Una giornalista ha lasciato che l'intelligenza artificiale prendesse quasi tutte le decisioni per un anno...
Sull'esperimento di Joanna Stern e sul futuro che sta arrivando molto più in fretta di quanto pensiamo.
Ci sono due modi per scrivere un libro sull’intelligenza artificiale nel 2026. Il primo consiste nel prevedere che entro pochi anni le macchine faranno tutto meglio di noi e che il futuro sarà una specie di paradiso automatizzato in cui lavoreremo meno, vivremo meglio e avremo finalmente il tempo di dedicarci alle cose importanti. Il secondo consiste nel prevedere l’esatto contrario: disoccupazione di massa, fine della creatività umana, collasso della società e magari pure l’estinzione della specie.
Joanna Stern ha scelto una terza strada, che è probabilmente la più sensata e anche la più divertente: smettere di teorizzare e provare.
Il suo I Am Not a Robot: My Year Using AI to Do (Almost) Everything, letto quasi per caso grazie all’abbonamento a PressReader, parte da una domanda molto semplice: cosa succede se invece di parlare di intelligenza artificiale la si usa davvero? Non per scrivere l’ennesimo post LinkedIn pieno di entusiasmo sintetico o per creare immagini improbabili di astronauti a cavallo di unicorni, ma per gestire la vita quotidiana.
Così l’autrice trascorre un anno lasciando che AI e robot entrino in ogni angolo possibile della sua esistenza. Automobili che guidano da sole, assistenti virtuali, chatbot, strumenti per la salute, organizzazione domestica, lavoro, educazione, produttività, relazioni e perfino aspetti che fino a pochi anni fa avremmo considerato strettamente umani.
La cosa che colpisce non è tanto ciò che funziona o ciò che non funziona. È il tono.
Negli ultimi anni il dibattito sull’AI è stato monopolizzato da due categorie ugualmente rumorose. Da una parte gli evangelisti tecnologici, quelli per cui ogni nuovo modello linguistico è l’equivalente digitale della scoperta del fuoco. Dall’altra gli apocalittici professionisti, convinti che ogni aggiornamento software sia il primo passo verso Skynet.
Stern riesce a stare nel mezzo. E oggi stare nel mezzo è quasi rivoluzionario.
Il libro è ironico, leggero, spesso molto divertente, ma mai superficiale. L’autrice racconta successi e fallimenti con la stessa onestà, mostrando una verità che molti preferiscono ignorare: l’intelligenza artificiale non è né una bacchetta magica né un mostro. È uno strumento. Potentissimo, certo. Ma sempre uno strumento.
In alcuni casi produce risultati sorprendenti. In altri sembra poco più di uno stagista particolarmente sicuro di sé che risponde a tutto anche quando non ha la minima idea di cosa stia parlando. Chi utilizza quotidianamente ChatGPT o strumenti simili riconoscerà immediatamente questa sensazione.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è che sposta l’attenzione dalla tecnologia alle persone. Perché la vera domanda non è quanto diventerà intelligente l’AI. La vera domanda è come cambieranno i nostri comportamenti quando delegare diventerà sempre più facile.
Se un algoritmo può scrivere le email, organizzare gli appuntamenti, suggerire decisioni finanziarie, pianificare viaggi e persino offrire consigli personali, quanto siamo disposti a rinunciare all’attrito che accompagna ogni scelta umana? E soprattutto: siamo sicuri che eliminare tutto quell’attrito sia sempre un vantaggio?
Alla fine del libro non si esce con una risposta definitiva. E forse è proprio questo il suo pregio maggiore.
In un settore pieno di guru che promettono di spiegare il futuro, Joanna Stern si limita a raccontare il presente. Che, francamente, è già abbastanza strano così.
Se cercate un libro sull’intelligenza artificiale scritto per persone normali e non per investitori, futurologi o fanatici della tecnologia, I Am Not a Robot merita sicuramente un posto nella lista delle letture estive.
Anche perché, tra qualche anno, potrebbe diventare un documento storico. Il racconto di quel breve momento in cui gli esseri umani stavano ancora cercando di capire se l’intelligenza artificiale fosse un nuovo elettrodomestico particolarmente sofisticato o qualcosa destinato a cambiare davvero il modo in cui viviamo.
E, a giudicare da queste pagine, probabilmente la risposta è un po’ entrambe le cose.



