La serie 2002–2025, gli incentivi fiscali, Covid, Brexit e l’effetto AIRE raccontano una storia molto meno comoda.
Non tutti quelli che partono scappano. Non tutti quelli che tornano hanno fallito. E non tutti i dati che sembrano positivi raccontano, da soli, una storia positiva.
Nei giorni scorsi è circolato uno studio della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: tra il 2021 e il 2025 sono rientrati in Italia 129mila giovani tra 18 e 39 anni. Il rapporto tra rientri e partenze, nello stesso quinquennio, è salito a circa 40 rientri ogni 100 espatri, contro 26 nel 2011–2015 e 31 nel quinquennio successivo.
Il dato è reale. Il titolo celebrativo, molto meno.
Per prima cosa, “quattro su dieci” non significa che quattro giovani su dieci partiti siano poi tornati. Lo precisa lo stesso Focus: non è un tasso di ritorno, perché chi rientra in un anno non coincide necessariamente con chi è partito nello stesso periodo. È il rapporto tra due flussi anagrafici diversi.
E poi quaranta non è cento. Nel quinquennio 2021–2025 le partenze dei giovani 18–39 sono state 325.431; i rientri 129.362. Il saldo resta negativo per circa 196mila persone. Non è un controesodo. È una mobilità in parte circolare, dentro una perdita netta che rimane molto ampia.
La serie lunga, non il ritaglio comodo
Per capire se l’Italia sia diventata davvero più capace di richiamare chi è partito, bisogna allargare l’inquadratura. La serie ISTAT dei trasferimenti di residenza dei cittadini italiani dal 2002 al 2025 mostra una linea piuttosto chiara.
All’inizio degli anni Duemila, partenze e rientri erano vicini. Tra il 2002 e il 2007 ci sono persino alcuni anni di equilibrio o lieve prevalenza dei rientri. Poi, dopo la crisi del 2008, la curva delle partenze prende quota: 39mila nel 2008, 50mila nel 2011, 68mila nel 2012, oltre 100mila nel 2015, fino a 122mila nel 2019.
I rientri aumentano anch’essi, ma molto meno e molto più tardi. Restano attorno ai 28–47mila all’anno fino al 2018; salgono a 68mila nel 2019; toccano il massimo nel 2021–2022, poco sotto o poco sopra 75mila; poi scendono per tre anni consecutivi, fino ai 56mila del 2025.
Il saldo migratorio dei cittadini italiani, salvo alcune eccezioni nei primi anni della serie, rimane negativo. Nel 2024 raggiunge addirittura -82.588 persone. Nel 2025 migliora a -52.553, ma il miglioramento va letto con prudenza: non è la prova che gli italiani abbiano improvvisamente smesso di partire.
Incentivi: prima deboli, poi molto forti, infine ridotti
Anche la cronologia fiscale conta.
La fase più generosa è dunque proprio quella 2020–2023. E coincide, guarda caso, con gli anni in cui molti commentatori vedono la prova che il ritorno avrebbe finalmente invertito il verso della storia.
Peccato che in mezzo sia successa anche una piccola cosa chiamata pandemia.
Covid, Brexit e anagrafi: il contesto non è un dettaglio
Tra il 2020 e il 2022, mobilità internazionale, lavoro, università, ricongiungimenti familiari e progetti di vita sono stati sconvolti. Le scelte rinviate per mesi sono state concentrate dopo la riapertura; molte persone hanno rivalutato la vicinanza alla famiglia e il luogo in cui vivere. È difficile trovare un periodo peggiore per trasformare un picco di rientri in una tendenza lineare.
C’è poi il Regno Unito. Il referendum Brexit è del 2016, ma l’uscita dalla libera circolazione ha prodotto gli effetti concreti dal 2020–2021: diritto di soggiorno, regolarizzazione, lavoro, studio. Non è casuale che il Regno Unito figuri tra i principali Paesi da cui arrivano i rientri.
Infine, il 2024. Le sanzioni più stringenti per la mancata iscrizione AIRE hanno prodotto un picco di registrazioni di persone già all’estero: 141mila espatri registrati. Il calo del 2025 a 109mila non certifica quindi un crollo delle partenze reali, ma anche la normalizzazione dopo un effetto amministrativo che ISTAT invita esplicitamente a considerare.
Cosa contano davvero questi numeri
C’è un altro distinguo essenziale. Le statistiche anagrafiche contano cittadini italiani, non “cervelli” e nemmeno necessariamente persone nate e cresciute in Italia. Non dicono se chi si sposta sia laureato, quale lavoro svolga, da quanto tempo viva fuori o se abbia acquisito in precedenza la cittadinanza italiana.
Per questo occorre cautela anche con le geografie. Una parte dei flussi riguarda italiani di origine straniera o di nuova cittadinanza; le destinazioni e le provenienze europee vanno lette senza immaginare automaticamente il giovane laureato italiano che parte o torna. Il dato generale è utile, ma non basta per raccontare la composizione dei flussi.
Ciò non toglie valore ai rientri. Chi torna porta, spesso, competenze, lingue, reti e prospettive maturate altrove. Ma il compito di un Paese non è celebrare ogni ritorno come una medaglia né trattare ogni partenza come un lutto nazionale.
È rendere le scelte reversibili, sostenibili e reali: casa, servizi, salario disponibile, opportunità professionali, protezioni e tempo. Lo dicono anche i rientrati: non è lo stipendio italiano a convincerli più spesso, ma un equilibrio più ampio tra lavoro e vita.
Per questo una buona notizia va letta fino in fondo. I rientri sono un pezzo della storia. Non sono, almeno per ora, il suo lieto fine.
Fonti: ISTAT, serie storiche dei trasferimenti di residenza 2002–2025; Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, “Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze”, settembre 2026; Agenzia delle Entrate, disciplina dei lavoratori impatriati.





