Sette milioni di edifici vuoti. Ma continuiamo a costruire.
Una frase di Matteo Thun, letta sul Sole 24 Ore, riassume una delle più grandi contraddizioni italiane...
… possediamo un patrimonio immobiliare enorme, spesso bellissimo e quasi sempre recuperabile, ma continuiamo a comportarci come se il futuro dovesse necessariamente occupare nuovo spazio.
Ci sono articoli che si leggono, si apprezzano e si dimenticano nel tempo necessario ad arrivare alla pagina successiva. E poi ce ne sono altri che, magari per una frase particolarmente netta, anche quando non ci trovano concordi al 100%, riescono a dare una forma precisa a qualcosa che pensavi già da tempo, ma che non avevi ancora trovato il modo di dire così bene.
Mi è successo leggendo l’intervista di Chiara Beghelli a Matteo Thun pubblicata sulla Domenica del Sole 24 Ore. Il titolo parla del “codice Thun”, del rispetto del genius loci, del chilometro zero, del riuso e di un’architettura che non dovrebbe arrivare in un luogo per sovrastarlo, ma per comprenderlo.
Poi, quasi in mezzo all’articolo, arriva la frase.
«Bisognerebbe bloccare ogni nuova costruzione e puntare sul recupero».
E subito dopo il dato che trasforma una dichiarazione provocatoria in una domanda politica, economica e perfino morale:
«Nel nostro Paese ci sono circa 7 milioni di edifici abbandonati».
Sette milioni.
Non settemila ruderi sperduti sulle montagne, non qualche capannone industriale rimasto vuoto dopo l’ennesima crisi aziendale, non quattro case con le persiane storte nei borghi fotografati d’estate e dimenticati d’inverno.
Sette milioni di edifici.
Un continente immobiliare silenzioso, fatto di abitazioni, cascine, palazzi, fabbriche, scuole, conventi, uffici, stazioni, caserme e strutture che hanno smesso di svolgere la funzione per la quale erano state costruite, ma che continuano a occupare spazio, a deteriorarsi e spesso a perdere valore ogni giorno.
Matteo Thun li definisce con un’espressione splendida e terribile:
«Cadaveri di architettura insepolti».
È difficile trovare un’immagine più efficace. Perché un edificio abbandonato non è semplicemente un edificio inutilizzato. È qualcosa che continua a stare lì, dentro un paesaggio e dentro una comunità, ricordando a tutti che una parte della storia di quel luogo è stata lasciata marcire senza che nessuno decidesse davvero se salvarla, trasformarla o almeno accompagnarla dignitosamente alla fine.
Costruire è più semplice che recuperare
Il problema è che, in Italia, costruire nuovo continua spesso a essere più facile che recuperare ciò che già esiste.
Il nuovo parte da un foglio bianco. Il recupero parte da muri storti, vincoli, umidità, proprietà frammentate, successioni mai concluse, destinazioni d’uso incompatibili, uffici pubblici che interpretano la stessa norma in modi differenti e preventivi che aumentano ogni volta che viene aperta una parete.
Il nuovo è lineare. Il recupero è una trattativa continua con il passato.
Non sorprende quindi che investitori, amministrazioni e perfino molti progettisti preferiscano la rassicurante semplicità di un terreno libero alla complessità di un edificio da comprendere. Solo che il terreno libero, una volta occupato, libero non torna più. E mentre estendiamo città, periferie e aree commerciali, lasciamo svuotare i centri storici, i piccoli paesi e intere porzioni del patrimonio edilizio esistente.
È un paradosso tipicamente italiano: possediamo probabilmente uno dei patrimoni architettonici più diffusi, riconoscibili e desiderati al mondo, ma continuiamo a trattarlo come un ostacolo allo sviluppo invece che come una sua possibile infrastruttura.
Il genius loci non è una decorazione
Nell’articolo Thun insiste sul genius loci, un’espressione utilizzata talmente spesso nell’architettura, nel turismo e nella comunicazione immobiliare da rischiare di diventare una formula vuota.
Eppure il concetto è semplice: ogni luogo ha una propria identità, costruita dal paesaggio, dai materiali, dal clima, dalle proporzioni, dalla luce e dal modo in cui le persone lo hanno abitato nel tempo.
Rispettare il genius loci non significa mettere due travi di legno, una brocca di terracotta e una pianta di ulivo dentro qualunque albergo per poterlo definire “autentico”. Significa evitare che un progetto possa essere spostato dalla Toscana alla Puglia, dalle Dolomiti alla Sicilia, senza che nessuno noti la differenza.
La vera architettura sostenibile non è soltanto quella che consuma meno energia. È anche quella che non cancella inutilmente ciò che ha trovato.
E forse è proprio questo che molte persone cercano oggi quando scelgono un luogo nel quale vivere, trascorrere una vacanza o investire: non la perfezione artificiale di uno spazio appena costruito, ma la sensazione che quel luogo non avrebbe potuto esistere altrove.
Le irregolarità, i materiali locali, le stratificazioni e perfino alcuni difetti diventano parte del valore. Naturalmente devono essere resi sicuri, funzionali e abitabili. Ma renderli abitabili non significa necessariamente renderli nuovi.
Davvero dovremmo bloccare ogni nuova costruzione?
Qui, però, una distinzione è necessaria.
L’idea di bloccare ogni nuova costruzione è una provocazione utile, ma presa alla lettera sarebbe probabilmente impraticabile. Esistono aree in cui servono nuove case, infrastrutture, scuole, ospedali ed edifici progettati secondo necessità che il patrimonio esistente non può soddisfare. Esistono inoltre immobili il cui recupero sarebbe tecnicamente irragionevole, economicamente insostenibile o persino meno ecologico della loro sostituzione.
Non tutto ciò che è vecchio deve essere salvato soltanto perché è vecchio.
Ma la domanda corretta dovrebbe diventare l’opposto di quella che poniamo oggi. Non più: perché dovremmo recuperare questo edificio? Bensì: perché dovremmo costruirne uno nuovo, se ne esiste già uno che potrebbe svolgere la stessa funzione?
Il recupero dovrebbe essere la prima opzione da verificare, non l’alternativa romantica da prendere in considerazione quando tutto il resto è fallito.
Ed è qui che il ragionamento di Thun diventa molto più ampio dell’architettura. Parla di politica industriale, fiscalità, credito, turismo, spopolamento, rigenerazione urbana e capacità di attrarre nuovi abitanti.
Perché sette milioni di edifici abbandonati non sono soltanto un problema. Sono anche una gigantesca riserva di possibilità.
Il vero lusso potrebbe essere ciò che abbiamo già
Per anni abbiamo associato lo sviluppo immobiliare alla costruzione: più metri quadrati, più cemento, più volumi, più consumo di suolo. Il recupero era considerato una scelta minore, adatta a chi aveva una particolare sensibilità culturale o abbastanza pazienza da sopportare la burocrazia.
Forse dovremmo rovesciare questa gerarchia.
Il nuovo standardizzato è diventato facile da replicare e, proprio per questo, spesso privo di identità. Un edificio recuperato bene, invece, non è riproducibile. Possiede una posizione, una storia, proporzioni e materiali che non possono essere ordinati da un catalogo.
Questo non significa trasformare ogni rudere in un relais con piscina a sfioro e colazione servita in una cesta di vimini. Anche perché, a forza di produrre “autenticità”, rischiamo di rendere identici persino i luoghi che avremmo dovuto proteggere.
Significa piuttosto trovare funzioni contemporanee per spazi esistenti: abitazioni accessibili, strutture ricettive, laboratori, residenze per lavoratori, scuole, luoghi culturali, uffici diffusi, presìdi sanitari. Recuperare non come esercizio nostalgico, ma come operazione economica.
Il patrimonio non si salva contemplandolo. Si salva rendendolo nuovamente utile.
La frase di Thun mi ha colpito proprio per questo. Non perché ritenga realistico chiudere domani mattina tutti i cantieri di nuova costruzione, ma perché obbliga a guardare il nostro paesaggio con una domanda diversa.
Abbiamo davvero bisogno di occupare altro territorio?
Oppure non siamo ancora riusciti a capire che una parte consistente del nostro futuro è già stata costruita, e ci sta aspettando dietro una porta chiusa, una finestra rotta o una facciata che continuiamo a chiamare rudere soltanto perché non abbiamo ancora trovato il coraggio, l’interesse o la convenienza per immaginarla nuovamente viva?
Forse i sette milioni di edifici abbandonati non sono soltanto «cadaveri di architettura insepolti».
Forse sono sette milioni di occasioni che abbiamo deciso, almeno fino a oggi, di non vedere.



