Siamo sicuri che tutta questa indignazione sia per un podcast?
Esco quando voglio #104
Se il problema fosse davvero il “contraddittorio”, dovremmo spegnere metà della televisione e tutti i social. Ma qui il fastidio è un altro ed è molto meno nobile.
Premessa
Negli ultimi giorni si è parlato parecchio dell’intervista di Giorgia Meloni al Pulp Podcast, tra indignazioni, analisi e prese di posizione più o meno prevedibili. Io quella intervista non l’ho vista, e probabilmente non la vedrò nemmeno, non per una presa di posizione ma per una cosa molto più semplice e, se vogliamo, anche un po’ istintiva: il contesto, l’estetica, il modo in cui si presenta quel tipo di format mi lascia completamente freddo, una via di mezzo tra una pasticceria in rosa e un tattoo parlour, con due tizi che – senza offesa – non mi ispirano particolare simpatia e di cui, al netto di sapere chi sia Fedez, non saprei dire molto altro. E questo, di per sé, è già sufficiente per farmi passare la voglia.
Nonostante questo, il punto interessante non è l’intervista in sé.
Il punto interessante, come spesso succede, sono le reazioni che si sono generate intorno, perché lì si capisce molto di più di come funziona oggi il rapporto tra informazione, potere e, soprattutto, percezione.
Perché ogni volta che succede qualcosa del genere, si attiva quasi automaticamente un riflesso condizionato che ormai conosciamo a memoria: levata di scudi, si parla di mancanza di contraddittorio, si sottolinea che gli interlocutori non sono giornalisti, si evoca una qualche forma di deriva pericolosa del dibattito pubblico, come se ci fosse stato, fino al giorno prima, un sistema perfettamente equilibrato che improvvisamente viene violato da un podcast.
Ecco, questo è il punto che personalmente faccio fatica a prendere sul serio, non perché il tema del contraddittorio sia irrilevante – tutt’altro, è uno dei pochi elementi davvero centrali in una conversazione pubblica – ma perché viene utilizzato in modo selettivo, quasi opportunistico, come se fosse una sorta di marchio di qualità che si accende e si spegne a seconda del contesto e, soprattutto, a seconda di chi detiene il controllo del canale.
Perché se proviamo ad essere minimamente onesti, dobbiamo anche riconoscere che negli ultimi decenni il cosiddetto “contraddittorio” è stato spesso più una rappresentazione che una sostanza, un elemento scenico utile a costruire tensione narrativa più che uno strumento reale di approfondimento; abbiamo assistito a interviste in cui le domande erano prevedibili, a confronti costruiti più per polarizzare che per chiarire, a giornalisti che, in molti casi, si sono mossi con una sicurezza su temi complessi che non sempre era accompagnata da una reale competenza.
E allora la domanda, che a questo punto diventa inevitabile, non è se due podcaster siano o meno giornalisti, ma cosa intendiamo oggi quando usiamo la parola “giornalismo” e, soprattutto, quale valore reale attribuiamo a quella distinzione, perché se il discrimine è un tesserino, dobbiamo anche avere il coraggio di dire che quel tesserino, nella percezione pubblica, ha perso da tempo gran parte del suo potere di garanzia (e talvolta pure il rispetto e per delle buone ragioni).
Non per colpa dei podcast, non per colpa dei social, ma per una progressiva erosione di credibilità che è avvenuta anche dall’interno, attraverso dinamiche che tutti conosciamo, ma che raramente vengono messe davvero al centro della discussione.
In questo senso, continuare a difendere il perimetro della professione come se fosse ancora il punto di accesso esclusivo alla legittimità dell’informazione rischia di essere un esercizio più identitario che sostanziale, perché il mondo, piaccia o meno, ha già superato quella logica, e lo ha fatto non con un atto rivoluzionario ma con una lenta, inesorabile disintermediazione.
Ed è qui che entra in gioco l’elemento che, a mio avviso, spiega molto meglio di qualsiasi altra analisi quello che è successo: non si tratta di giornalismo, si tratta di distribuzione.
Meloni non è “andata dai non giornalisti”, Meloni è andata dove c’è un pubblico specifico, dove c’è attenzione, dove il formato consente una comunicazione più diretta e meno filtrata, e questa non è una deviazione dalle regole, è esattamente l’applicazione più lineare di una strategia che qualsiasi soggetto pubblico oggi adotta, consapevolmente o meno.
Il punto è che, nel momento in cui questa scelta avviene al di fuori dei canali tradizionali, si produce una frizione che viene immediatamente tradotta in una questione di principio, quando in realtà è, prima di tutto, una questione di controllo del canale.
Perché se quella stessa intervista fosse stata irrilevante, noiosa, incapace di generare attenzione, difficilmente avrebbe sollevato tutto questo dibattito; il fatto che invece abbia fatto parlare, nel bene o nel male, la rende automaticamente problematica, non tanto per ciò che è stato detto, ma per il modo in cui è stata veicolata.
E questo, se vogliamo dirlo senza troppi giri di parole, è il punto che più di tutti crea disagio: l’idea che il potere comunicativo possa essere esercitato in spazi che non sono più mediati, filtrati o, in qualche misura, governabili da chi tradizionalmente svolgeva quella funzione.
Naturalmente, questo non significa sostenere che “allora vale tutto” (anche se c’è chi, con questo motto, ci ha fatto fortuna mediatica), perché sarebbe una semplificazione tanto quanto quella che si vorrebbe criticare; il fatto che oggi chiunque possa parlare non implica che tutto abbia lo stesso valore, né che il pubblico sia sempre in grado di orientarsi in modo consapevole, e questo rimane un problema reale, forse il più serio di tutti.
Ma è un problema che non si risolve riproponendo un modello che nei fatti non esiste più, né appellandosi a una purezza professionale che, se siamo sinceri, è stata spesso più teorica che pratica.
Il punto, semmai, è un altro, ed è quello che paradossalmente rimane ai margini di queste discussioni: il giornalismo che funziona, quello che indaga, che approfondisce, che si assume rischi, esiste ancora, ma fatica sempre di più a essere centrale, non perché sia meno necessario, ma perché si muove in un ecosistema in cui l’attenzione è governata da logiche diverse, più veloci, più superficiali, più orientate al rumore che alla sostanza.
E allora ci ritroviamo a discutere del contenitore, del formato, della legittimità di chi fa le domande, mentre quello che davvero dovrebbe preoccuparci – la capacità di produrre e sostenere contenuti di qualità – rimane sullo sfondo.
A questo punto, forse, vale la pena uscire un attimo dalla teoria e dire una cosa molto semplice, anche personale.
In oltre trent’anni di vita adulta ho scritto molto, libri, articoli, paper, contributi per testate più o meno importanti, in Italia e fuori, e ho anche fatto (e faccio) l’editore; questo, oggettivamente, mi ha messo nelle condizioni di produrre contenuti in modo continuativo, strutturato e libero, spesso all’interno di contesti che rientrano pienamente nel mondo dell’informazione.
Questo fa di me un giornalista professionista? No.
Perché nella vita campo di altro.
Eppure, paradossalmente, a un certo punto quel famoso “patentino” me lo sono anche fatto, una di quelle tessere eleganti con scritto “International Press”, e probabilmente prima o poi finirò per farmelo anche in Italia, più per curiosità personale che per reale necessità.
Ma la verità è che di quell’ordine mi interessa relativamente poco.
Quello che trovo davvero interessante, e allo stesso tempo preoccupante, è il disordine che si è creato nel modo in cui interpretiamo l’informazione, e quanto poco, in alcuni casi, questo tema sembri essere sentito anche da chi quella professione la esercita formalmente.
Perché, tornando al punto iniziale, lo “scandalo” di questa intervista non sta nella qualità delle domande, né nell’assenza di contraddittorio, né tantomeno nella natura degli interlocutori.
Sta nel fatto che è avvenuta in uno spazio che non si può controllare con i filtri tradizionali.
E questo, al di là di tutte le argomentazioni più o meno nobili che vengono portate, è quello che davvero continua a dare fastidio.



