C’era una volta una piattaforma che prometteva di restituire dignità alla scrittura, agli autori e ai lettori. Niente algoritmi impazziti, niente balletti per conquistare attenzione, niente necessità di trasformarsi in influencer per riuscire a condividere una riflessione. Bastavano qualcosa da raccontare, qualcuno disposto a leggerlo e, possibilmente, un minimo di talento. Si chiamava Substack e, devo ammetterlo, l’idea mi piaceva parecchio.
Naturalmente, gli abbonamenti a pagamento c’erano già, perché anche chi scrive deve mangiare, pagare le bollette e magari concedersi qualche vizio. Fin qui, niente da eccepire: se produci contenuti di valore, chiedere a qualcuno di sostenerli economicamente è assolutamente legittimo. Anzi, in un mondo dove tutti pretendono contenuti gratuiti salvo poi lamentarsi della qualità dell’informazione, è persino una buona notizia.
Poi, però, è cominciata la trasformazione. Newsletter, podcast, video, community, abbonamenti differenziati e adesso, udite udite, i Chat Channels: fino a sedici salottini (tipo privé) per pubblicazione, ciascuno con le proprie regole, i propri privilegi d’accesso e, naturalmente, la possibilità di riservare ingresso e conversazioni a chi paga.
E qui mi è venuto un dubbio: ma siamo ancora su una piattaforma per scrittori o stiamo assistendo alla OnlyFansification of Substack?
Perché il passo successivo, a questo punto, mi sembra abbastanza evidente. Cinque dollari per entrare nella conversazione, dieci per farmi una domanda, quindici per una risposta ragionata e venticinque se desiderate che vi dia ragione anche quando avete scritto una sciocchezza. Per una foto dei miei piedi, invece, potrei proporre una tariffa promozionale di cinque dollari, anche se sospetto che qualcuno sarebbe disposto a pagarne dieci pur di non vederla.
Sia chiaro: Substack non obbliga nessuno a mettere il lucchetto alle conversazioni, né sta introducendo un tariffario per i piedi degli scrittori (quando mi viene la gotta potrei anche raddoppiare la tariffa). I nuovi canali possono essere gratuiti, aperti agli abbonati o riservati a chi paga. È una scelta degli autori, ed è anche uno strumento che può risultare utilissimo per organizzare discussioni, gruppi di ricerca e comunità con interessi specifici. Sarebbe sciocco negarlo.
Ma è proprio questa progressiva trasformazione della conversazione in un prodotto commerciale a lasciarmi perplesso.
E pensare che eravamo arrivati qui per il piacere di scrivere, per confrontarci, per riscoprire il gusto della riflessione senza dover necessariamente condensare ogni pensiero in un video di diciotto secondi accompagnato da una musichetta insopportabile. Volevamo valorizzare la creatività letteraria, approfondire argomenti, scambiarci opinioni e magari persino imparare qualcosa da chi non la pensa come noi.
Ora rischiamo di ritrovarci a progettare il customer journey delle nostre relazioni umane. Il lettore gratuito legge, quello pagante commenta, quello premium conversa e quello founding member, immagino, ha diritto a vedermi in pigiama mentre cerco di capire che cosa scrivere il giorno dopo.
Attenzione, però, perché il problema non è OnlyFans, che almeno non ha mai nascosto la natura del proprio modello commerciale. Il problema è quando cominciamo a considerare ogni manifestazione di interesse come un’opportunità di monetizzazione e ogni rapporto umano come un servizio da segmentare. A quel punto rischiamo di non chiederci più se abbiamo qualcosa di interessante da dire, ma quanto possiamo far pagare qualcuno per ascoltarci - e poi proliferano gli pseudo-consulenti che ci vendono corsi sul come fare tutto questo.
E c’è anche un piccolo paradosso. Per anni ci siamo lamentati dei social network perché trasformavano le nostre relazioni in numeri, visualizzazioni e interazioni da vendere agli inserzionisti. Adesso siamo felicissimi all’idea di riprenderci quelle relazioni, purché possiamo venderle direttamente noi. Abbiamo eliminato l’intermediario, certo. Il tassametro, invece, ce lo siamo tenuto.
Non voglio fare il nostalgico della rete social gratuita, anche perché la nostalgia, soprattutto quando parla di Internet, tende a dimenticare parecchie cose. E non penso nemmeno che chi gestisce una community a pagamento stia necessariamente facendo qualcosa di sbagliato. Se offre competenze, tempo, servizi e opportunità reali, è giusto che possa essere remunerato.
Mi piacerebbe soltanto che non dimenticassimo una cosa: una comunità non nasce perché qualcuno ha aperto una chat, ma perché alcune persone hanno trovato una ragione per continuare a parlarsi. Il denaro può sostenere quella relazione, ma difficilmente può sostituirne il motivo.
E soprattutto mi piacerebbe che la scrittura continuasse a essere qualcosa di più di un’esca per vendere l’accesso allo scrittore. Perché il contenuto dovrebbe essere il cuore di una pubblicazione, non il campioncino gratuito distribuito all’ingresso prima di accompagnare il cliente nel privé.
Tranquilli, Esco Quando Voglio non mette il tassametro.
Qui continuerò a scrivere, condividere idee, discutere, provocare e, qualche volta, probabilmente dire anche delle solenni sciocchezze. Potrete leggerle gratuitamente e, se vorrete, contestarle altrettanto gratuitamente. Non ho intenzione di chiedervi la carta di credito per il privilegio di non essere d’accordo con me.
Naturalmente non sono del tutto impermeabile alle tentazioni economiche. Se proprio qualcuno desiderasse manifestare il proprio apprezzamento attraverso un caffè, un cioccolatino, una burrata particolarmente convincente o altre forme di corruzione gastronomica, sappia che sono assolutamente disponibile a valutare offerte. Anzi, su questo fronte potrei persino considerare un trattamento preferenziale per i sostenitori più generosi, soprattutto se accompagnati da una buona mozzarella di bufala.
Ma niente chat VIP, niente conversazioni al minuto e, vi prego, niente richieste di fotografie dei piedi.
Perché scrivere resta un piacere. Leggere dovrebbe esserlo altrettanto. E non tutto quello che ha valore deve necessariamente avere un prezzo.
Quanto alla burrata, invece, possiamo negoziare.



