Esco quando voglio

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Tre libri, parecchi numeri e una piccola ossessione: capire perché tutti vogliono l’Italia, ma viverci è un altro mestiere

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Matteo Cerri
set 28, 2026
∙ A pagamento

Negli ultimi mesi abbiamo studiato digital nomad, case a un euro e persone che sono arrivate dall’estero e poi, più o meno intenzionalmente, sono rimaste. Ne sono usciti tre libri di NOMAG Research. E, per una volta, c’è persino una ragione concreta per diventare paid subscriber di Esco Quando Voglio (fosse anche solo per qualche minuto, giusto il tempo per scaricare i libri).

Negli ultimi anni mi sono trovato a scrivere parecchio di piccoli comuni che perdono abitanti, case che costano meno di una Panda usata, americani che comprano ruderi in Sicilia, digital nomad che dovrebbero salvarci dalla desertificazione demografica, remote worker che lavorano davanti al mare e amministratori locali che, dopo aver letto due articoli sulla California, decidono comprensibilmente che la soluzione sia aprire un coworking.

Alcune di queste cose funzionano. Altre funzionano molto meno. Altre ancora funzionano benissimo, ma per una ragione completamente diversa da quella che raccontiamo.

Ed è più o meno da lì che è nata la collana NOMAG Research.

A un certo punto mi sono stancato di continuare a leggere che l’Italia è la destinazione ideale per i digital nomad senza sapere quanti di loro la considerino davvero, chi siano, quanto guadagnino, quanto restino e soprattutto perché, dopo averla desiderata per anni, spesso decidano di passarci qualche mese e poi ripartire. Allo stesso modo, dopo aver visto centinaia di articoli sulle case a un euro - alcuni dei quali sembravano suggerire che con una moneta da un euro e un biglietto Ryanair fosse possibile risolvere contemporaneamente lo spopolamento, il degrado immobiliare e probabilmente anche il debito pubblico - mi sembrava interessante capire quante di quelle case fossero state davvero vendute, quante ristrutturate e soprattutto quante avessero portato nuovi abitanti.

Poi, come spesso succede, facendo una domanda ne è arrivata un’altra.

Perché continuavamo a parlare di persone che sarebbero potute venire in Italia, di persone che stavano pensando di farlo o che avevano comprato una casa qui, quando avevamo già davanti migliaia di persone che l’Italia l’avevano scelta davvero, ci vivevano e potevano raccontarci con una precisione difficilmente replicabile cosa significasse trasformare una vacanza in una vita normale.

Da lì è nato RELOCALS.

E alla fine sono usciti tre lavori che parlano apparentemente di cose diverse, ma in realtà girano tutti intorno alla stessa domanda: siamo bravissimi a far desiderare l’Italia. Ma quanto siamo bravi a fare in modo che qualcuno riesca davvero a viverci?

Il primo libro, Digital Nomad: finalmente anche in Italia… almeno per un po’, parte da un campione di 1.056 persone e prova a capire chi siano davvero i digital nomad, remote worker (o chiamateli come vi piace) internazionali interessati all’Italia. Già qui c’è una prima sorpresa abbastanza salutare: sono molto meno “ragazzi con lo zaino” di quanto continuiamo a immaginare. La fascia più numerosa del nostro campione è quella tra 35 e 44 anni, seguita a pari merito da 25-34 e 45-54. Professionisti, spesso con redditi interessanti, che non necessariamente cercano un ostello con il tavolo da ping pong e la fibra ottica, ma magari una casa decente, un medico (perché non si sa mai), un treno che passi anche la sera e un sistema amministrativo che non richieda tre settimane di analisi con ‘uno bravo’ per avere un appuntamento.

Il secondo, Il vero effetto delle case a 1 euro, prova invece a separare alcune cose che nel racconto pubblico vengono spesso messe tutte nello stesso pentolone: vendere un immobile, ristrutturarlo, utilizzarlo qualche settimana l’anno e trasferirsi davvero in quel comune non sono la stessa cosa. Il fenomeno delle case a un euro ha avuto un successo mediatico gigantesco e, in molti territori, ha rimesso in movimento immobili che non avevano più mercato, portato lavori, compratori stranieri e un’attenzione internazionale che sarebbe costata milioni in pubblicità. Ma quando proviamo a misurare l’effetto demografico, la storia diventa più complicata. Non peggiore. Semplicemente più complicata, che di solito è quello che succede quando ai titoli di giornale si aggiungono i numeri. Per non menzionare le boiate solenni che ci rifilano gran parte dei media e reel di instagram.

Infine c’è RELOCALS – risultati preliminari, il lavoro che probabilmente mi incuriosisce di più perché parte da quelli che sono già arrivati. Persone nate all’estero, trasferite in Italia e che spesso ci vivono da molto più tempo di quanto avessero previsto. I primi risultati sono ancora esplorativi e vanno presi per quello che sono - non abbiamo improvvisamente censito tutti gli stranieri residenti in Italia, anche se ammetto che sarebbe stato comodo - ma alcune indicazioni sono difficili da ignorare: molti continuano a produrre reddito fuori dal Paese, moltissimi raccontano che vivere qui ha cambiato il modo in cui parlano dell’Italia e una grande parte non è mai stata coinvolta da enti, territori o imprese italiane per mettere a disposizione la propria esperienza, le proprie competenze o il proprio network.

Che è curioso, perché spendiamo parecchio per convincere gli stranieri a venirci a trovare e pochissimo per chiedere a quelli che sono già qui perché abbiano deciso di restare.

Il 24 settembre abbiamo presentato questi tre lavori al Centro Studi Americani di Roma, insieme a ITS Italy e We the Italians, e lì mi sono accorto ancora di più di quanto i tre libri fossero legati. Digital nomad, case a un euro e 'relocals non sono tre fenomeni isolati. Sono tre modi diversi di osservare il passaggio fra l’Italia immaginata e quella nella quale bisogna poi riuscire a vivere, lavorare, comprare una casa, aprire un’attività o semplicemente ottenere una risposta da un ufficio pubblico prima che arrivi Natale.

RELOCALS continuerà nel 2027 con almeno dodici tappe in Italia e l’idea è proprio quella di evitare che la ricerca finisca nel modo più tradizionale possibile: un PDF pubblicato, una presentazione, qualche fotografia e poi tutti a casa. Ogni tappa servirà ad allargare il campione, raccogliere altre esperienze e, cosa che considero particolarmente salutare, magari scoprire che alcune delle conclusioni alle quali siamo arrivati oggi erano sbagliate.

Perché se una ricerca serve soltanto a dimostrare quello che pensavamo già prima, probabilmente potevamo risparmiarci parecchio lavoro.

E per finire in Gloria arrivo a Esco Quando Voglio.

Chi mi segue da un po’ sa che ho sempre avuto una posizione piuttosto poco commerciale sull’abbonamento a pagamento di questa newsletter: vi ho detto più o meno apertamente che non vivo di questo, che non ho nessuna intenzione di promettervi puntualità svizzera, un calendario editoriale militare, cinque articoli premium alla settimana o improvvisi comportamenti da persona seria soltanto perché qualcuno paga qualche euro al mese. Esco Quando Voglio si chiama così anche per questo e, fino ad oggi, ho sempre pensato che diventare ‘paid’ fosse soprattutto un modo molto gentile per sostenere quello che faccio, non il biglietto necessario per entrare in un club esclusivo.

Questa volta, però, c’è una differenza abbastanza concreta.

Questi libri hanno richiesto ricerca, lavoro editoriale, raccolta dati, persone che ci hanno lavorato insieme a me e, inevitabilmente, costi. Quindi non avrebbe molto senso metterli semplicemente online gratis per tutti fingendo che produrli non sia costato nulla.

Avete però diverse possibilità.

Potete leggerli attraverso NOMAG, che è la casa naturale della collana. Potete passare da ITS Journal, dove in questo momento c’è anche una promozione piuttosto aggressiva - un anno al prezzo di tre mesi - che include l’accesso ai libri in entrambe le lingue. Oppure, se siete lettori di Esco Quando Voglio e volete semplicemente scaricarli da qui, per una volta vi tocca fare la cosa che normalmente vi dico che non è indispensabile fare: diventare paid subscriber.

Anche solo per un mese. Penso che a dire il vero basti anche solo per qualche minuto.

Vi iscrivete, scaricate i libri, poi se volete cancellate l’abbonamento e tornate free. Non mi offenderò. Probabilmente sopravviverò.

Naturalmente potete anche dimenticarvi di cancellarlo e rimanere paid.

Non è che mi offendo nemmeno in quel caso.

Anzi…

Quindi… riesci a resistere?

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Da qui in poi il contenuto rimane visibile solo ai paid subscribers che vogliono scaricarsi le tre ricerche in italiano o in inglese.

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