Tranquilli, l’estate sta finendo. Ancora due o tre settimane e potremo finalmente smettere di leggere quanto sono importanti i borghi (non i paesini - i borghi, perché altrimenti non fa figo), quanto fa bene camminare lentamente, quanto abbiamo sbagliato tutto vivendo in città, quanto siano preziosi i rapporti umani, quanto si lavori meglio guardando una collina invece della tangenziale e quanto, in fondo, avessero capito tutto quelli che vivono ancora nei paesi.
È un fenomeno che torna puntuale ogni estate, e LinkedIn ormai è uno dei posti migliori per osservarlo.
Per undici mesi raccontiamo la velocità, la crescita, gli aeroporti, le riunioni, l’intelligenza artificiale, la produttività, le startup, le città globali e il fatto che dobbiamo essere raggiungibili sempre. Poi arrivano luglio e agosto, qualcuno passa una settimana in un borgo umbro, in una valle alpina o in una masseria pugliese e improvvisamente scopriamo tutti insieme che forse la vita vera è un’altra.
Una fotografia di un vicolo. Una signora anziana seduta davanti alla porta. Il pane comprato dal forno del paese. Il barista che sa già cosa prendiamo dopo tre giorni. Il computer aperto sotto un pergolato. Il mercato del sabato. Le campane. Il silenzio. La frase inevitabile sul fatto che “qui il tempo ha ancora un altro valore”.
Ed è tutto vero.
Il problema è che è vero soprattutto ad agosto.
Perché in estate moltissimi piccoli comuni italiani diventano esattamente quello che il cittadino vorrebbe che fossero: pieni di gente (forse un po’ troppa), belli, rumorosi al punto giusto, con le piazze animate, i ristoranti aperti, le sagre, i bambini che corrono, le seconde case finalmente abitate e quella sensazione molto rassicurante che esista ancora un’Italia diversa da quella dalla quale siamo appena scappati.
Solo che una parte consistente delle persone che rende possibile quella scena, dopo qualche settimana, se ne va.
E allora sarebbe interessante tornare negli stessi posti non il 12 agosto, ma il 12 novembre.
Non per rovinarci la poesia. Al contrario: per capire davvero di cosa stiamo parlando.
Perché il ‘borgo’ che abbiamo raccontato come modello alternativo alla città potrebbe avere il bar aperto soltanto la mattina, il negozio alimentare più vicino a dieci chilometri, pochissimi bambini, una popolazione molto anziana, nessuna casa disponibile in affitto per chi volesse davvero trasferirsi e magari decine di abitazioni chiuse per quasi tutto l’anno.
La trattoria autentica che abbiamo fotografato potrebbe lavorare tre mesi. Il giovane artigiano che abbiamo celebrato potrebbe non sapere se riuscirà a restare. La scuola potrebbe avere una pluriclasse o essere già stata chiusa. Per raggiungere un ospedale potrebbero servire quaranta minuti di macchina. E quella stessa vita lenta che ad agosto ci sembrava meravigliosa, a gennaio potrebbe diventare semplicemente mancanza di alternative.
Che non significa affatto che vivere nei piccoli centri sia peggio.
Significa che noi tendiamo a innamorarci di una versione dei piccoli centri costruita esattamente nel momento dell’anno in cui assomigliano meno alla loro condizione ordinaria. Una distinzione non da poco.
Perché da questa rappresentazione nasce poi una quantità sorprendente di ricette per la rinascita dei territori: smart working, nomadi digitali, turismo esperienziale, alberghi diffusi, coworking nei borghi, ritorno alla terra, comunità energetiche, nuove economie locali.
Tutte cose che possono avere senso. Alcune moltissimo.
Ma tra passarci una settimana e decidere di viverci c’è praticamente tutto.
C’è la mobilità. Ci sono i servizi. C’è la sanità. C’è la scuola. C’è una casa realmente abitabile, possibilmente non dopo tre anni di lavori. C’è la possibilità di conoscere altre persone che non abbiano settantacinque anni. C’è una connessione decente. C’è la necessità, banalissima ma spesso dimenticata, di poter costruire una vita.
E soprattutto c’è l’inverno.
L’inverno è probabilmente il miglior consulente di rigenerazione territoriale che abbiamo.
Toglie le luminarie, chiude qualche ristorante, fa ripartire i figli che erano tornati per le ferie, svuota le seconde case e ci mostra quali territori abbiano davvero una comunità e quali, invece, per qualche settimana all’anno ne mettano in scena il ricordo.
Per questo mi fanno un po’ sorridere le conversioni estive alla vita lenta. Non perché siano false. Credo anzi che dicano qualcosa di vero sul modo in cui molti di noi vorrebbero vivere meglio. Ma perché continuiamo a guardare questi territori soprattutto attraverso ciò che possono dare a noi.
La pace. Lo spazio. Il buon cibo. La casa economica. La vista. Il tempo. Il senso di comunità.
Molto meno spesso ci chiediamo cosa servirebbe perché qualcuno potesse restarci davvero. E magari perfino qualcuno che ci è nato.
Tra qualche settimana torneranno le scuole, riprenderanno le riunioni, le città torneranno piene e i feed professionali ricominceranno a occuparsi di performance, leadership, innovazione e crescita. I borghi continueranno naturalmente a esistere, solo con molti meno post dedicati alla loro capacità di insegnarci come si vive.
Forse però è proprio quello il momento in cui dovremmo cominciare a parlarne.
Quando smettono di essere una soluzione alla nostra estate e tornano a essere un problema - e un’opportunità - per chi ci vive dodici mesi all’anno.
Perché riscoprire i borghi, come gran parte del territorio italiano, ad agosto è facilissimo. Il difficile è trovare una ragione per esserci a febbraio.



