Il nuovo numero di Prima Comunicazione, la rivista che da più di cinquant’anni osserva chi possiede i media italiani, chi li dirige, chi vende la pubblicità e come cambia l’informazione, viene presentato l’11 agosto con una tesi piuttosto forte: il settore «sta bruciando e, mentre brucia, si reinventa». Seguono Del Vecchio e QN Media, Kyriakou e GEDI, Orfeo, Repubblica, La Stampa, il Secolo XIX, MFE, Pier Silvio Berlusconi, Mondadori Digital e i suoi 137 milioni di follower, Sky, Warner Bros. Discovery, La7, l’intelligenza artificiale, Audicom e persino la costruzione della nuova narrazione manageriale di Giampaolo Rossi alla Rai.
È una lunga e interessante mappa del potere e della trasformazione dei media italiani. Ma proprio perché la mappa è tanto ambiziosa, colpisce quello che apparentemente rimane fuori: tre vicende diversissime tra loro che, nelle settimane precedenti, avevano occupato pagine di giornali, televisioni e discussioni tra addetti ai lavori e che, a mio avviso, raccontano la crisi del vecchio sistema forse meglio di molte acquisizioni societarie.
La prima è Report e, soprattutto, Sigfrido Ranucci.
Non stiamo parlando di un programma residuale del servizio pubblico. Nella stagione 2025-26 Report ha chiuso il 31 maggio con 1,765 milioni di spettatori e l’11,9% di share; poche settimane prima aveva sfiorato 1,9 milioni e il 10,3%, numeri rilevanti per un programma di approfondimento in prima serata su Rai3.
Poi succede qualcosa che, per una rivista dedicata ai media, avrebbe parecchi ingredienti interessanti: un attentato al conduttore, un’indagine giudiziaria, il ruolo e i rapporti delle fonti, intercettazioni diventate pubbliche, contestazioni politiche, la reazione della redazione e, soprattutto, una decisione dell’azienda che il 10 luglio sospende cautelativamente le repliche estive di Report, spiegando di voler tutelare «un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». Dieci giorni dopo la Rai attiva anche verifiche interne attraverso il Comitato etico. Ranucci respinge le insinuazioni e sostiene che nessuna inchiesta sia stata condizionata.
Il 10 agosto viene poi arrestato Valter Lavitola, accusato dalla Procura di Roma di essere il mandante dell’attentato contro Ranucci; l’11 agosto emergono inoltre dalle carte dell’inchiesta messaggi relativi a un progetto politico che Lavitola avrebbe prospettato allo stesso giornalista. Accuse, circostanze e responsabilità devono naturalmente rimanere nei confini di ciò che è stato accertato o deve ancora esserlo: il punto qui non è decidere chi abbia ragione, ma osservare che attorno al volto probabilmente più riconoscibile del giornalismo televisivo d’inchiesta italiano si è aperta una questione gigantesca di reputazione, fonti, autonomia editoriale, rapporto con la Rai e fiducia del pubblico.
È difficile immaginare un tema più adatto a Prima Comunicazione.
Il secondo elefante è molto diverso e, proprio per questo, forse ancora più interessante: Striscia la Notizia.
Qui occorre essere precisi. Non sto sostenendo che Striscia sia mai stata giornalismo d’inchiesta nel significato professionale e metodologico che attribuiamo a Report. Sarebbe una forzatura. Ma sarebbe altrettanto miope ridurla alle Veline, ai Tapiri e alle battute di Greggio e Iacchetti. Per quasi quarant’anni Striscia - e, con una grammatica diversa, Le Iene - ha funzionato come una specie di centroavanti di sfondamento dell’informazione popolare: truffe, abusi, servizi pubblici che non funzionano, falsi professionisti, sprechi, raggiri, piccoli e grandi scandali portati davanti a milioni di persone prima che, in molti casi, giornali, istituzioni o altre trasmissioni cominciassero ad occuparsene. Era infotainment, certamente, ma era anche un formidabile dispositivo di agenda setting popolare.
I numeri raccontano da soli che qualcosa si è rotto. Il 22 gennaio 2026 il debutto del nuovo esperimento di Striscia in prima serata raccoglie 2,783 milioni di spettatori e il 18,61%; sette giorni dopo scende a 1,807 milioni e 12,35%; il 5 febbraio arriva a 1,717 milioni e l’11%. Nella stessa serata, la Ruota della Fortuna, che ha preso stabilmente possesso di quello che per decenni era stato il territorio naturale di Striscia, supera 4,8 milioni di spettatori. Sono numeri ufficiali Mediaset.
Poi arrivano i palinsesti 2026-27. Il 9 luglio Pier Silvio Berlusconi presenta la nuova stagione e, interrogato su Striscia, risponde che Mediaset e Antonio Ricci stanno ancora valutando cosa fare. Non una cancellazione ufficiale, quindi, e sarebbe sbagliato scriverlo. Ma un programma nato nel 1988, che per decenni ha occupato una delle fasce più strategiche e redditizie della televisione italiana, passa dall’essere un appuntamento quotidiano apparentemente inamovibile a non avere una collocazione certa nel palinsesto presentato dall’azienda.
Se stiamo raccontando come cambia la televisione italiana sotto Pier Silvio Berlusconi, non è precisamente un dettaglio.
E poi c’è il terzo elefante, quello per il quale bisogna pesare ancora meglio le parole: Urbano Cairo.
Il 22 giugno Cairo Communication acquisisce il 14,10% di Editoriale Genesis, la società che pubblica proprio Prima Comunicazione e Primaonline; a questa partecipazione si aggiunge lo 0,33% detenuto personalmente da Urbano Cairo. Alessandra Ravetta conserva saldamente la maggioranza con il 54,89% e, cosa che è giusto riconoscere, Prima non nasconde affatto l’operazione: la racconta pubblicamente e la stessa Ravetta spiega che sarebbe stato incoerente occuparsi per mestiere degli assetti proprietari degli altri e non essere altrettanto trasparenti sul proprio. I dati sulla quota sono peraltro riportati anche nella semestrale di Cairo Communication.
Fin qui, quindi, nulla da eccepire.
Solo che il 2 agosto il Corriere della Sera, controllato da RCS e quindi da Cairo, dedica due intere pagine a un’intervista al proprio editore per i dieci anni alla guida del gruppo. Il giorno dopo il Comitato di redazione reagisce parlando apertamente di una scelta «inopportuna», ricordando che Cairo era comparso in prima pagina per tre giorni consecutivi e sostenendo che operazioni del genere comportano il rischio di trasmettere ai lettori «un’immagine di scarsa indipendenza della testata». Il Cdr contesta anche il tempismo: pochi giorni prima era stato comunicato un aumento di 20 centesimi del prezzo del quotidiano.
Ora, sarebbe scorretto costruire da questa sequenza una teoria: Cairo entra con una quota di minoranza in Prima, quindi Prima evita il caso Cairo. Non lo sappiamo, non ci sono elementi per sostenerlo e, soprattutto, la maggioranza della società resta altrove. Una coincidenza non è una causalità.
Ma è altrettanto difficile fingere che la coincidenza non sia giornalisticamente interessante.
Una rivista nata nel 1973 con uno slogan magnifico come «la comunicazione come tecnica di potere», che per definizione osserva i rapporti fra proprietà e informazione, ha appena accolto nel proprio capitale uno dei principali editori italiani e, poche settimane dopo, la redazione del principale quotidiano di quello stesso editore solleva pubblicamente un problema di percezione della propria indipendenza. Non è necessariamente uno scandalo. È però quasi la definizione da manuale di una storia da raccontare.
C’è naturalmente un’obiezione ragionevole a tutto questo: i tempi di chiusura di un mensile. Un numero di luglio-agosto arrivato in edicola l’11 agosto è stato necessariamente preparato molto prima e sarebbe ridicolo pretendere che recepisse una notizia del 10 agosto. Vero. L’arresto di Lavitola appartiene evidentemente a questa categoria.
Ma la sospensione delle repliche di Report è del 10 luglio e le verifiche interne Rai del 20 luglio; l’incertezza sul futuro di Striscia emerge pubblicamente alla presentazione dei palinsesti del 9 luglio; l’ingresso di Cairo nel capitale di Editoriale Genesis risale a giugno e la durissima presa di posizione del Cdr del Corriere è del 3 agosto. Almeno due di queste tre storie esistevano quindi da settimane, e tutte e tre erano perfettamente coerenti con la domanda che Prima dice di voler affrontare: come si sta trasformando il potere nei media italiani?
Forse la risposta più semplice rimane quella giusta: sono “scelte editoriali”. Non tutto può entrare in un numero e non tutto deve entrare in un sommario. Ma quando racconti Mondadori Digital, i palinsesti di Mediaset, il riposizionamento manageriale di Giampaolo Rossi, la nuova GEDI, Sky, La7, Warner Bros. Discovery e persino la guerra cognitiva, tre assenze così difficilmente possono non incuriosire.
Eppure, ripensandoci, forse c’è un quarto elefante molto più grande degli altri tre.
Siamo noi.
Perché mentre giornalisti e addetti ai lavori discutono di indipendenza delle redazioni, rapporti con le fonti, concentrazioni proprietarie, confini tra giornalismo e intrattenimento e libertà del servizio pubblico, i dati suggeriscono che una parte crescente del pubblico stia semplicemente abbandonando il campo.
Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute dice che in Italia appena il 32% dichiara di fidarsi generalmente delle notizie, quattro punti in meno rispetto all’anno precedente; il 36% afferma di evitare le news spesso o qualche volta, tre punti in più rispetto al 2025; appena l’8% paga per l’informazione online. Non sono dati che dimostrano che agli italiani non importi nulla di Ranucci, di Striscia o di chi possieda il Corriere: sostenere questo sarebbe metodologicamente scorretto. Dicono però qualcosa di forse ancora più preoccupante, cioè che mentre l’industria dell’informazione discute di chi controlla l’informazione, una quota crescente delle persone non si fida più dell’informazione abbastanza da volerla cercare, e quasi nessuno abbastanza da volerla pagare.
Ed è qui che le tre storie tornano improvvisamente insieme.
Possiamo discutere all’infinito se Report rappresenti ancora il massimo del giornalismo d’inchiesta italiano, se Striscia fosse giornalismo oppure spettacolo travestito da informazione, se due pagine dedicate da un quotidiano al proprio proprietario mettano davvero in discussione l’indipendenza di una redazione e se l’ingresso di un editore nel capitale di una rivista specializzata debba cambiare qualcosa nella percezione dei suoi lettori.
Sono discussioni importanti.
Il problema è che rischiano di diventare discussioni tra persone che lavorano nei media su problemi dei media, mentre il pubblico passa oltre.
E allora forse la domanda non è soltanto perché Prima Comunicazione, nel numero dedicato a un settore che «sta bruciando», sembri non vedere tre elefanti piuttosto vistosi nella stanza.
La domanda più scomoda è un’altra: se anche li avesse messi tutti e tre in copertina, a quanti sarebbe importato davvero?
Non lo so.
Ed è proprio questo che mi preoccupa.



