Avevo appena ordinato Una splendida rovina, il nuovo romanzo di Vincenzo Latronico, più che altro per curiosità. Il libro non è ancora uscito, quindi non l’ho letto e non posso sapere dove porterà davvero la storia, né tantomeno quale risposta darà alle domande che sembra porre. Poi ieri ho letto su Sette l’intervista di Luca Mastrantonio a Latronico e quella curiosità è diventata qualcosa di diverso. Adesso sono estremamente interessato a leggerlo e, se mai ne avrò l’occasione, mi piacerebbe anche confrontarmi con l’autore, perché in quello che racconta della genesi del libro ho riconosciuto molto più di me, e soprattutto molto più delle persone che incontro ogni giorno, di quanto avrei immaginato.
Latronico racconta che una decina d’anni fa, insieme alla donna di cui era innamorato e ad alcuni amici che facevano fatica a pagare l’affitto in una grande città, comprò per pochissimo una casa in rovina in campagna, la ristrutturò e ci si trasferì. Racconta anche che, quando viveva ancora a Milano, passava del tempo a guardare sul telefono annunci di case al mare che non poteva permettersi, arrivando a selezionare il filtro “vista mare”. Lo chiama (a dire il vero è un termine oramai in voga, soprattutto per i malati incollati a canali tipi HGTV) property porn, e credo sia difficile trovare una definizione migliore per quella pratica contemporanea che consiste nel non cercare necessariamente una casa, ma nel guardare per qualche minuto la vita che potrebbe esserci intorno.
È anche da questo territorio che sembra partire Una splendida rovina. Nella presentazione del libro vengono offerte due possibili versioni della stessa storia. Due trentenni si incontrano, si innamorano e, trascinati dall’entusiasmo di un amore appena nato, decidono di cambiare vita, lasciare la città e trasferirsi in un villaggio di campagna, fino ad arrivare sulle coste del Baltico e a una gigantesca casa in rovina da ristrutturare. Oppure gli stessi due trentenni sono semplicemente persone alla deriva in città diventate troppo costose, stanche di lavori per i quali non provano più la passione di un tempo, che trovano l’uno nell’altra e in una fantasia campestre coltivata sui social e sui portali immobiliari una possibile via d’uscita. Le due storie possono coincidere quasi perfettamente. Cambia soltanto il modo in cui scegliamo di raccontarle, e forse anche il modo in cui riusciamo a raccontarle a noi stessi: sogno o autoinganno, corsa verso qualcosa oppure fuga da qualcos’altro?
La provocazione mi interessa perché è molto facile osservarla da fuori e archiviarla come l’ennesima manifestazione dell’epoca di Instagram. Conosciamo ormai perfettamente quell’immaginario: la casa di pietra, il rudere da recuperare, il piccolo paese, il computer sul tavolo di legno, il mercato del sabato, il bicchiere di vino al tramonto, le lenzuola stese al sole e la sensazione che da qualche parte esista ancora una versione più semplice, più bella e più autentica della vita. Abbiamo imparato persino a riconoscere i filtri con cui viene fotografata.
Eppure credo che fermarsi alla critica dell’immagine significhi perdere la parte più interessante di ciò che sta succedendo.
Perché conosco decine, ormai probabilmente centinaia, di persone che su quella possibilità non fantasticano più. Attraverso quello che facciamo con ITS ITALY ne incontriamo continuamente, e migliaia di persone leggono ciò che raccontiamo, ci scrivono, fanno domande, vengono in Italia per capire se quella possibilità possa diventare concreta. Io stesso provo da anni, forse un po’ maldestramente, a raccontare questo mondo. Ed è proprio per questo che il punto di partenza di Latronico mi ha colpito: perché a un certo momento il property porn finisce e qualcuno quella casa la compra davvero.
Sono italiani, europei, americani. Arrivano da Londra, Amsterdam, Berlino, New York, Toronto o da città italiane nelle quali continuare a vivere ha smesso di essere una scelta ovvia. Alcuni comprano una casa che costa meno di un’automobile, altri scoprono che ristrutturarla costerà tre volte quello che avevano immaginato. Qualcuno si trasferisce definitivamente, qualcuno divide l’anno tra due paesi, qualcuno arriva convinto di volere la Toscana e finisce in Sicilia, qualcuno scopre dopo sei mesi che il borgo romantico nel quale si vedeva invecchiare non gli piace affatto. Altri, cinque anni dopo, parlano italiano, conoscono i vicini e non hanno nessuna intenzione di tornare indietro.
È qui che la riflessione smette di essere soltanto estetica e diventa economica, sociale e perfino generazionale.
Nell’intervista Latronico parla della rottura di un patto sociale. Una parte della nostra generazione è cresciuta con un’equazione abbastanza semplice: studiare, lavorare, costruire una carriera avrebbe significato poter comprare una casa, mettere insieme una famiglia, raggiungere una certa sicurezza e magari vivere un po’ meglio dei propri genitori. Quel meccanismo, almeno per una parte importante della classe media occidentale, non funziona più allo stesso modo. Non significa necessariamente essere poveri. Significa poter avere un buon lavoro e non riuscire comunque a comprare una casa nella città nella quale quel lavoro si trova; guadagnare più dei propri genitori e sentirsi economicamente meno sicuri; avere fatto tutto quello che apparentemente bisognava fare e scoprire che il premio promesso nel frattempo si è spostato più avanti.
A quel punto cercare altrove non è necessariamente una fuga romantica. Può diventare un calcolo sorprendentemente razionale.
Vista da Milano, Londra o New York, una casa da trentamila euro in Abruzzo può sembrare una fantasia da social network. Vista da qualcuno che paga ogni mese una cifra enorme soltanto per poter continuare ad abitare in una città che magari non ama più, può assumere un significato completamente diverso. Il trasferimento in un borgo, il lavoro da remoto, una casa in un’area interna italiana, la possibilità di dividere l’anno tra due paesi non sono necessariamente la versione aggiornata del “mollo tutto e apro un chiringuito”. Possono essere una risposta concreta al fatto che reddito, abitazione e luogo di lavoro non sono più legati tra loro come lo erano venti o trent’anni fa.
Naturalmente i social prendono questa possibilità e la trasformano in spettacolo. Nell’intervista Latronico parla di una “narrazione avulsa dal contesto”, e trovo la definizione particolarmente precisa. Vediamo qualcuno che ha comprato un castello a un prezzo ridicolo, ma non sappiamo necessariamente quale patrimonio avesse prima. Vediamo una casa comprata per trentamila euro, ma non quanto sia costato renderla abitabile. Vediamo una persona lavorare con il portatile davanti agli ulivi, ma non sappiamo se viva lì dodici mesi oppure dodici giorni all’anno, quale passaporto abbia, quale reddito, se abbia figli, se parli la lingua o quanto complesso sia stato arrivarci.
Il punto, però, è che una narrazione priva di contesto non è necessariamente falsa. È incompleta. C’è una differenza enorme tra dire “ho comprato questa casa per trentamila euro” e lasciare intendere “con trentamila euro puoi vivere così”. La prima frase racconta un’esperienza; la seconda la trasforma in un modello.
Con ITS Italy ci troviamo inevitabilmente nel mezzo di questa contraddizione. Una parte del nostro lavoro nasce proprio dalla capacità delle persone di immaginarsi altrove, e sarebbe ipocrita fingere che non sia così. Prima di comprare una casa bisogna riuscire a vedersi dentro quella casa; prima di trasferirsi bisogna avere immaginato almeno una volta che una vita differente sia possibile. Ma lavorando poi con quelle persone nella realtà ho scoperto che la parte più interessante comincia esattamente quando finisce il reel.
Quando bisogna capire dove vivere davvero, quando il rudere romantico ha un tetto da rifare, quando una coppia scopre di desiderare due Italie completamente differenti, quando compare il codice fiscale, quando bisogna parlare con il geometra, scegliere una scuola, trovare un medico, affrontare un inverno in un paese che in agosto sembrava perfetto. Quando l’Italia smette di essere una destinazione e diventa semplicemente il posto in cui devi fare la spesa il martedì pomeriggio.
E non è affatto detto che, in quel momento, il sogno crolli. A volte accade il contrario: perde la patina e diventa una vita.
Forse è proprio qui che la storia di Latronico mi sembra meno eccezionale di quanto potrebbe apparire e, proprio per questo, molto più interessante. È la storia di decine, centinaia, forse migliaia di italiani, europei e americani che hanno cominciato nello stesso modo: scorrendo annunci, guardando fotografie, costruendo nella propria testa una geografia alternativa della propria esistenza. Solo che, a un certo punto, hanno smesso di fantasticare.
Hanno preso un aereo. Hanno visitato le case. Hanno fatto i conti. Hanno firmato compromessi e rogiti, litigato con imprese, scoperto tasse che non conoscevano, imparato parole in un’altra lingua e provato a capire se quella che sembrava una fuga potesse diventare una scelta.
Non tutti ci riescono, non tutti rimangono, non tutti fanno una scelta sensata e certamente non tutte le rovine diventano splendide. Ma abbastanza persone stanno provando a ridisegnare in questo modo le proprie coordinate geografiche, economiche e personali da rendere il fenomeno qualcosa di molto più concreto della caricatura che se ne può avere guardandolo da fuori.
Per questo voglio leggere Una splendida rovina prima di provare a dire che cosa racconti davvero, e mi piacerebbe molto, dopo averlo fatto, poterne discutere con Latronico. Mi interessa capire fino a dove porti quella tensione tra sogno e autoinganno, tra desiderio e fuga, tra la casa che ricostruiamo e la parte della nostra vita che speriamo, magari senza confessarcelo fino in fondo, di poter ricostruire insieme a lei.
Forse stiamo scappando. Forse stiamo inseguendo qualcosa. Molto probabilmente facciamo entrambe le cose, come abbiamo sempre fatto quando decidiamo di cambiare radicalmente una parte della nostra vita.
La differenza è che molti di quelli che incontro, a un certo punto, chiudono Instagram, chiamano il notaio e comprano davvero la casa.
Ed è da lì che, almeno per me, comincia la storia più interessante.
Nota: Questo non è un articolo commerciale né una collaborazione: Vincenzo Latronico ed Einaudi non mi hanno (purtroppo) pagato per scriverlo e non mi hanno nemmeno regalato una copia del libro. Una splendida rovina l’ho ordinato io per curiosità e sarà disponibile dalla prossima settimana. Se dopo tutto questo vi è venuta voglia di leggerlo, qui trovate la pagina del libro e il link per acquistarlo.
L’immagine di apertura che accompagna questo articolo è stata creata con l’intelligenza artificiale; la copertina di Una splendida rovina riprodotta nell’immagine è invece la vera copertina del libro.





