò che ho letto, né di avere alle spalle una biblioteca che certifichi che leggo. A dire il vero comincio persino a sospettare che molte librerie perfettamente inquadrate nelle videochiamate servano più a chi guarda che a chi legge, ma questa è un’altra discussione.
Più mi sposto, più case in cui ho vissuto, stanze, tavoli e scrivanie diverse, più ho scoperto che per sentirmi a casa mi serve sorprendentemente poco. La frase che ne deriva è talmente banale da provocarmi una certa irritazione mentre la scrivo: casa è dove sono io, con mia moglie. E siccome detta così sembra il testo pronto per essere stampato su un cuscino decorativo, aggiungiamo rapidamente il MacBook, la Moleskine e il caffè e restituiamo un minimo di rispettabilità alla faccenda. Ma purtroppo il concetto resta quello.
Non significa che i luoghi siano diventati irrilevanti. Al contrario, probabilmente sono diventati più importanti proprio perché ho smesso di chiedere loro di dimostrare che mi appartengono. Voglio una stanza libera, pulita, bella, ma estremamente semplice se possibile, voglio la luce, voglio guardare fuori e trovare qualcosa che valga la pena guardare. Ma non sento il bisogno di colonizzarla con oggetti, fotografie, libri, ricordi e piccole dichiarazioni di identità. Non voglio che la stanza racconti chi sono. Voglio che abbia la cortesia di lasciarmi lo spazio per capire cosa sto pensando.
Ed è forse qui che mi allontano dal bellissimo studio-autoritratto raccontato da Agamben. Il suo spazio accumula una vita; il mio sembra funzionare meglio quando la vita, almeno per qualche ora, resta fuori dalla porta. Non perché voglia cancellarla, ma perché ce n’è già abbastanza dentro il computer, nella Moleskine e, soprattutto, nella testa. Il mio problema non è circondarmi di stimoli. È riuscire ogni tanto a spegnerne qualcuno.
L’articolo del Foglio arriva alla conclusione che per molti di noi lo studio si sia ristretto dentro un portatile: la biblioteca nel cloud, la scrivania nel desktop, le cartoline negli sticker sulla cover. Può darsi, ma forse per me è successo qualcosa di leggermente diverso. Il computer non ha sostituito la stanza. Ha sostituito quasi tutto ciò che un tempo avrei dovuto mettere nella stanza. E proprio per questo la stanza continua a servirmi, forse persino più di prima.
Solo che la voglio vuota.
Se dovessi fare oggi il mio Autoritratto nello studio, quindi, verrebbe fuori una fotografia abbastanza povera di dettagli: io, il MacBook, una Moleskine, una tazza di caffè, forse un bicchiere d’acqua, molta luce e una vista leggermente di sbieco. Mia moglie, possibilmente, da qualche parte non troppo lontano, ma nemmeno vicina (la distanza giusta per sentire la sua presenza). Niente biblioteca da esibire, niente oggetti-simbolo, niente reliquiario della mia esistenza.
E abbastanza silenzio da sentire il rumore della tastiera.
A pensarci bene, per uno che passa la vita a leggere, scrivere e spostarsi, è diventato un monastero piuttosto efficiente.




