Rigenerazione o toppa fiscale? Perché l’Italia continua a incentivare il target sbagliato per salvare il suo territorio
Esco quando voglio #108
La flat tax al 7% per i pensionati residenti all’estero nasceva per contrastare lo spopolamento – e qui già la stranezza di puntare a chi, per natura, non fa figli e non lavora.
Ma con l’estensione ai comuni fino a 30.000 abitanti e numeri ancora marginali, sempre più osservatori si chiedono se la misura stia davvero aiutando i territori fragili o se stia semplicemente sostenendo il mercato immobiliare secondario.
Perché ripopolare non significa rigenerare. E forse l’Italia continua a confondere le due cose.
C’è una novità che merita molta più attenzione di quella che ha ricevuto finora, e non solo per ragioni fiscali. Dal 7 aprile 2026 la flat tax al 7% per i pensionati residenti all’estero che trasferiscono la residenza in Italia è stata allargata ai comuni del Mezzogiorno fino a 30.000 abitanti, al posto del vecchio limite di 20.000. La modifica è nera su bianco nella legge annuale sulle PMI: l’articolo 26 sostituisce semplicemente “20.000 abitanti” con “30.000 abitanti”. Sembra un ritocco tecnico. In realtà è una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, sposta un equilibrio, ridefinisce una priorità, svela una visione.
La misura, va ricordato, non nasce oggi. Nasce con la legge di bilancio 2019, che introduce l’articolo 24-ter del TUIR e consente ai titolari di pensione erogata da soggetti esteri, italiani o stranieri purché residenti all’estero da almeno cinque periodi d’imposta, di trasferirsi in uno dei comuni ammessi e pagare un’imposta sostitutiva del 7% sui redditi prodotti all’estero. In origine il perimetro riguardava i comuni del Mezzogiorno sotto i 20.000 abitanti; poi il regime è stato esteso anche ai comuni colpiti dai sismi del 2009 e del 2016-2017. Quindi sì: non stiamo parlando soltanto di “stranieri ricchi che vengono a svernare”, ma anche di italiani all’estero che rientrano con pensione estera. Questo va detto con precisione, perché è un punto reale della norma e non un dettaglio secondario.
Fin qui, tutto noto. Quello che vale la pena discutere adesso è un’altra cosa: che obiettivo stiamo realmente perseguendo?
Perché la giustificazione narrativa che accompagna questa misura da anni è sempre la stessa: contrastare lo spopolamento, rendere attrattivi territori fragili, portare nuova popolazione, nuova domanda, nuova vita. Il problema è che in Italia continuiamo a trattare come sinonimi due concetti che non lo sono affatto: ripopolamento e rigenerazione. E da questo equivoco discende buona parte della confusione che circonda la flat tax per i pensionati.
Perché una politica può anche riuscire a spostare qualche residente in più, a far salire qualche compravendita, a riaprire qualche infisso e a movimentare un po’ di consumi. Ma questo non significa che stia rigenerando un territorio. Significa, al massimo, che lo sta rendendo un po’ più abitato, un po’ più spendibile, un po’ più liquido sul piano immobiliare. La rigenerazione è un’altra cosa. La rigenerazione richiede produzione di reddito, creazione di servizi, nascita di attività, domanda stabile, ricambio sociale, nuove reti, investimento oltre il proprio perimetro abitativo. Richiede presenza economica attiva, non semplice presenza anagrafica.
Ed è qui che entra la domanda più scomoda, quella che si evita sempre perché non suona bene nei titoli facili: il pensionato è davvero il target più adatto se l’obiettivo è rigenerare?
La risposta, se si mette da parte un momento il marketing territoriale e si torna alla logica, è quasi inevitabile: non in via prioritaria.
Non perché i pensionati siano un problema, e nemmeno perché non portino valore. Lo portano eccome. Portano spesa, decoro, consumi, presenza, talvolta recupero edilizio. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non portano ciò che serve a territori strutturalmente fragili per invertire una traiettoria di lungo periodo: non aprono imprese in massa, non generano nuova occupazione in misura significativa, non moltiplicano filiere, non costruiscono domanda produttiva nel senso pieno del termine. Portano soprattutto economia passiva. E l’economia passiva, da sola, non rigenera nulla. Al massimo alleggerisce, cosmetizza, tampona.
La contraddizione diventa ancora più evidente se guardiamo i territori che diciamo di voler aiutare. Le aree interne italiane non soffrono soltanto perché hanno perso abitanti. Soffrono perché hanno perso servizi, opportunità, accessibilità, peso economico, capacità di trattenere giovani, famiglie e lavoro qualificato. ISTAT certifica che nel 2024 la perdita di popolazione nelle aree interne è stata molto più intensa che nei centri, con un saldo di -2,4 per mille contro -0,1 per mille, e con un picco di -4,7 per mille nel Mezzogiorno interno.
A questo punto la domanda diventa quasi brutale nella sua semplicità: se i territori più fragili sono quelli che hanno meno servizi, meno sanità di prossimità, meno trasporti, meno assistenza, meno accessibilità, ha davvero senso incentrare una politica di rilancio su una categoria che, per definizione, tende ad aver bisogno esattamente di quei servizi in misura crescente?
Non è cattiveria. Non è ideologia. È pianificazione territoriale elementare.
Se attiri soprattutto persone il cui equilibrio di vita dipende da una buona offerta sanitaria, da mobilità comoda, da assistenza vicina e da servizi facilmente raggiungibili, difficilmente stai spingendo verso i luoghi più fragili. Stai spingendo, semmai, verso i luoghi meno fragili tra quelli ammessi.
E infatti succede proprio questo.
I pochi dati pubblici abbastanza dettagliati che si riescono a recuperare vanno tutti nella stessa direzione. Nel 2023, in Commissione Finanze, in risposta a un’interrogazione al MEF, è stato comunicato che i beneficiari della misura dal 2019 erano stati 506. Non cinquemila, non ventimila, ma 506. Sempre da quei dati, nel 2021 i principali Paesi di provenienza erano Regno Unito, Germania, Stati Uniti e Belgio; quanto alle destinazioni, l’Abruzzo risultava la regione più scelta con 88 trasferimenti, seguita da Puglia, Sicilia, Sardegna e Campania.
Questo dato è importante per due ragioni. La prima è che smonta una parte della retorica: non siamo davanti a un’ondata di pensionati che sta “salvando” il Sud o l’Appennino. Siamo davanti a numeri piccoli, interessanti se si osservano come fenomeno fiscale di nicchia, molto meno impressionanti se li si vuole spacciare come politica di riequilibrio territoriale. La seconda è che, proprio perché i numeri sono piccoli, risulta ancora più discutibile l’idea di allargare la soglia ai comuni fino a 30.000 abitanti invece di interrogarsi su una domanda più scomoda: se l’obiettivo è davvero rigenerare, perché non si stanno costruendo incentivi paragonabili per i target che più facilmente generano economia attiva?
Qui si innesta un altro passaggio che nel dibattito pubblico viene sempre lasciato ai margini. Il pensionato che si trasferisce, specie se internazionale o con buona capacità di spesa, non cerca normalmente il patrimonio più problematico e meno liquido. Non cerca il rudere lontano da tutto. Cerca, più prevedibilmente, immobili ben posizionati, contesti decorosi, servizi ragionevolmente vicini, accessibilità, qualità abitativa, vivibilità quotidiana.
In altre parole, cerca quasi sempre lo stesso stock immobiliare “buono” che servirebbe anche a giovani coppie, famiglie, professionisti mobili, lavoratori da remoto, piccoli imprenditori e nuovi residenti economicamente attivi.
Il rischio, quindi, non è solo quello di non rigenerare davvero. È anche quello di concentrare domanda aggiuntiva proprio sui segmenti migliori del patrimonio, lasciando intatto il resto e sottraendo disponibilità ai target che, invece, potrebbero incidere di più sul futuro di quei luoghi.
Ed eccoci al punto politico vero della novità 2026. Portare la soglia da 20.000 a 30.000 abitanti non è un’aggiunta neutra. È uno spostamento di asse.
Perché la gran parte dei territori italiani che soffrono di più la crisi demografica e il rischio di perdita del patrimonio culturale e naturale non sta sopra i 20.000 abitanti. E nemmeno sopra i 10.000. Sta molto più in basso.
Secondo ANCI e IFEL, i piccoli comuni, quelli fino a 5.000 abitanti, sono circa il 70% dei comuni italiani. È lì che si concentra la trama più delicata della nostra Italia diffusa. Ed è lì che si gioca la partita più dura.
Per questo l’estensione ai comuni fino a 30.000 abitanti finisce per sembrare, più che una misura per i territori fragili, una misura per territori più comodi.
E qui bisogna essere onesti: un comune da 30.000 abitanti non è più una piccola comunità fragile. È già una cittadina. Può avere problemi, certamente. Ma dispone nella maggior parte dei casi di servizi, commercio, scuole, infrastrutture e massa critica ben superiori rispetto ai territori realmente marginali.
Detta senza troppi giri di parole: l’allargamento ai 30.000 abitanti sembra molto più coerente con una logica di sostegno ai mercati immobiliari secondari e ai centri medi del Sud che con una logica di salvataggio dell’Italia più fragile.
Non è una colpa in sé. Ma è una verità da nominare.
Perché appena si smette di raccontare questa misura come un’epopea della rigenerazione e la si osserva per quello che produce davvero, appare meno come una politica per i territori più duri e più come una politica di attrazione residenziale patrimoniale.
E allora la questione finale non è affatto se i pensionati stranieri o gli italiani di ritorno debbano essere scoraggiati. No. Chi arriva, investe, compra, resta, spende, partecipa, è il benvenuto.
La questione è un’altra:
perché continuiamo a premiare soprattutto il target meno adatto a rigenerare strutturalmente i territori, mentre facciamo così poco per attrarre chi lavora, produce, investe, apre servizi, mette su famiglia, genera presenza attiva?
Finché non rispondiamo seriamente a questa domanda, continueremo a usare la parola rigenerazione per descrivere operazioni che, nella migliore delle ipotesi, sono solo ripopolamento parziale e rivalutazione immobiliare selettiva.
E continueremo a raccontarci che stiamo salvando i territori, quando forse stiamo semplicemente rendendoli più vendibili.




