Questa mattina, in Toscana almeno, è iniziata formalmente la stagione della caccia. Me ne sono accorto perché, per una volta, non sono stato svegliato dall’Ape 50 che passa sotto casa alle 7 della mattina con una puntualità e una testardaggine superiori a quelle di qualsiasi app dell’iPhone. Al suo posto, molto prima, dalla macchia maremmana arrivavano scoppiettate diffuse, accompagnate dall’abbaiare dei cani.
Mi trovo ancora qui per qualche settimana, purtroppo per la mia salute mentale e soprattutto per la circonferenza della mia pancia, prima di trasferirmi in un altro comune italiano dove riuscire a farmi odiare. Il mio rapporto con questo territorio e la sua popolazione è ancora oggetto di ricerca accademica.
Ora, non vorrei scrivere uno di quegli articoli contro la caccia fondati su motivazioni umanamente, moralmente e socialmente superiori. Anche perché, da queste parti, rischierei di diventare il prossimo bersaglio al posto di un cinghiale. E poi sarei un anticaccia poco credibile.
Di cinghiali, qui, ne ho incontrati parecchi. Vivi e trifolati. Uno ha persino ritenuto opportuno utilizzare la mia Mini come lima per la propria dentatura e ho trovato particolarmente complesso compilare la denuncia di sinistro per atto vandalico alla mia assicurazione inglese. Inoltre, non nascondo di apprezzare moltissimo quasi tutte le preparazioni culinarie nelle quali la loro carne finisca in umido, nel ragù o dentro un salamino. Se la selvaggina sparisse completamente dalle tavole, dunque, avrei anch’io qualcosa di cui lamentarmi.
Devo ancora documentarmi abbastanza per capire davvero che cosa spinga tante persone a cacciare. Immagino ci siano ragioni psicologiche, sociali, sportive e soprattutto tradizionali. Il bosco, il gruppo, i cani, l’attesa, l’abilità, il racconto della battuta: probabilmente la preda è soltanto una parte di un rito molto più grande. Una specie di “man cave” all’aperto, con meno divani, più fango e armi vere.
In Inghilterra mi è sempre stato più facile comprendere le restrizioni alla caccia alla volpe. Sarà perché nutro una certa simpatia per le piccole volpi londinesi, che ogni tanto vengono a parcheggiarsi nel nostro giardinetto. Sarà anche perché quella caccia mi è sempre sembrata una cerimonia di classe: cavalli, giacche, mute di cani e aristocratici lanciati all’inseguimento di un animale di pochi chili. Molta scenografia, molta poca necessità.
Nella macchia maremmana il quadro è diverso. La caccia non appare affatto una prerogativa della nobiltà. E, senza voler offendere i signori che ho visto praticarla, raramente mi hanno dato l’impressione di essere appena usciti da Cambridge.
Il problema che mi inquieta, però, non è l’accento né il curriculum dei cacciatori. È il rapporto fra entusiasmo, armi e sicurezza.
In questi paesi mi è capitato sorprendentemente spesso di sentire raccontare incidenti di caccia, alcuni persino mortali. Fra un centinaio di persone conosciute - e non meno di 10 Panda 4x4 (quelle degli anni 80/90) -, almeno quattro di loro avevano una vicenda grave da riferire direttamente o molto da vicino. Naturalmente non è una statistica: è un’impressione personale, raccolta al bar, nelle case e per strada. Ma è sufficiente a rendere meno romantico il suono delle doppiette nel bosco.
Perché una cosa è riconoscere la necessità di gestire popolazioni animali fuori equilibrio, i danni alle coltivazioni o la presenza eccessiva di cinghiali. Se a Roma fa curiosità vederne ogni tanto, qui si vedono e sentono con maggiore frequenza delle persone. Un’altra è accettare che boschi, sentieri e campagne diventino spazi nei quali chi non partecipa alla battuta debba sentirsi un intruso, o peggio un bersaglio potenziale. E grazie a Dio che non sono un appassionato di funghi pronto a girovagare per boschi.
E poi ci sono i cani, dei quali non ho ancora capito il ruolo morale: vittime, complici o carnefici? Probabilmente tutte e tre le cose, a seconda del punto di vista. Corrono, inseguono, obbediscono e qualche volta si perdono. Di certo sembrano prendere la faccenda molto sul serio, forse persino più degli uomini. Ma ci sta, fa parte del loro istinto - credo.
Mentre scrivo, continuo a sentire gli spari e l’abbaiare nella macchia. Provo un disagio che non riesco a trasformare in una posizione netta. I cinghialoni quasi mi fanno simpatia, anche quelli che lavorano per il fatturato del carrozziere . Non so neppure se siano davvero più rozzi di chi li insegue. Di sicuro, però, non hanno il porto d’armi e tengono famiglia. Non so se avete mai visto un cinghialino. A-do-ra-bi-le… meglio dei gattini su Instagram.
Forse la domanda non è se abolire la caccia o difenderla come una tradizione intoccabile. Forse dovremmo chiederci se sia possibile conservarne la funzione utile riducendone la componente più fanatica: più selezione e meno eccitazione, più formazione, controlli e responsabilità; zone, distanze e segnalazioni comprensibili anche a chi nel bosco vuole soltanto camminare; sanzioni serie per chi tratta un fucile come un accessorio folkloristico.
Un compromesso un po’ più credibile, insomma, fra la sicurezza delle persone, la gestione della fauna, le urgenze rituali dei cacciatori e la mia disponibilità a continuare a mangiare il cinghiale sotto forma di stufato o salamino.
Non sarà una posizione eroica. Ma almeno è onesta. E, in una mattina piena di doppiette, anche prudentemente disarmata.



