Quando un’intervista diventa qualcosa di più
Negli ultimi mesi Umberto Mucci e We the Italians hanno accolto diversi miei contributi.
Per questo gli sono sinceramente grato.
Non solo perché We the Italians è da anni uno dei luoghi più importanti in cui si racconta il rapporto tra l’Italia e la diaspora italiana, in particolare negli Stati Uniti, ma anche perché mi ha permesso di condividere un modo di parlare dell’Italia a cui tengo molto: affettuoso, certamente, ma non ingenuo; concreto, a volte anche piuttosto diretto, ma mai cinico per il gusto di esserlo.
Questa volta, però, Umberto ha voluto fare un passo in più. Mi ha chiesto di raccontare in un’intervista che cosa stiamo costruendo con ITS ITALY, come stiamo lavorando con gli stranieri che guardano all’Italia non più soltanto come a una meta da visitare, ma come a una possibile scelta di vita. E, in particolare, come sta evolvendo il rapporto con gli italoamericani.
È un tema che mi sta molto a cuore.
Perché negli ultimi anni ho incontrato molte persone che si innamorano dell’Italia attraverso i ricordi di famiglia, la televisione, Instagram, le vacanze, il cibo, i paesaggi, i borghi, le case antiche e, non di rado, una quantità pericolosa di sole. Il loro entusiasmo è spesso bellissimo. Ma, qualche volta, è anche fragile.
L’Italia che molti immaginano dall’estero è spesso un’esperienza estetica.
L’Italia reale, invece, è una relazione.
E una relazione richiede tempo, pazienza, ascolto, fiducia, senso dell’umorismo e una certa capacità di mantenere la calma quando qualcosa che dovrebbe essere semplice decide improvvisamente di diventare meravigliosamente medievale.
In fondo, è proprio questo il cuore del lavoro che facciamo con ITS ITALY.
Non esistiamo per smontare il sogno italiano. Al contrario. Proviamo a proteggerlo dalla sua versione più debole: quella fatta soltanto di immagini, entusiasmo e della frase “ci siamo innamorati di questo posto”, che è bellissima fino a quando non arriva il preventivo del tetto.
ITS, del resto, non nasce come progetto immobiliare.
Nasce all’estero, a Londra, più di dieci anni fa, come piattaforma per parlare dell’Italia a chi la guardava da fuori. Lo abbiamo fatto con eventi, progetti editoriali, community, incontri, contenuti e iniziative che cercavano di raccontare il nostro Paese senza ridurlo a cartolina, folklore o retorica pronta per l’esportazione.
Poi, soprattutto dopo il Covid, è diventato chiaro che raccontare l’Italia non bastava più.
C’era un’opportunità più concreta: aiutare persone, famiglie e investitori a portare presenza, attenzione, risorse e vita vera in alcuni dei luoghi più belli e più fragili del Paese. Non semplicemente comprare case, ma capire se, dove e come l’Italia potesse diventare una scelta reale.
Per questo oggi accompagniamo chi vuole avvicinarsi all’Italia valutando regioni, immobili, budget, tempi, ristrutturazioni, rischi, gestione, comunità locali e, quando serve, anche la possibilità di fermarsi un attimo prima di fare una scelta troppo impulsiva.
Una frase che ripeto spesso è: live first, buy later.
Vivere prima, comprare dopo.
Non significa “non comprare”. Significa comprare meglio.
Vivere in Italia per qualche mese cambia tutto. Ti fa capire se vuoi davvero un piccolo paese o solo l’idea di un piccolo paese. Se il silenzio è pace o isolamento. Se la distanza dall’aeroporto è sostenibile. Se il luogo vive anche d’inverno. Se vuoi davvero restaurare una vecchia casa italiana o se ti piace soprattutto poter dire che stai restaurando una vecchia casa italiana, frase meravigliosa fino al terzo extra di cantiere.
Questo vale ancora di più per molti italoamericani.
Per loro l’Italia non è semplicemente una destinazione. È una geografia emotiva. È famiglia, memoria, identità, cognomi, cibo, racconti, fotografie, nonni, radici e qualche volta il desiderio di tornare a qualcosa che non è mai stato del tutto perduto, ma nemmeno del tutto conosciuto.
È un legame potente. Ma proprio per questo va trattato con delicatezza.
L’Italia reale non coincide sempre con quella conservata nei ricordi familiari. E questo non è necessariamente un problema. Anzi, spesso è l’inizio di un rapporto più adulto, più onesto e molto più interessante con il Paese.
Durante l’intervista, Umberto mi ha detto che era da tempo che non faceva una conversazione così schietta, così ricca di contenuti e così poco frenata da troppe prudenze.
Per me è stato probabilmente il complimento più bello.
Non perché mi interessi essere provocatorio. E nemmeno perché la franchezza abbia valore quando diventa posa. Ma perché, dopo anni di lavoro sul campo con la squadra di ITS ITALY, so che un eccesso di prudenza rischia spesso di diventare fuorviante. Le persone non hanno bisogno di un’altra versione decorativa dell’Italia. Hanno bisogno di entusiasmo, certo, ma anche di chiarezza, contesto e onestà.
Devono sapere che comprare una casa in Italia non significa soltanto comprare bellezza. Significa confrontarsi con uso, luogo, accessibilità, servizi, comunità, costi, manutenzione, burocrazia, relazioni e tempo.
Una casa bellissima nel posto sbagliato può diventare un problema costoso con una buona luce. Una casa meno spettacolare nel posto giusto può diventare un vero progetto di vita.
Per questo il nostro motto, Don’t just visit, belong, non è mai stato soltanto uno slogan.
È un metodo.
Non venire in Italia solo per prendere qualcosa. Vieni per costruire una relazione. Non scegliere prima la casa e poi provare ad adattarle la tua vita. Scegli prima il luogo, il ritmo, la comunità, la stagione, il progetto. Poi, se ha ancora senso, scegli la casa.
Voglio quindi ringraziare Umberto Mucci e We the Italians non solo per l’intervista, ma per aver creato lo spazio per una conversazione di questo tipo: una conversazione che non tratta l’Italia come un prodotto da vendere, ma come un Paese reale, con una bellezza reale, una complessità reale e possibilità reali.
Aggiungo solo una nota personale, inevitabile.
Mi sono permesso di aggiornare la foto usata per l’intervista (l’originale è riportata sotto e nei canali di WTI). Non per vanità, naturalmente. O almeno non soltanto. La precedente immagine era abbastanza severa da richiedere un piccolo atto di autodifesa estetica. Mia moglie potrebbe o non potrebbe aver incoraggiato con una certa decisione questa scelta. Preferisco non metterla agli atti.




