Tra il turista e l’abitante c’è un lungo percorso. Ed è lì che si gioca il futuro delle aree interne
Ho letto con molto interesse l’intervista realizzata da Alex Urso per Artribune ad Antonio De Rossi, architetto e professore di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino, e la successiva riflessione di Riccardo Rescio, che parte proprio dalle posizioni espresse da De Rossi per sostenere una tesi in parte diversa: il turismo non sarebbe necessariamente il nemico delle aree interne, ma potrebbe anzi rappresentare, soprattutto nei territori più marginali e meno visibili, la prima scintilla capace di riportare persone, attenzione e risorse.
Sono due posizioni che considero entrambe importanti e, soprattutto, molto più utili di una buona parte della retorica che negli ultimi anni ha circondato il tema dei borghi e delle aree interne. De Rossi ha ragione quando mette in guardia dalla trasformazione dei paesi in scenografie, da quella specie di Disneyficazione rurale fatta di ristorantini, facciate restaurate, gerani e qualche evento estivo, con l’idea piuttosto ottimistica che basti rendere un luogo più fotogenico perché torni automaticamente a essere vivo. Rescio, però, individua un problema altrettanto concreto quando osserva che molti territori, prima ancora di potersi interrogare sulla loro sofisticata infrastruttura di abitabilità, devono semplicemente tornare a essere guardati, visitati, conosciuti e messi in relazione con l’esterno.
È proprio qui che, dopo quasi cinque anni di lavoro sul campo con ITS ITALY, io tendo a vedere un terzo pezzo del problema, probabilmente meno elegante da raccontare ma molto più presente nella realtà quotidiana: tra il turista e l’abitante non c’è un interruttore, e soprattutto non c’è quel passaggio quasi istantaneo che molte narrazioni sembrano immaginare. C’è un percorso lungo, spesso disordinato, fatto di ritorni, tentativi, soggiorni progressivamente più lunghi, case da trovare, pratiche da capire, servizi che esistono sulla carta ma molto meno nella vita reale, professionisti che rispondono e altri che scompaiono, amministrazioni che dichiarano di voler attrarre nuovi residenti ma non sempre sanno cosa fare quando un nuovo residente potenziale si presenta davvero.
Il punto, insomma, è che il problema non è quasi mai convincere qualcuno che l’Italia sia bella. Su questo fronte possiamo tranquillamente risparmiare qualche brochure, qualche slogan e forse anche qualche drone che sorvola un campanile al tramonto. L’Italia, per fortuna, continua a essere abbastanza brava a vendersi da sola. Il problema comincia immediatamente dopo, quando una persona che ha visitato un territorio, magari più volte, decide di fare una domanda molto semplice: “E se provassi a viverci per qualche mese?”.
È in quel momento che la cartolina smette di bastare e comincia la vita reale. Quella casa vista online è davvero disponibile? È abitabile oppure richiede lavori che nessuno ha quantificato seriamente? Quel rudere da quarantamila euro costa davvero quarantamila euro oppure, prima di poterci accendere una lampadina, bisogna spenderne altri centottanta? C’è una connessione internet sufficientemente stabile per lavorare? Come si arriva all’aeroporto? Dove si trova un medico? Chi può spiegare in modo comprensibile cosa bisogna fare per acquistare, ristrutturare, ottenere un codice fiscale, aprire un conto, chiedere un permesso, trasferire una residenza o semplicemente capire se quella vita è sostenibile prima di averci investito troppo denaro e troppo entusiasmo?
Sono domande molto meno romantiche di quelle con cui abitualmente raccontiamo le aree interne, ma sono precisamente quelle che determinano se una persona tornerà, resterà qualche mese in più o, dopo due tentativi, deciderà semplicemente che il sogno italiano era più piacevole visto da Londra, Boston o Amsterdam.
Quello che abbiamo osservato con ITS Italy è che il rapporto con un territorio si costruisce quasi sempre per gradi. Una persona arriva una prima volta, ritorna, prova un’altra stagione, si ferma qualche settimana in più, poi magari affitta una casa per alcuni mesi e comincia a conoscere il luogo non soltanto nella sua versione estiva o festiva, ma in quella più istruttiva di un martedì mattina di novembre, quando piove da quattro giorni, il bar chiude presto, l’idraulico non risponde e per trovare un servizio che in città era sotto casa bisogna percorrere venticinque chilometri.
È in quel momento, molto più che davanti a una vista panoramica, che si capisce se esiste una vera possibilità di permanenza.
Poi, qualche volta, arriva l’acquisto. Una casa che era chiusa da anni torna ad aprirsi, entra un geometra, poi un muratore, magari un falegname, un elettricista, qualcuno che taglia l’erba, qualcuno che porta mobili o sistema il tetto. Quella persona comincia a spendere nel territorio non più come un turista, ma come qualcuno che ha bisogno che quel territorio funzioni. Torna più spesso, invita amici, conosce i vicini, scopre attività e servizi che prima non avrebbe mai cercato. Forse un giorno trasferirà formalmente la propria residenza, forse non lo farà mai, ma nel frattempo definirla semplicemente “turista” diventa abbastanza poco utile.
È per questo che trovo interessante parlare di economia della permanenza. Il turismo tradizionale misura gli arrivi e le presenze, perché sono dati semplici da raccogliere, facili da confrontare e molto comodi da inserire nei comunicati stampa. Ma per un piccolo comune che perde popolazione da decenni, forse non sono necessariamente i numeri più interessanti. Un paese può registrare centomila visitatori in un anno e ritrovarsi dodici mesi dopo esattamente nelle stesse condizioni; al contrario, trenta o cinquanta famiglie che iniziano a trascorrervi stabilmente due, tre o sei mesi l’anno possono produrre effetti economici e sociali assai più profondi.
Non perché arrivino dall’estero con una particolare vocazione salvifica, naturalmente, e sarebbe ingenuo raccontarla così. Semplicemente perché hanno bisogni, e i bisogni generano economia. Hanno bisogno di abitazioni, manutenzione, mobilità, connessioni, negozi, ristorazione, assistenza professionale, servizi sanitari e amministrativi. Consumano forse meno intensamente di un turista in vacanza, ma lo fanno per molto più tempo e, soprattutto, iniziano a formulare una domanda che riguarda la qualità della vita e non più soltanto la qualità della visita.
È qui che l’idea di De Rossi sull’abitabilità diventa, a mio avviso, ancora più concreta. Perché l’abitabilità non è una categoria astratta e non coincide soltanto con i grandi servizi pubblici. È fatta anche di una quantità quasi banale di cose che, prese una per una, sembrano dettagli, ma che sommate decidono se qualcuno resta oppure se ne va: una casa che può essere acquistata senza mesi di misteri, una connessione che funziona, un professionista che risponde, un’amministrazione che non considera una richiesta in inglese un evento antropologico, un minimo di mobilità, l’accesso alla sanità, la possibilità di lavorare e una comunità che non guardi ogni nuovo arrivato né come un invasore né, all’opposto, come un portafoglio ambulante.
Questa è anche la parte meno fotografabile del lavoro. Significa guidare per ore per vedere una proprietà che sulla carta sembrava perfetta e scoprire che non lo è affatto; verificare che un servizio pubblicizzato come disponibile in realtà funzioni due giorni alla settimana; trovare professionisti capaci di lavorare con persone che non conoscono il sistema italiano; spiegare le stesse procedure più volte; tradurre non soltanto la lingua, ma un intero modo di fare le cose; distinguere una vera opportunità da una casa che costa poco semplicemente perché nessuno sa più cosa farsene.
Sono cose che hanno poco a che fare con la retorica della rigenerazione e molto con gli stivali infangati, ma è proprio lì che, nella pratica, iniziano a succedere le cose.
Allo stesso tempo, credo che Rescio abbia ragione nel ricordare che qualcuno, prima di tutto, deve arrivare. Ci sono territori italiani che non soffrono di overtourism ma dell’esatto contrario: non vengono visti, non vengono considerati, non entrano neppure nel radar di persone che potrebbero invece trovare proprio lì quello che stanno cercando. Pensare quindi che la rinascita possa avvenire soltanto costruendo servizi per una popolazione che continua a diminuire rischia di essere insufficiente. Serve anche nuova domanda, serve apertura verso l’esterno, serve la capacità di attrarre persone che altrimenti non avrebbero mai pensato a quel luogo.
Il turismo può essere una delle porte d’ingresso, e probabilmente in molti casi è la più immediata. Ma il vero nodo, a quel punto, è capire cosa succede dopo che quella porta è stata aperta.
È qui che, secondo me, si colloca lo spazio ancora poco esplorato tra le due posizioni. Non si tratta di scegliere se abbiano ragione quelli che vogliono più turisti o quelli che vogliono più abitanti. Si tratta di costruire il percorso che permette a una persona di passare dalla scoperta al ritorno, dal ritorno alla permanenza, dalla permanenza alla relazione con il territorio e, in alcuni casi, dalla relazione all’investimento e all’appartenenza.
Non tutti arriveranno alla residenza, e credo sia un errore considerare irrilevante tutto ciò che viene prima. Una famiglia che trascorre quattro mesi all’anno in un piccolo comune, recupera una casa abbandonata, utilizza servizi locali, paga professionisti, compra nei negozi, partecipa alla vita del luogo e porta altre persone non diventa economicamente o socialmente irrilevante soltanto perché mantiene la propria residenza a Londra o New York.
Naturalmente bisogna distinguere i territori e governare il fenomeno. Se la presenza esterna produce espulsione degli abitanti, aumento incontrollato dei prezzi o trasformazione delle case in puro asset finanziario, abbiamo semplicemente ricreato sotto un altro nome il problema denunciato da De Rossi. Ma applicare la stessa diagnosi a Firenze, Venezia, Cortina e a un paese dell’Appennino dove metà delle case sono chiuse da vent’anni significa confondere contesti che hanno problemi opposti.
Ed è forse qui che il dibattito dovrebbe diventare un po’ meno ideologico e molto più territoriale.
Per decenni abbiamo investito nella promozione dei luoghi: portali, campagne, eventi, slogan, identità visive, festival e la consueta dose di storytelling. Forse il passaggio successivo consiste nel domandarsi che cosa succede quando, miracolosamente, tutta quella promozione funziona. Una persona arriva, le piace il posto, vuole tornare e magari decide di fermarsi più a lungo. A quel punto, chi la accompagna? Dove trova una casa? Come capisce cosa è realmente possibile fare? Come entra in contatto con il territorio senza dover diventare, nel giro di una settimana, esperta di burocrazia italiana, edilizia, fiscalità e antropologia locale?
È questa capacità di trasformare l’interesse in permanenza che manca ancora in moltissimi luoghi.
Potremmo chiamarla “conversione territoriale”, se il termine non suonasse inevitabilmente troppo commerciale. In realtà si tratta di qualcosa di molto semplice: ridurre la quantità di attrito che separa il desiderio di vivere in un luogo dalla possibilità concreta di farlo.
Alla fine, quindi, considero molto importanti entrambe le posizioni da cui nasce questa riflessione. Antonio De Rossi, nell’intervista di Alex Urso su Artribune, ha ragione nel ricordarci che un territorio non rinasce diventando una scenografia per visitatori. Riccardo Rescio ha ragione quando osserva che, senza una prima scintilla capace di riportare persone, attenzione e risorse, molti territori non arrivano neppure al punto di potersi porre il problema dell’abitabilità.
Quello che aggiungerei, sulla base di ciò che vediamo ogni giorno con ITS Italy, è che tra quella scintilla e una nuova abitabilità esiste un enorme lavoro intermedio, molto concreto e assai poco glamour, che consiste nel rendere possibile la permanenza.
Forse, allora, il vero indicatore per le aree interne non dovrebbe essere soltanto quanti turisti siamo riusciti ad attirare, e neppure soltanto quanti nuovi residenti abbiamo registrato. Dovremmo cominciare a domandarci quanti sono tornati, quanto più a lungo sono rimasti, quanti hanno cominciato a utilizzare quel territorio in modo stabile e quanti, a un certo punto, hanno smesso di considerarlo soltanto un posto da visitare e hanno iniziato a pensarlo come uno dei posti in cui vivere.
Perché tra il turista e l’abitante ci sono parecchi chilometri. E, lavorando sul campo, si scopre abbastanza rapidamente che una buona parte non è asfaltata.



