Pavese e Pasolini mi accompagnano da quando avevo diciotto anni. Il primo mi ha insegnato che appartenenza e movimento non sono opposti: un luogo resta vivo se permette di partire, offre ragioni per tornare e sa accogliere chi arriva.
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via».
È una delle frasi più citate di Cesare Pavese e anche una delle più addomesticate. La si usa per celebrare le radici, la provincia, il ritorno a casa, spesso sopra una fotografia di colline al tramonto. Ma la parte decisiva non è soltanto il paese. È l’andarsene via.
Pavese non descrive un’appartenenza immobile. Mette nello stesso periodo il bisogno di un luogo e la libertà di lasciarlo. Poi aggiunge: «Un paese vuol dire non essere soli». Nelle persone, nelle piante e nella terra rimane qualcosa di nostro, capace di aspettarci anche quando non ci siamo. Non dice che dobbiamo restare. Dice che deve esistere un posto con il quale la distanza non cancelli la relazione.
A diciotto anni, alla maturità, ero già un mini politicante cattolico-liberale, categoria che a quell’età esiste soprattutto nella testa del diretto interessato. Portai Pavese e Pasolini. Mi sembrava una scelta molto coraggiosa; probabilmente era soprattutto il modo più complicato per rendermi la maturità ancora più difficile. Non so quanto li capissi davvero. Sicuramente meno di quanto lasciassi intendere, come accade a quasi tutti i maturandi e a parecchi adulti che non hanno più nemmeno quella scusa.
Allora Pavese e Pasolini venivano trattati quasi come proprietà della sinistra. Erano anni in cui in un liceo pubblico del centro di Milano ci si picchiava a sangue per le idee politiche. E in una scuola politica governata da una certa sinistra io ero dalla parte sbagliata. Per questo mi sono sempre divertito a studiare a fondo quello che vedevo come il mio ‘nemico’. C’erano ragioni biografiche, politiche e culturali per collocare Pavese e Pasolini da quella parte, naturalmente; non ce n’era alcuna per considerarli inaccessibili agli altri. Il paradosso, semmai, era che una parte della sinistra li citava molto ma leggeva troppo poco i propri cantori, mentre dall’altra parte l’etichetta politica diventava spesso una buona scusa per non leggerli affatto. Si finiva così per lasciare due autori scomodissimi nelle mani di chi li aveva trasformati in monumenti, che è uno dei modi più efficaci per smettere di ascoltare ciò che una persona ha davvero scritto.
Non li avevo scelti soltanto per fare il bastian contrario e non me li sono portati dietro come due santini ideologici. Continuo a ritrovarli quando provo a capire l’Italia reale sotto l’Italia raccontata: Pavese nel rapporto inquieto tra radici e partenza; Pasolini nel sospetto verso ogni modernizzazione presentata automaticamente come progresso, anche quando cancella luoghi, linguaggi e forme di vita.
Diversissimi, entrambi impediscono di usare parole comode. Il paese non è innocente solo perché è piccolo. Il nuovo non è buono soltanto perché è nuovo. E la tradizione non merita di sopravvivere soltanto perché è tradizione. Concetti semplici, in apparenza, ma abbastanza per rendere complicata quasi ogni discussione italiana.
Non è un dettaglio che le parole sul paese siano affidate ad Anguilla, il protagonista de La luna e i falò. È un trovatello, non sa dove sia nato, non possiede in quelle colline una casa, un pezzo di terra o perfino delle ossa familiari che provino la sua origine. Eppure è proprio lì che torna dopo molti anni trascorsi in America.
La sua appartenenza non discende dal sangue, dalla proprietà o dall’anagrafe. Si è formata vivendo, ricordando, partendo e tornando. È difficile trovare un’idea più contemporanea di questa: si può appartenere profondamente a un luogo nel quale non si è nati; si può esserne originari e non sentirlo più proprio. Il paese non è necessariamente quello scritto sul certificato di nascita. A volte è quello che continua a chiamarti quando sei altrove.
Nel romanzo il paese si comprende da lontano, dopo averlo lasciato e confrontato con il resto del mondo. Anguilla scopre che il mondo, una volta visto davvero, è composto a sua volta da tanti piccoli paesi. Ma il ritorno non ricostruisce magicamente ciò che c’era prima: i luoghi restano riconoscibili, mentre le persone e la storia li hanno trasformati. Lui ama quelle colline, ma ama anche sapere che il mondo è rotondo e tenere un piede sulle passerelle.
In Pavese non c’è la pubblicità di un borgo felice, fermo nel tempo e pronto ad accogliere il visitatore. C’è qualcosa di più vero e più scomodo: possiamo appartenere a un luogo senza possederlo e senza riuscire più ad abitarlo come un tempo.
In italiano, del resto, paese è una parola straordinariamente ambigua. Può essere il villaggio nel quale siamo cresciuti e può essere l’intera nazione. Forse è anche per questo che scrivo continuamente di Italia, paesi, partenze, ritorni e persone che arrivano da fuori: la stessa domanda cambia scala, ma non sostanza. Che cosa rende un luogo nostro? La nascita, il tempo trascorso, la possibilità di lasciarlo, la memoria, il modo in cui ci accoglie quando torniamo? E quando smette di appartenerci?
È una domanda che mi riguarda anche personalmente. Dopo trent’anni trascorsi all’estero, Londra come base più o meno ufficiale e una vita quotidiana determinata soprattutto da dove c’è bisogno di me, alla domanda «Dove vivi?» rispondo ormai con periodi pieni di subordinate. Non è necessariamente un segno di profondità intellettuale. Più probabilmente significa che non riesco a dare una risposta breve.
Eppure proprio il movimento mi ha insegnato che non sempre si appartiene di meno quando si vive altrove. A volte si appartiene diversamente. La distanza può indebolire un legame, ma può anche renderlo più consapevole. Ci sono cose che si vedono soltanto andandosene e altre che si capiscono soltanto tornando.
Una parte enorme del dibattito sui piccoli centri continua invece a presentare il movimento come un problema: chi parte abbandona, chi resta resiste, chi arriva deve dimostrare di volersi fermare per sempre. È una lettura morale, prima ancora che demografica, e quasi sempre sbagliata.
Partire può essere una conquista o una necessità; restare può essere un progetto libero oppure l’assenza di alternative. Il vero fallimento di un territorio non è che qualcuno se ne vada. Comincia quando lo spazio delle possibilità si restringe tanto che partire diventa l’unico progetto ancora praticabile.
La libertà di uscire è quindi una misura della qualità di un paese, non la prova della sua sconfitta. Un ragazzo deve poter andare a studiare, cercare un lavoro altrove, innamorarsi di un’altra città, viaggiare, cambiare idea. Non ha contratto alla nascita il dovere di salvare l’anagrafe del comune. Se per dimostrare amore verso il luogo in cui è cresciuto deve rinunciare alle proprie opportunità, quella non è appartenenza: è una forma di trattenimento.
Un paese che trattiene le persone per paura di perdere abitanti finisce spesso per perderle comunque, insieme alla possibilità che un giorno desiderino tornare.
Dovremmo anche smettere di pensare al ritorno come al movimento inverso della partenza. Chi torna non riavvolge la propria vita e non rientra necessariamente nello stesso posto sociale che aveva lasciato. Può tornare per un’estate, per alcuni mesi, per aprire un’attività, seguire un cantiere, occuparsi dei genitori, lavorare da remoto o semplicemente verificare se quel luogo può diventare di nuovo una parte concreta della propria vita.
Può mantenere più di una base. Può ripartire ancora. Può perfino non avere ancora deciso, condizione umana molto diffusa che le statistiche e le amministrazioni pubbliche faticano comprensibilmente a inserire in una casella.
La circolazione non rende meno autentico il rapporto con il territorio; spesso lo rende possibile nelle condizioni contemporanee.
Qui entra in gioco un equivoco che incontro in quasi ogni discussione sul ripopolamento. Continuiamo a misurare la vitalità dei luoghi quasi esclusivamente attraverso la residenza anagrafica permanente, mentre le vite reali sono diventate molto più mobili: ci sono residenti, lavoratori stagionali, persone che trascorrono in un luogo uno o tre mesi, famiglie divise tra più città, pensionati internazionali, lavoratori da remoto e nuovi abitanti che prima provano un territorio e solo dopo decidono se restare.
Non sono categorie intercambiabili. Un pernottamento non è un trasferimento di residenza. Ma vale anche il contrario: l’uso non è residenza, però non è niente. Può sostenere un negozio, creare una relazione, produrre lavoro o preparare una scelta futura. La precisione serve a non trasformare ogni presenza in un miracolo demografico e, nello stesso tempo, a non cancellare tutto ciò che non entra subito in un registro comunale.
Anche chi arriva da fuori mette alla prova la nostra idea di appartenenza. Siamo ancora portati a considerare il paese come qualcosa che appartiene prima di tutto a chi vi è nato, quasi che la nascita conferisse una quota eterna di autenticità. Anguilla, ancora una volta, dovrebbe metterci in guardia.
Un luogo può diventare tuo anche per frequentazione, cura, relazioni e responsabilità. Molte persone nate all’estero vivono per periodi significativi nei territori italiani, vi lavorano, raccontano ciò che vedono, mettono in circolo competenze e costruiscono legami. Non sono automaticamente salvatrici dei borghi e non vanno contabilizzate come residenti quando non lo sono. Sono presenze reali, con intensità e conseguenze diverse, che obbligano a superare la scelta binaria tra turista e residente, tra estraneo e locale.
Un paese capace di stare nel mondo dovrebbe allora funzionare come un’infrastruttura di libertà. Deve rendere possibile arrivare e partire: abitazioni dignitose, trasporti, connessioni, assistenza sanitaria, scuola, luoghi di incontro e lavoro. E deve essere collegato a un sistema territoriale più ampio, perché nessun piccolo comune può promettere da solo tutto ciò che serve a una vita.
La retorica del paese autosufficiente è suggestiva, ma spesso nasconde l’isolamento che ha contribuito al suo declino. Non basta convincere qualcuno ad arrivare; bisogna permettergli di costruire una vita che non termini ai confini amministrativi del comune.
Neppure la comunità si costruisce dichiarandola in un progetto o organizzando un festival una volta all’anno. Nasce dalla ripetizione degli incontri, dalla possibilità che persone con età, provenienze e risorse differenti condividano spazi e problemi reali. Chi arriva deve poter entrare senza essere costretto a recitare la parte dell’ospite riconoscente; chi è nato lì deve poter partire senza essere accusato di tradimento. E chi torna deve poter portare qualcosa di nuovo senza sentirsi rispondere che si è sempre fatto diversamente.
Una comunità vitale non elimina il movimento: impara a trasformarlo in relazione.
Per questo l’Italia non dovrebbe scegliere tra la difesa delle radici e la mobilità. La sua forza sta proprio nella quantità di luoghi ai quali è ancora possibile attribuire un nome, un paesaggio, una memoria e una voce. Ma quelle identità non si proteggono imbalsamandole. Si proteggono consentendo loro di incontrare altre vite, accettando che l’appartenenza possa essere plurale, temporanea, intermittente e perfino contraddittoria.
Si può essere di un paese e vivere altrove; arrivare da lontano e diventare parte della sua storia; tornare senza promettere di restare per sempre.
La frase di Pavese contiene allora un programma molto più contemporaneo di tante strategie sui borghi. Un paese è vivo quando partire non significa spezzare ogni legame, tornare non significa aver fallito, arrivare non significa invadere e restare non significa rinunciare al mondo.
Il paese di cui abbiamo bisogno non è quello dal quale nessuno se ne va. È quello che continua a esistere nella vita delle persone anche quando sono altrove e che, quando vogliono rientrare o quando qualcuno di nuovo bussa alla porta, è ancora capace di offrire possibilità reali.
Forse è per questo che, decenni dopo quella maturità, Pavese e Pasolini continuano a tornare dentro ciò che scrivo. Non come appartenenze politiche, ma come strumenti per leggere il Paese.
Un paese ci vuole. Ma, per esserci davvero, deve lasciarti andare.


