Sono un migrante climatico. Ma non di fascia alta.
Come sopravvivere (lavorando) all’estate infinita a 35 gradi. Nasce una nuova classe sociale: i migranti climatici di fascia alta.
Ci sono articoli che leggi perché ti interessa l’argomento, altri perché ti piace chi li scrive e poi ce ne sono alcuni, più rari, nei quali a metà lettura ti accorgi che l’autore, senza conoscerti e senza averti chiesto il permesso, ha sostanzialmente compilato la tua cartella clinica. A me è successo con “Un laptop per salvagente” di Michele Masneri, uscito su Il Foglio il 18 agosto 2026: un pezzo magistrale, almeno per sorridere parecchio se, come il sottoscritto, si rientra più o meno nella specie umana che descrive.
Non posso naturalmente condividere qui l’articolo per intero, per rispetto del copyright, e provo quindi a riassumerlo, sperando di non fare troppo torto all’autore. Con una premessa importante: nelle prossime righe cerco di raccontare Masneri e basta. Le mie considerazioni, le mie battute e soprattutto i miei problemi arriveranno dopo.
Prima: che cosa racconta Masneri
Masneri parte da questa estate interminabile, dalle ondate di caldo, dalle notti tropicali e dalla sensazione che tre mesi a trentacinque gradi stiano modificando abitudini che fino a poco tempo fa consideravamo normali. Dentro questa trasformazione individua una piccola categoria sociale che definisce “migranti climatici di fascia alta”, gli MCFA: persone certamente privilegiate rispetto a chi è costretto a migrare per ragioni ben più drammatiche, ma che hanno una caratteristica molto contemporanea, e cioè quella di poter lavorare con un computer e una connessione e dunque, almeno in teoria, di potersi spostare. L’MCFA diventa così, nella sua definizione, una versione surriscaldata del vecchio nomade digitale.
Il problema è che l’MCFA non sognava necessariamente di diventare nomade. Anzi, spesso avrebbe preferito continuare a vivere tranquillamente a casa propria, come faceva quando agosto significava città vuote, serate un po’ più fresche e una vita urbana almeno parzialmente sospesa. Ora però il caldo dura, le notti non rinfrescano, le città turistiche restano piene e così comincia la ricerca della fuga possibile. Masneri passa in rassegna la montagna, la Lettonia, la Lapponia, i fiordi, fino alla Norvegia trasformata ironicamente nella nuova Porto Cervo, mentre persino le vecchie seconde case di famiglia, magari in collina o in qualche paese, vengono rivalutate con un criterio che fino a pochi anni fa avrebbe fatto inorridire più di un purista: c’è o non c’è l’aria condizionata?
Il condizionamento, nel pezzo, diventa quasi un nuovo discrimine sociale e immobiliare. Il terrazzo perde parte del suo fascino quando si trasforma in una piastra incandescente, mentre poter restare in città dentro una grande casa interamente climatizzata diventa una forma di privilegio. Da lì nascono nuove invidie, nuove differenze e nuove strategie di sopravvivenza.
Una di queste consiste naturalmente nell’essere invitati da qualcuno che possiede una casa al mare, in campagna o in montagna. Solo che, osserva Masneri, quando la fuga dal caldo non dura più una settimana ma potenzialmente mesi, anche l’ospitalità cambia natura: l’MCFA accetta luoghi e compagnie che forse in tempi climaticamente più miti avrebbe evitato, diventa disponibile ad accudire animali, si adatta, si trattiene e rischia infine di trasformarsi nell’ospite che non se ne va più, quasi uno squatter climatico installato nella casa di vacanza altrui. E anche essere ospiti, naturalmente, comporta un prezzo: bisogna adeguarsi ai ritmi degli altri, conversare, essere piacevoli, socializzare persino a colazione quando magari si vorrebbe semplicemente stare in silenzio.
Infine l’MCFA comincia a guardare verso le aree meno battute, le mezze colline, le valli spopolate, le case vuote. Ed ecco arrivare anche il grande progetto che, secondo Masneri, prima o poi tutti abbiamo accarezzato: andare a vivere con un gruppo di amici in un borgo spopolato, progetto seducente e a bassissimo tasso di realizzazione, una specie di Ponte sullo Stretto privato che ciascuno di noi prima o poi costruisce almeno nella propria testa.
Fin qui, più o meno, Masneri.
E se potete cercatevi l’articolo originale, perché il riassunto restituisce gli argomenti ma inevitabilmente perde la cosa migliore: il modo in cui sono raccontati.
Poi ci sono io… e la faccenda si complica
Perché mentre leggevo e ridevo dell’MCFA, a un certo punto ho dovuto riconoscere che lo facevo con quel particolare tipo di risata che produciamo quando qualcuno sta raccontando una categoria umana ridicola e noi ci accorgiamo lentamente di possederne tutti i requisiti.
Del resto questo argomento, da queste parti, lo trattiamo da anni e ne abbiamo fatto oggetto di lavoro quotidiano. Proprio a livello professionale. Lo facciamo con Esco quando voglio, con Smart Working Magazine, con ITS Journal e oggi, non proprio per caso, con NOMAG. Cambiano i progetti editoriali, cambiano le definizioni e cambiano soprattutto le mode con le quali periodicamente ci viene spiegato che lavorare fuori da un ufficio è appena stato scoperto in California tre settimane fa, ma la questione che ci interessa è sempre la stessa: che cosa succede alla geografia della nostra vita quando il lavoro smette, almeno in parte, di stabilire dove dobbiamo stare?
Perché finché dovevi timbrare il cartellino, entrare in negozio, raggiungere lo studio o presentarti ogni mattina nello stesso ufficio, la questione era relativamente semplice: abitavi a una distanza sopportabile dal luogo nel quale lavoravi e poi, se eri fortunato, cercavi di farti piacere anche tutto il resto. Quando quel legame si allenta, invece, si apre una quantità di problemi che nelle fotografie dei digital nomad sorridenti davanti al mare non vengono mai particolarmente bene.
Cominci per esempio a chiederti non soltanto dove vuoi stare, ma quando. E questa seconda domanda, almeno per me, è diventata molto più importante della prima.
Io per anni ho alternato Londra ai piccoli paesi italiani nei quali andavo per lavoro, infilando tra l’una e gli altri periodi anche molto lunghi passati a lavorare ad alta quota, sulle Dolomiti, oppure ad alta latitudine, in Norvegia. Non l’ho mai definita migrazione climatica, perché negli anni ho usato spiegazioni assai più nobili e professionali: mobilità, lavoro da remoto, necessità di essere sul territorio, voglia di cambiare, interesse per determinati luoghi. Tutte cose vere. Ma se adesso guardo la cartina e mi chiedo perché, potendo scegliere, abbia ripetutamente deciso di lavorare su una montagna o parecchio più vicino al Circolo Polare Artico che all’equatore, devo ammettere che forse il clima un piccolo ruolo lo aveva.
E non solo il clima, a dire il vero.
Anche la gente.
Ed è qui che alla categoria del migrante climatico devo probabilmente aggiungerne un’altra, meno studiata ma personalmente piuttosto rilevante: il migrante climatico moderatamente asociale, quello che non cerca necessariamente il posto del momento ma, se possibile, quello dal quale il momento se n’è appena andato.
Perché con il passare degli anni ho scoperto una cosa sorprendente: spesso adoro gli stessi luoghi che adorano tutti gli altri, soltanto che li adoro molto di più quando gli altri non ci sono.
Le Dolomiti, per esempio, sono meravigliose. Questa non è una scoperta sensazionale. Però le trovo ancora più meravigliose quando non devo prenotare un tavolo con la stessa pianificazione strategica necessaria per organizzare una missione spaziale, quando una strada di montagna è ancora una strada e non un parcheggio disposto in verticale, quando posso guardare una cima senza che tra me e la cima ci siano centosettantadue persone impegnate a produrre la medesima fotografia che ho appena evitato di fare.
La Norvegia idem: continuo a trovarla uno dei luoghi nei quali lavoro meglio, ma non ho alcun bisogno di andarci esattamente nel momento in cui tutto costa di più, tutti vogliono esserci e per contemplare un fiordo bisogna fare la fila dietro qualcuno che sta contemplando lo stesso fiordo attraverso il proprio telefono.
E lo stesso vale per molti piccoli paesi italiani, che spesso conosco proprio perché ci sono andato per lavoro e non perché qualche algoritmo me li abbia proposti come “hidden gem”. A luglio e agosto possono trasformarsi in scenografie; qualche settimana dopo ritornano a essere posti veri. Magari più silenziosi, magari con un ristorante in meno aperto, magari perfino un po’ malinconici, ma proprio per questo molto più interessanti se l’obiettivo non è consumarli in quarantotto ore bensì viverci per un po’.
Ed è qui che l’articolo di Masneri, oltre ad avermi fatto ridere, mi ha fatto mettere a fuoco una cosa che probabilmente avevo già capito senza formularla: forse la vera evoluzione del mio personale nomadismo non consiste nell’andare in più posti, ma nel migrare meno spesso e fermarmi più a lungo.
Che poi dovrebbe essere una banalità, ma nel racconto contemporaneo del lavoro remoto sembra quasi una bestemmia. Per anni abbiamo misurato la libertà geografica contando aeroporti, paesi, coworking, città e fotografie del computer appoggiato dove un computer non dovrebbe ragionevolmente essere appoggiato. E invece forse il lusso vero è un altro: poter scegliere due o tre posti che funzionano davvero per noi e starci abbastanza da non sentirci turisti, sapere dove comprare il pane senza aprire Google Maps, riconoscere quello che lavora al bar e, possibilmente, arrivare persino al livello successivo della relazione umana nel quale quello del bar smette di chiederti ogni mattina da dove vieni.
Naturalmente qui emerge il piccolo problema della fascia alta.
Migrante climatico, ormai l’ho accettato.
Asociale, almeno stagionalmente, possiamo discuterne ma le prove contro di me cominciano a essere numerose.
Di fascia alta invece temo proprio di no, perché per esserlo fino in fondo dovrei potermi permettere di scegliere le Dolomiti precisamente quando costano di più, cioè quando tutti gli altri hanno avuto la stessa idea. Io ho sviluppato una strategia finanziariamente meno ambiziosa ma, a mio parere, molto più efficace: andarci quando non ci va quasi nessuno.
Che alla fine potrebbe essere la mia conclusione definitiva: continuare a migrare seguendo il clima, ma smettere di considerare il movimento continuo un valore; scegliere meglio, restare più a lungo e soprattutto praticare con disciplina quasi religiosa la controstagione.
Non sarà alta fascia, ma si dorme meglio.
E costa molto meno.
Quindi grazie a Michele Masneri, che partendo dal caldo mi ha consegnato una categoria nella quale non sapevo di abitare e, soprattutto, un articolo che vale la pena cercarsi e leggere per intero su Il Foglio.
Kudos, Michele. La diagnosi temo sia corretta.




