Scrivere in barba all’algoritmo è diventato un atto ‘politico’.
Esco quando voglio #100
Ho dubitato fino all’ultimo, prima di pubblicare questo Numero 100.
Non mi ha ancora convinto, ma non sopportavo più l’idea di tenerlo in bozza… e allora, senza spedirlo forzatamente via mail, lo affido a chi mi segue qui su Substack.
Quando ho scritto la mia prima ‘Esco quando voglio – Numero 0’, l’11 novembre del 2023, l’ho fatto con l’aria di chi sta lasciando un biglietto sul tavolo della cucina, non un progetto editoriale. Era la mia Alpha, anzi, l’avevo chiamata Alphetta, quasi a scusarmi in anticipo, come si fa quando non si è sicuri di voler davvero invitare qualcuno a restare. Era un piccolo ‘manifesto’, un manifestino, sì, ma scritto più per mettere dei paletti a me stesso che per promettere qualcosa agli altri.
Rileggerla oggi, a cento numeri di distanza, è un esercizio curioso. Non perché fossi diverso – quello no – ma perché ero decisamente più ingenuo. Ingenuo rispetto a quanto rapidamente sarebbe cambiato il contesto, e a quanto, senza accorgermene, sarebbe cambiato anche il mio modo di stare dentro le cose: il lavoro (quello con cui campo), la scrittura, le piattaforme, le narrazioni che si mangiano tutto e lasciano pochissimo spazio alla realtà.
All’epoca scrivevo già troppo e ovunque. Ogni giorno. Post su post, appunti pubblici, riflessioni buttate nelle pagine e nei feed altrui come si butta un messaggio in bottiglia, con la differenza che la bottiglia era un algoritmo. La newsletter, per me, era quasi una stranezza. Un oggetto lento, impegnativo, poco compatibile con l’idea che avevo allora di visibilità. Eppure sentivo che serviva. Non a crescere, non a posizionarmi, ma a creare uno spazio che non fosse interamente governato da reazioni, metriche e microdopamine.
La cosa divertente, col senno di poi, è che quella scelta deliberata di non essere periodico, di non seguire nessuno dei consigli giusti, di non “fare newsletter come si deve”, mi ha portato esattamente dove non stavo cercando di andare. Oggi, sommando le varie piattaforme, siamo intorno ai sessantamila abbonati (e parlo solo di ‘Esco’… oltre 200 mila se contiamo le altre avventure che mi hanno coinvolto!). Un numero che fa sempre un certo effetto, soprattutto se non hai fatto nulla per inseguirlo. E soprattutto se continui a non sapere bene cosa fartene.
Nel frattempo Esco quando voglio è diventata una cosa doppia. Da una parte una newsletter vera e propria, che esce quando sento di avere qualcosa da dire a tutti, senza filtri e senza particolare delicatezza. Dall’altra una sorta di casa su Substack, dove carico articoli, riflessioni più lunghe, pezzi che non chiedono attenzione, ma disponibilità. È un posto per chi ha voglia di leggermi davvero, non per chi passa. E la cosa strana – o forse no – è che proprio così, senza volerlo, inizi a scalare classifiche, a finire in ranking improbabili, a vincere premi inutilissimi a cui non ti sei nemmeno candidato.
Non lo dico per falsa modestia. Perché vedermi riconosciuto non mi infastidisce certo, anche se è qualcosa a cui non aspiro troppo, iniziando ad apprezzare tantissimo la mia dimensione ‘sabbatica’. Anzi, mi diverto pure a tirarmela ogni tanto, con troppa poca serietà per farne una celebrazione. È qualcosa che mi fa sorridere pensando a tanti fenomeni che invece ci provano fin troppo, con troppi investimenti e troppa scienza, per essere lì come ‘creator’ o ‘giornalisti’ o ‘influencer’ o che ca**o ne so.
Esco quando voglio forse funziona perché non ci prova nemmeno ad essere fatta bene e secondo le regole.
Io continuo a occuparmi di italiani all’estero, di ritorni, di partenze, di stranieri che scelgono di andare a vivere in Italia. Paradossalmente sono sempre più affascinato da chi torna. E forse ancora di più da chi non se n’è mai andato, ma ha deciso di costruire invece di aspettare che succedesse qualcosa.
I ‘miei’ borghi, i miei paesini, i miei comuni piccoli, nel frattempo, hanno perso l’aurea della poesia romantica imposta per nascondere le loro fatiche. E meno male. Oggi sono luoghi che stanno lottando. Luoghi dove si sbaglia, si prova, si inciampa, si ricostruisce. Con risultati spesso bellissimi, proprio perché imperfetti. La rigenerazione, quella vera, non ha niente di instagrammabile, non è quella della menata della ‘Dolce Vita’ o del ‘Visit Italy’ che ci racconta qualcosa da visitare, come se fosse un set cinematografico. È fatta di sangue freddo, conflitti, compromessi, notti insonni. È molto meno sexy del racconto che ne viene fatto, ma infinitamente più interessante e cui appartenere, perché è quello che ti chiedono. Luoghi che ti chiedono di essere serio, di fermarti, di sederti a guardare con loro la bellezza e di non scandalizzarti della difficoltà che la quotidianità impone.
Lo stesso vale per il fenomeno dei cosiddetti ‘nomad’, parola che continuo a usare con una certa cautela, anche se mi definisce più di quanto vorrei ammettere. Essere nomadi non è una posa. È una condizione. E come tutte le condizioni, prima o poi ti costringe a cercare una terra promessa. Non perché tu voglia fermarti per forza, ma perché nel cercarla scopri qualcosa di te che altrimenti non vedresti mai. Il movimento, alla lunga, non serve a scappare. Serve a scoprirsi fin quando non si trova la propria dimensione.
In tutto questo, osservare lo stato dell’editoria italiana da fuori è diventato un esercizio sempre più amaro. I business magazine, visti oggi, sembrano doversi assomigliare tutti, un po’ come i post su LinkedIn: stessa ispirazione prefabbricata, stessa autocelebrazione costante, stessa allergia alla critica. Come se fare l’imprenditore fosse un esercizio misto tra narcisismo e celodurismo. E fa sorridere, amaramente, se pensi che in un Paese come l’Italia fare impresa è soprattutto sangue e me**a. Ma dirlo non vende. Meglio raccontarla come una carriera motivazionale. Palco, autocelebrazione, allineamento alla marchetta stile Forbes ed esaltazione di un modello che è probabilmente una delle cose più lontane dalla realtà dell’imprenditoria italiana.
Quello che in questi due anni e cento numeri mi è diventato chiarissimo è il piacere semplice, quasi sovversivo, di scrivere senza pretesa. Senza dover dimostrare nulla. Senza trasformare ogni frase in un esercizio di narcisismo o commercio. Nel mondo del 'giornalismo professionale’ di quelli veri, che meritano sostegno, ne vedo sempre meno. E vedo sempre più giornalisti che vogliono fare gli influencer, più interessati a vedere il proprio nome stampato su pagine che nessuno legge davvero che a raccontare qualcosa che resti.
Per questo continuo a preferire un diario di bordo. Un posto dove posso permettermi di non avere una linea editoriale lineare, di scrivere senza temere di ‘non piacere’. Dove l’ironia non è un vezzo, ma un sistema di difesa. L’unico modo che conosco per dire cose serie senza trasformarmi in uno che spiega agli altri come vivere.
Rileggendo la mia newsletter Numero 0, mi rendo conto che avevo promesso poco, e ho mantenuto questo spirito. Non sono stato puntuale. Non sono stato compiacente all’algoritmo. Non mi sono preso troppo sul serio. E soprattutto non ho smesso di mettermi in discussione, cosa che oggi sembra quasi un difetto.
Non so se Esco quando voglio arriverà al numero 200. Non lo so davvero. So però che finché sentirò il bisogno di scrivere senza dover giustificare a cosa serve, senza dover rientrare in un formato, senza dover piacere per forza, questa newsletter continuerà a esistere. Anche solo come promemoria personale del fatto che non tutto deve diventare un prodotto. E in un mondo che chiede continuamente di essere allineati, mi sembra un buon posto dove restare.
Di certo mi è rimasta la stessa voglia di uscire, quando mi va.




