Non abbiamo scoperto come ripopolare l’Italia in un pomeriggio, il che probabilmente è già una buona notizia.
Giovedì scorso, nella bellissima cornice del Centro Studi Americani di Roma, abbiamo presentato i primi tre libri di NOMAG Research, la piccola collana di ricerca che abbiamo costruito insieme a Nomag Media, ITS ITALY e We the Italians partendo da tre fenomeni dei quali, negli ultimi anni, ho scritto probabilmente più del necessario: i digital nomad che guardano all’Italia come possibile destinazione, le famose case a un euro che da Sambuca a Mussomeli sono finite sui giornali di mezzo mondo e, infine, quelli che abbiamo deciso di chiamare RELOCALS, persone arrivate dall’estero che a un certo punto hanno smesso semplicemente di visitare l’Italia e hanno cominciato a viverci.
Doveva essere soprattutto la presentazione dei primi risultati della ricerca, ed è stata certamente anche quella, ma la sensazione che mi è rimasta tornando da Roma è che mettere i tre lavori nella stessa stanza abbia reso molto più evidente il filo che li unisce, e che forse fino a quel momento avevamo visto meno chiaramente perché eravamo troppo impegnati a correggere tabelle, discutere campioni e capire se una casa venduta nel 2019 fosse poi diventata davvero una residenza o soltanto un’altra splendida fotografia con le persiane da sistemare.
La domanda, detta molto semplicemente, è questa:
l’Italia piace moltissimo, ma quanto siamo capaci di trasformare questo enorme interesse in persone che riescono davvero a passarci una parte della propria vita?
E vale per tutti e tre i fenomeni, anche se in modi molto diversi.
Vale per i 1.056 digital nomad e remote worker che abbiamo coinvolto nella prima ricerca, molti dei quali sono assai meno giovani, squattrinati e avventurosi del personaggio con laptop e zaino che continuiamo ostinatamente a utilizzare quando parliamo di nomadismo digitale.
Vale per chi vede su CNN una casa siciliana venduta a un euro, apre Google Maps, si innamora, compra, ristruttura e magari scopre soltanto molto dopo che possedere una casa in Italia e vivere in Italia sono due discipline sportive abbastanza diverse.
E vale soprattutto per i primi 103 partecipanti a RELOCALS, che invece quel passaggio l’hanno già fatto e possono raccontarci cosa succede dopo. La ricerca sui nomadi digitali parte da oltre mille risposte, mentre RELOCALS è volutamente ancora uno studio esplorativo su un primo gruppo di 103 persone che verrà ampliato durante il percorso successivo.
Su Esco quando voglio ho già scritto parecchie volte che diffido delle categorie troppo fotogeniche alle quali affidiamo improvvisamente il compito di risolvere problemi demografici costruiti in cinquant’anni.
Il digital nomad può essere molto utile a un territorio, può affittare una casa, utilizzare servizi, frequentare ristoranti e negozi, portare competenze e relazioni, magari innamorarsi del posto e fermarsi; ma se un comune perde cento abitanti l’anno non basta organizzare un coworking con la fibra e mettere una signora a insegnare le tagliatelle per dichiarare invertita la curva demografica.
Le case a un euro possono aver prodotto un risultato straordinario in termini di attenzione, recupero immobiliare e capacità di portare persone e capitali in luoghi che prima nessuno all’estero avrebbe saputo indicare su una cartina, senza per questo aver necessariamente ripopolato quei comuni.
E persino i ‘relocals’, che sono per definizione quelli che si sono fermati, non sono un esercito mandato dall’estero a sostituire gli italiani che se ne vanno. Sono persone. Il che, statisticamente, complica parecchio le cose ma le rende fortunatamente molto più interessanti.
Proprio RELOCALS è stata la parte sulla quale a Roma abbiamo discusso di più, forse perché è anche quella ancora più aperta. Il progetto era stato presentato fin dall’inizio come una ricerca in movimento: Roma non era prevista come punto d’arrivo ma come primo momento pubblico, dal quale partire per attraversare l’Italia e incontrare altre persone, altri territori e probabilmente anche risultati che non confermeranno quelli ottenuti nella prima fase. We the Italians aveva già descritto l’appuntamento romano come il punto di partenza di un percorso che proseguirà in città, piccoli centri e territori diversi, ampliando progressivamente la ricerca, e nel 2027 l’idea è proprio quella di trasformare almeno dodici incontri in altrettante occasioni di lavoro sul campo, non in dodici repliche della stessa presentazione PowerPoint - soluzione che sarebbe probabilmente molto più comoda per noi e considerevolmente meno utile per tutti gli altri.
I primi risultati spiegano abbastanza bene perché valga la pena continuare. Tra i 103 partecipanti, il 64,1% dichiara di non aver inizialmente previsto di rimanere in Italia così a lungo e il 63,1% continua a generare principalmente all’estero il proprio reddito; quando chiediamo quali siano state le difficoltà più concrete, tornano casa, burocrazia, lavoro, salari e possibilità di avviare un’impresa, mentre l’esperienza delle istituzioni viene giudicata negativamente o molto negativamente dal 43,7% e positivamente o molto positivamente soltanto dal 16,5%. Non sono percentuali da trasformare in una sentenza sull’Italia - il campione è piccolo, selezionato e prevalentemente anglofono, e nel libro lo diciamo talmente tante volte che prima o poi qualcuno ci accuserà di eccesso di prudenza - ma sono abbastanza interessanti da suggerire che il problema raramente sia convincere queste persone che il nostro Paese è bello. L’hanno già capito. Sono qui. Alcune ci sono rimaste molto più del previsto. Il problema comincia quando dalla scelta emozionale si passa alla casa, al lavoro, ai servizi, all’impresa e alla normale amministrazione di una vita.
Questa, a dire il vero, è forse la cosa che mi interessa di più dell’intera ricerca, perché ribalta almeno in parte il modo in cui siamo abituati a pensare all’attrattività.
Spendiamo moltissimo tempo a chiederci come raccontare meglio l’Italia all’estero, come promuovere i territori, come far conoscere un borgo, come attrarre talenti, investitori, pensionati, remote worker e nuovi residenti, mentre forse una parte della risposta è già seduta al tavolo accanto: persone che l’Italia l’hanno scelta davvero e che potrebbero spiegarci con precisione chirurgica perché l’hanno fatto, che cosa le ha convinte a restare, quali problemi hanno incontrato e cosa racconterebbero a un amico che domani volesse fare la stessa cosa. Il 65% dei primi relocals intervistati dice di non essere mai stato coinvolto attivamente da enti, organizzazioni o imprese locali per mettere a disposizione la propria esperienza, il proprio pubblico o le proprie competenze. Considerando che le audience dichiarate dai partecipanti arrivano complessivamente a circa un milione di contatti - potenziale comunicativo, non un milione di persone raggiunte contemporaneamente, precisazione necessaria prima che qualcuno trasformi anche questo dato in un comunicato stampa - forse una telefonata ogni tanto potremmo anche farla.
E qui torniamo anche al luogo nel quale abbiamo scelto di presentare il lavoro. Il Centro Studi Americani non era soltanto una sala molto bella nella quale riunirsi a Roma: per una ricerca che prova a guardare l’Italia anche attraverso persone che l’hanno conosciuta prima da fuori e poi da dentro, e per un progetto costruito insieme a We the Italians, era una sede difficilmente più coerente.
La discussione non riguardava soltanto gli americani in Italia, naturalmente, ma una parte importante del nostro lavoro nasce proprio dalla distanza fra il modo in cui l’Italia viene immaginata all’estero e quello che succede quando quell’immagine diventa una casa, un contratto, un’attività, una famiglia, un medico da trovare o un treno che dovrebbe possibilmente passare anche dopo le sette di sera.
La cosa che mi ha fatto più piacere è che la conversazione non sembra essersi fermata lì. Il 26 settembre, appena due giorni dopo l’incontro, Startup-News ha ripreso insieme le tre ricerche partendo proprio dalla distanza fra il grande desiderio di Italia e la possibilità concreta di viverci e lavorarci, entrando nei dati sui digital nomad, sull’effetto delle case a un euro e sui primi relocals. Non lo considero particolarmente importante perché “hanno parlato di noi” - dopo trent’anni di editoria dovrei auspicabilmente aver superato quella fase, anche se una piccola parte narcisista sopravvive in condizioni sorprendentemente buone - ma perché significa che le tre ricerche possono essere lette per quello che speravamo diventassero: non tre libretti su tre mode del momento, ma pezzi diversi di una stessa discussione sull’attrattività reale dell’Italia.
Anche la collaborazione con PressReader, annunciata in occasione dell’appuntamento romano, va nella stessa direzione: accompagnerà RELOCALS durante il roadshow del 2027 e offrirà ai partecipanti delle varie tappe accesso alla propria edicola internazionale. È un dettaglio che mi piace particolarmente perché chi si trasferisce non smette improvvisamente di appartenere al mondo dal quale arriva; continua a leggere i suoi giornali, seguire quello che succede altrove, parlare con persone in altri Paesi e confrontare continuamente l’Italia con luoghi nei quali ha vissuto prima. È precisamente questo sguardo un po’ dentro e un po’ fuori che rende i relocals più interessanti dell’ennesimo testimonial che ci dice che abbiamo il cibo migliore del mondo, informazione della quale francamente eravamo già abbastanza convinti.
Adesso viene la parte meno elegante e probabilmente più utile: continuare a raccogliere dati, aumentare il campione, distinguere molto meglio chi vive in una grande città da chi ha scelto un piccolo comune, chi è arrivato per lavoro da chi è arrivato per amore o per comprare una casa, chi continua a guadagnare interamente all’estero da chi ha provato a costruire qui un’impresa, e soprattutto verificare quanta parte di quello che abbiamo visto nei primi 103 casi continui ad avere senso quando i casi diventeranno molti di più. Sarebbe bellissimo scoprire che avevamo capito tutto al primo tentativo, naturalmente, ma sarebbe anche statisticamente piuttosto sospetto. Una ricerca serve proprio a questo: non a trovare numeri abbastanza decorativi da confermare l’idea con cui siamo partiti, ma a costringerci ogni tanto a cambiarla.
Quindi sì, il 24 settembre è stato un bellissimo incontro e sono felice che NOMAG Research Books abbia avuto la sua prima presentazione pubblica al Centro Studi Americani, insieme a ITS Italy, We the Italians, PressReader e alle persone che hanno partecipato e discusso con noi. Ma la cosa che mi interessa di più è ciò che succede adesso, perché dopo aver passato anni a leggere che tutti vogliono comprare una casa in Italia, che tutti i remote worker vorrebbero vivere in un borgo e che basterebbe convincere qualche straniero benestante a trasferirsi per risolvere metà dei problemi demografici dell’Appennino, abbiamo finalmente qualche numero con cui complicare un po’ queste storie.
E, almeno per me, complicare una storia con i dati è quasi sempre un buon modo per cominciare a capirla.



