Piccoli comuni, grandi luoghi comuni. Arrivano le 'ZESpro'.
Fiscalità, cammini, nomadi digitali, alberghi diffusi e microcredito: quando una nuova sigla raccoglie tutte le idee giuste, ma evita accuratamente di chiedersi dove funzionino davvero.
Leggo su Milano Finanza del 25 luglio un articolo dedicato a una proposta di legge per la creazione di una “ZES di prossimità”, pensata per sostenere negozi, servizi essenziali e attività economiche nei piccoli comuni e nelle aree interne.
Il tema mi è fin troppo familiare. Da anni, con ITS ITALY, ITS Journal, Nomag Media, Smart Working Magazine, qui su ‘Esco quando voglio’ e altri progetti, ragioniamo di territori, immobili vuoti, turismo, nuove residenzialità, lavoro da remoto, servizi di prossimità, seconde case, destagionalizzazione e modelli economici capaci di tenere insieme abitanti, visitatori e imprese.
Non ho quindi alcuna intenzione di liquidare la proposta con il consueto sarcasmo riservato alle idee campate in aria. Nell’articolo richiamato ci sono problemi reali, intuizioni sensate e perfino alcune proposte che meriterebbero di essere approfondite. Il punto è un altro: raramente ho visto una densità così elevata di concetti ragionevoli accatastati con tanta disinvoltura, come se bastasse pronunciarli tutti insieme per trasformarli in una politica pubblica.
Nel giro di poche colonne compaiono fiscalità agevolata, semplificazione amministrativa, botteghe di prossimità, aree interne, overtourism, destagionalizzazione, cammini, ciclovie, albergo diffuso, smart worker, nomadi digitali, mobilità sostenibile, treni storici, navette, hub multiservizio, servizi digitali e microcredito. Manca forse una comunità energetica alimentata dall’intelligenza artificiale, ma immagino che sarà inserita in fase emendativa.
Non è il singolo ingrediente a essere sbagliato. È il minestrone. E che minestrone!
Il risultato è una sorta di catalogo generale delle politiche territoriali degli ultimi quindici anni, nel quale qualsiasi idea abbia goduto di almeno un convegno, un bando regionale, un servizio televisivo o un dossier sul futuro delle aree interne viene recuperata, spolverata e presentata come componente della stessa soluzione. Si ha quasi l’impressione che i problemi di questi territori derivino dalla mancata concentrazione, nello stesso testo, di un numero sufficiente di parole chiave. Robe da emicrania istante.
La prima domanda che nessuno sembra porsi
Mentre leggevo, continuavo a domandarmi una cosa molto semplice: chi formula queste proposte ha mai provato a vivere davvero per qualche settimana, possibilmente non ad agosto, in uno dei luoghi che vorrebbe salvare?
Non passarci un fine settimana. Non arrivarci per inaugurare un festival. Non partecipare a un convegno sulla rinascita dei piccoli centri nella sala consiliare appena restaurata. Viverci.
Provare a cercare un idraulico a novembre. Capire a che ora chiude l’unico alimentari. Scoprire che la farmacia è aperta tre mattine alla settimana, che per una visita medica si devono fare quaranta chilometri, che l’ultimo autobus parte prima delle cinque, che una connessione teoricamente veloce smette di esserlo appena piove e che il ristorante tanto suggestivo fotografato a luglio riaprirà a Pasqua.
Provare anche a capire chi ci vive realmente, chi ci arriva, chi ci rimane e chi invece se ne va dopo aver completato il proprio racconto Instagram sulla vita autentica.
Perché tra il piccolo centro immaginato e il territorio abitato esiste una distanza enorme. Il primo è fatto di pietra, silenzio, comunità, lentezza e qualità della vita. Il secondo è fatto anche di manutenzione, trasporti, servizi sanitari, lavoro, scuole, anziani, isolamento, costi logistici e una quantità di tempo spesa per fare cose che altrove richiedono pochi minuti.
La retorica tende a rimuovere tutto ciò che rende difficile la vita quotidiana, mantenendo soltanto ciò che la rende fotogenica e romantica.
Non ogni piccolo comune è un borgo
Innanzitutto c’è una questione terminologica che non è affatto secondaria. E che è all’origine delle mie irritazioni cutanee più estreme. Nell’articolo, come ormai in gran parte della comunicazione istituzionale scritta a Milano o Roma, qualsiasi piccolo comune o territorio interno viene promosso d’ufficio al rango di “borgo”.
Ma non ogni piccolo comune è un borgo, almeno non nel senso storico, urbanistico e morfologico del termine. Alcuni possiedono effettivamente un centro antico compatto, riconoscibile e di pregio. Altri sono costellazioni di frazioni distribuite su decine di chilometri quadrati. Altri ancora sono insediamenti cresciuti lungo una strada provinciale, intorno a un incrocio, a una stazione o a un’area produttiva: più vicini, nell’aspetto, a certi avamposti del Far West che alla cartolina medievale con i gerani alle finestre.
Ci sono comuni isolati in montagna, piccoli municipi ormai inglobati nell’orbita di un capoluogo, territori a vocazione agricola, località marine, centri industriali in declino e unità amministrative minuscole che non coincidono neppure con una vera comunità urbana.
Chiamarli tutti “borghi” non è soltanto lezioso. È pericoloso, perché spinge a immaginare che abbiano gli stessi problemi, lo stesso patrimonio, la stessa popolazione e le stesse possibilità di sviluppo. E conduce inevitabilmente alle stesse ricette: un cammino, qualche casa da trasformare in albergo diffuso, due nomadi digitali davanti a un laptop e la rinascita può cominciare.
Le politiche serie dovrebbero partire proprio dalla differenza fra i territori. La retorica, invece, li uniforma perché è più facile vendere un’unica immagine romantica che affrontare decine di realtà economiche e sociali profondamente diverse.
Il negozio non chiude perché manca una sigla fiscale
La proposta parte da un fatto reale: in molti piccoli comuni chiudono negozi e servizi di prossimità. La conseguenza è un impoverimento economico, ma anche sociale, perché un esercizio commerciale può svolgere una funzione che va oltre il semplice scambio di beni.
Tutto vero, più o meno.
Il problema nasce quando si lascia intendere che una fiscalità agevolata possa, da sola, riportare in equilibrio attività che non hanno più una domanda sufficiente. Ridurre imposte, contributi o costi amministrativi può aiutare un’impresa marginalmente sostenibile. Non può creare clienti dove non ce ne sono.
Un negozio che lavora con pochi residenti, consumi ridotti e una forte stagionalità non diventa improvvisamente sano grazie a uno sconto fiscale. Perderà meno denaro, che è diverso dal guadagnarne. E nemmeno basta proporre un incentivo da 5 o 10 mila euro. Oh, per carità, aiuta! Ma avete mai provato a far partire un’impresa in Italia? 5 mila euro se ne spariscono tra notaio, bolli, commercialisti, avvocati e psichiatra in meno di 6 mesi!
Sembra una distinzione banale, ma è il punto sul quale falliscono molte politiche territoriali: si interviene sui costi senza interrogarsi sulla domanda. Si agevola l’offerta senza chiedersi chi acquisterà, per quanto tempo e con quale frequenza.
Non tutte le attività che chiudono devono essere salvate nella forma in cui esistono. Alcune devono evolvere, aggregarsi, diventare multiservizio, lavorare su bacini più ampi, integrare commercio fisico e digitale. Altre svolgono una funzione pubblica e devono essere sostenute esplicitamente come tali. Altre ancora, semplicemente, non sono più sostenibili.
Dirlo non significa abbandonare i territori. Significa evitare di confondere la tutela della comunità con la conservazione artificiale di qualsiasi modello economico esistente.
La ZES come parola magica
La scelta di richiamare il concetto di Zona Economica Speciale è comunicativamente efficace. Le ZES evocano investimenti, incentivi, procedure accelerate e sviluppo. Aggiungendo “prossimità” (‘pro’ in questo caso) si ottiene una formula nuova, almeno sul piano del marchio.
Ma la domanda resta: siamo di fronte a una vera zona economica o a un contenitore retorico dentro il quale far confluire misure molto diverse?
Una politica per i negozi di vicinato non coincide con una politica per il turismo. Una politica per il ripopolamento non coincide con una politica per le seconde case. Una politica per gli anziani non coincide con una strategia per attrarre nomadi digitali. Una misura per il credito non risolve necessariamente il problema dei servizi pubblici. E una semplificazione amministrativa pensata per una microbottega non è la stessa necessaria per recuperare un patrimonio immobiliare diffuso.
Mettere tutto sotto la stessa etichetta non produce automaticamente coordinamento. Può anzi nascondere l’assenza di priorità.
Le politiche efficaci scelgono: definiscono territori, beneficiari, obiettivi, tempi, costi, responsabilità e indicatori. Le politiche manifesto tendono invece a includere tutto, perché escludere qualcosa comporta il rischio di scontentare qualcuno.
Redistribuire i turisti: basta spostarli un po’ più in là
L’articolo suggerisce di redistribuire i flussi turistici, oggi concentrati in pochi comuni, verso centri minori e aree interne. È una delle idee più ripetute nel dibattito italiano: alleggerire le destinazioni sovraffollate portando visitatori nei territori meno frequentati.
Peccato che i turisti non siano container da ricollocare con una decisione amministrativa.
Chi visita Venezia non è necessariamente alla ricerca di un comune appenninico. Chi arriva a Firenze per gli Uffizi non può essere semplicemente deviato verso un paese vicino perché lì esistono case vuote e una trattoria. Le destinazioni non sono intercambiabili, e il desiderio turistico non si redistribuisce per decreto.
Si possono costruire itinerari, collegare territori, allungare la permanenza, promuovere esperienze complementari e intercettare segmenti specifici. Ma per farlo servono prodotti veri, accessibilità, ospitalità, qualità, commercializzazione e una ragione precisa per andare in un luogo. Soprattutto se non convinci chi, quei turisti, li scarrozza e fa arrivare… vai veramente poco lontano. E Dio ci salvi dal coinvolgere qualche wannabe influencer dei borghi (ma su questo discorso non mi dilungo).
Dire “portiamo i turisti nei piccoli centri” non è ancora una strategia. È l’equivalente territoriale di “facciamo sistema”.
Inoltre, più turismo non significa automaticamente più vita locale. Un comune può essere pieno per tre mesi e continuare a svuotarsi per gli altri nove. Può moltiplicare gli affitti brevi e perdere residenti. Può aprire ristoranti stagionali e chiudere l’unico ferramenta. Può aumentare il valore degli immobili senza creare una comunità più stabile.
Turismo e ripopolamento possono sostenersi, ma possono anche entrare in conflitto. Trattarli come sinonimi è comodo, non corretto.
Cammini, ciclovie e treni storici: l’inevitabile processione
Nessun progetto contemporaneo sulle aree interne può ormai considerarsi completo senza almeno un cammino, una ciclovia e, quando possibile, un treno storico.
Sono strumenti potenzialmente utili. Possono generare flussi, creare narrazione, collegare territori, stimolare piccole attività e valorizzare un patrimonio che altrimenti resterebbe invisibile.
Ma anche in questo caso la distanza tra idea e realtà è notevole.
Un cammino non è una linea tracciata su una mappa. È manutenzione, segnaletica, informazioni aggiornate, ospitalità, trasporto bagagli, assistenza, prenotazione, promozione e continuità.
Nota: avete mai provato a percorrere un cammino? In certi luoghi meno ‘glamorous’ i residenti neanche sanno che sono sulla mappa, nemmeno il cammino sa di esserci e il tracciato si perde nel nulla con quattro sparuti viandanti persi nei campi con una mappa inutile e un cellulare che non prende in mano.
Una ciclovia non è un nastro da tagliare, ma un’infrastruttura che deve essere percorribile, sicura e collegata. Un treno storico può essere un’esperienza bellissima, ma difficilmente sostituisce un servizio ferroviario ordinario, frequente e utilizzabile da chi vive lì ogni giorno.
Altra nota: e no, il fatto che il treno pendolari regionale abbia vagoni del secondo dopoguerra non lo rende ‘storico’, ma solo un’infrastruttura su cui mai nessuno ha investito.
Molti progetti territoriali sono costruiti intorno all’esperienza straordinaria del visitatore e ignorano la mobilità ordinaria del residente.
È più facile finanziare il treno storico della domenica che garantire una corsa utile dal lunedì al venerdì. Il primo produce fotografie; la seconda produce cittadinanza.
L’albergo diffuso e la miracolosa resurrezione delle case vuote
Poi arriva, inevitabilmente, l’albergo diffuso. Un modello interessante, in alcuni contesti molto efficace e ormai diventato la soluzione narrativa universale per qualsiasi centro storico con immobili inutilizzati.
Ulteriore nota: Nel 99% dei casi i giornalisti (non in questo caso) citano Sextantio a Santo Stefano di Sessanio. Perché? Perché ne hanno sentito parlare, perché fa figo, ma non hanno idea cosa sia, dove sia, come sia spuntato fuori e, soprattutto, quanto non paragonabile al resto degli alberghi diffusi italiani questo stesso sia! Fastidio.
Lo schema è seducente: si recuperano le case vuote, le si trasforma in camere, si attraggono visitatori, si riaprono attività e il paese torna a vivere.
Tra la prima e l’ultima frase, però, c’è quasi tutto ciò che conta.
Le case vuote possono avere decine di proprietari, successioni aperte, abusi edilizi, costi di ristrutturazione sproporzionati, accessi difficili, impianti obsoleti e valori finali inferiori all’investimento necessario. La gestione unitaria richiede competenze, organizzazione, personale, standard, servizi, tecnologia e capacità commerciale. E serve, dettaglio non secondario, una domanda.
L’esistenza di immobili vuoti non crea automaticamente un prodotto turistico, così come l’esistenza di campi non crea automaticamente un’azienda agricola.
L’albergo diffuso può essere una componente di una strategia. Diventa un luogo comune quando viene citato come passaggio naturale tra abbandono e rinascita.
I nomadi digitali, nuovi etruschi delle aree interne
Il nomade digitale è ormai una figura mitologica del discorso sui piccoli comuni. Arriva con un computer, sceglie una casa in pietra, lavora davanti a una finestra panoramica, consuma prodotti locali e, con la sua sola presenza, risolve insieme spopolamento, commercio, internazionalizzazione e innovazione.
Nella realtà, i lavoratori remoti scelgono i luoghi in base a una combinazione piuttosto concreta di connessione, accessibilità, costo, servizi, vita sociale, qualità degli alloggi, sanità, trasporti e opportunità di relazione.
Non tutti desiderano vivere isolati. Non tutti restano a lungo. Non tutti producono un impatto economico significativo. Molti si spostano frequentemente e scelgono località nelle quali esista già una comunità internazionale o almeno una struttura minima di servizi.
Possono rappresentare una componente interessante della nuova residenzialità. Ma non sono un esercito demografico in attesa di essere assegnato ai comuni italiani.
Lo stesso vale per gli smart worker (per quelli dumb non abbiamo invece pietà), categoria (impropriamente citati riferendosi ai remote worker) spesso evocata come se milioni di persone potessero trasferirsi stabilmente nelle aree interne semplicemente perché dispongono di una connessione. Il lavoro remoto riduce il vincolo geografico, non elimina tutti gli altri vincoli della vita.
La bottega come hub multiservizio: finalmente un’idea concreta, quasi
Tra le proposte citate, quella di trasformare alcuni esercizi di prossimità in punti multiservizio è probabilmente una delle più interessanti. In molti territori una bottega può integrare commercio, consegne, servizi postali, pagamenti, prenotazioni, assistenza digitale, ritiro farmaci o supporto amministrativo.
È esattamente il tipo di evoluzione necessaria: non difendere il negozio in quanto tale, ma valorizzarne la presenza fisica come infrastruttura locale.
I più ignorano che, per disperazione o naturale evoluzione, molte botteghe di piccoli centri abitati fanno veramente questo servizio da n mila anni. Solo non lo chiamano ‘hub multiservizio’.
Ricorso storico personale: da bambino, con la mia famiglia, passavamo 2 o 3 mesi in un piccolo comune della bergamasca, con vista su Lago di Como (ramo di Lecco) e montagne svizzere. In questo paesino, c’era un negozio dove trovavi e facevi di tutto. Mia mamma lo chiamava ‘La Rinascente’ per implicare la complessità merceologica. Solo con l’adolescenza ho capito che non era una vera Rinascente… ma la funzione di ‘hub multiservizi’ era già presente.
Tuttavia, anche qui servono numeri.
Chi paga il servizio? Quanto viene riconosciuto al gestore? Quali responsabilità assume? Quale formazione è necessaria? Quali dati può trattare? Quali autorizzazioni servono? Quanti abitanti sono necessari perché il modello raggiunga un equilibrio?
“Hub multiservizio” è un buon nome. Per diventare un’impresa deve trasformarsi in un modello economico.
Il rischio, altrimenti, è caricare su un commerciante già in difficoltà una serie di nuove funzioni scarsamente remunerate, salvo poi celebrarne il ruolo sociale mentre continua a non arrivare a fine mese.
E poi… qualcuno ha mai notato che in questi luoghi c’è un’altissima concentrazione di anziani, persone disagiate per miliardi di ragioni, immigrati (non gli ‘expat’ anglosassoni) che lavorano in condizioni pessime nei nostri campi, etc. A chi di loro si riferisce quando parla di ‘multiservizi’?
Microcredito: il debito come soluzione alla mancanza di reddito
Anche il microcredito compare nell’elenco delle cure possibili. È una presenza quasi obbligatoria: aggiunge inclusività, accesso e sostegno alle piccole imprese.
Ma non tutte le imprese fragili hanno bisogno di credito. Alcune hanno bisogno di capitale, competenze, aggregazione, strumenti commerciali, infrastrutture o clienti. Altre non dovrebbero indebitarsi affatto.
Un prestito non rende redditizio un progetto privo di domanda. Può semplicemente rimandare il problema e trasferirlo nel bilancio di chi ha creduto alla narrazione.
Il credito è utile quando finanzia una trasformazione capace di produrre reddito. È pericoloso quando viene utilizzato per coprire perdite strutturali.
Ennesima piccola nota: in molti di questi luoghi non c’é nemmeno uno sportello automatico, se va bene c’é la Posta aperta 2/3 giorni alla settimana. Dove si dovrebbe mai andare per farsi erogare il microcredito? Nella filiale cittadina dove ti guardano come un alieno asociale che va a mendicare?
La grande semplificazione che semplifica tutto tranne la realtà
Infine, la semplificazione amministrativa. Chi potrebbe essere contrario?
Il problema è che la parola viene usata spesso senza indicare quale procedura debba essere semplificata, quale ente debba rinunciare a quale passaggio e quali controlli possano essere coordinati senza compromettere sicurezza, ambiente, concorrenza o tutela del patrimonio.
Promettere di “azzerare” i tempi burocratici è efficace, ma poco credibile. I tempi possono essere ridotti, resi certi, digitalizzati e coordinati. Non azzerati.
Nei piccoli comuni, inoltre, il problema non è sempre l’eccesso di regole. A volte è la mancanza di personale capace di gestirle. Un municipio con pochi dipendenti non diventa più efficiente soltanto perché una legge nazionale proclama la semplificazione.
Servono competenze condivise, uffici territoriali comuni, assistenza tecnica, procedure standard e responsabilità chiare. Meno retorica sulla burocrazia e più capacità amministrativa.
Avete in mente quanto tempo ci si mette ad allacciarsi alla fogna in alcuni paesi del Sud (caso personale). Alla fogna. Alla banda superveloce mi sono collegato in meno di 3/4 giorni. Alla fogna in 9 mesi. 'Just saying…’ diremmo a Londra. Va benissimo la semplificazione burocratica, ma insieme al servizio di base.
Che cosa salvare
Dopo aver tolto il rivestimento da brochure, restano diversi elementi validi.
È vero che alcuni servizi di prossimità producono un valore sociale che il mercato da solo non remunera. È vero che la fiscalità può compensare svantaggi territoriali reali. È vero che attività multifunzionali, nuova residenzialità, lavoro remoto, turismo lento e recupero immobiliare possono contribuire alla tenuta economica di molti comuni. È vero che la frammentazione amministrativa e l’assenza di competenze impediscono spesso anche ai progetti migliori di partire.
Ma questi elementi devono essere ordinati, non semplicemente elencati.
La prima cosa da fare sarebbe smettere di trattare tutti i piccoli comuni e tutte le aree interne come un’unica categoria. Un centro vicino al mare con un patrimonio immobiliare appetibile non ha gli stessi problemi di un comune montano lontano dai servizi. Una località raggiungibile in un’ora da una grande città non è paragonabile a un territorio isolato. Un paese capace di attrarre stranieri, seconde case o turismo internazionale non può essere trattato come un comune senza alcuna domanda esterna.
Le politiche devono partire da una classificazione concreta dei territori e delle loro potenzialità, non dalla loro comune appartenenza a un immaginario.
La seconda cosa è distinguere chiaramente tra servizi essenziali e attività commerciali ordinarie. Se una farmacia, un negozio alimentare o un punto di assistenza svolgono una funzione indispensabile, possono essere remunerati per quella funzione, anche attraverso contratti di servizio, non soltanto con esenzioni fiscali generiche.
La terza è finanziare progetti integrati e verificabili, non parole chiave. Un territorio dovrebbe dimostrare come collega abitazione, servizi, mobilità, attività economiche e domanda. Non basta dichiarare che realizzerà una ciclovia, attirerà smart worker e aprirà un albergo diffuso.
La quarta è costruire soggetti gestori. Molti progetti non falliscono per mancanza di idee, ma perché nessuno è realmente responsabile della loro esecuzione. Serve qualcuno che trovi gli immobili, coordini i proprietari, raccolga capitali, gestisca i servizi, promuova il territorio e misuri i risultati. E chi le fa queste cose? Il Pubblico?
La quinta è smettere di considerare il turismo come unica economia possibile. I territori minori possono ospitare lavoro, produzione, formazione, assistenza, artigianato, servizi digitali, agricoltura evoluta e nuove forme di residenza. Il turista è importante, ma non può essere sempre il cittadino sostitutivo di luoghi che perdono abitanti.
Infine, bisognerebbe sperimentare. Selezionare un numero limitato di aree diverse, applicare strumenti differenti, misurare cosa produce occupazione, cosa crea residenza, cosa mantiene servizi e cosa invece genera soltanto eventi, comunicazione e qualche inaugurazione.
Dalle buone intenzioni alle politiche vere
L’articolo di Milano Finanza racconta problemi reali e intercetta un desiderio diffuso: non lasciare che una parte consistente del territorio italiano perda attività, servizi, abitanti e valore.
È un obiettivo condivisibile.
Ma proprio perché lo è, merita qualcosa di più di una sequenza di formule rassicuranti. La fiscalità non sostituisce la domanda. I turisti non si redistribuiscono. I nomadi digitali non ripopolano automaticamente. Le case vuote non diventano alberghi per partenogenesi. Il microcredito non crea redditività. I cammini non sono politiche industriali. E la semplificazione non consiste nel pronunciare la parola con sufficiente convinzione.
Il rischio delle idee giuste usate male è che, dopo qualche anno, vengano considerate sbagliate. Un progetto confuso sull’albergo diffuso può screditare l’albergo diffuso. Una ciclovia incompleta può far apparire inutile la mobilità lenta. Un incentivo assegnato senza selezione può trasformare la fiscalità territoriale in assistenzialismo. Il PNRR ci ha dato esempi magnifici di come le cose possono andare gloriosamente male (o finire nel Nulla).
La questione non è inventare un’altra sigla. È costruire modelli capaci di tenere insieme economia e vita reale. Metterli alla prova e dare una mano a chi sta già lavorandoci, spesso senza chiedere un euro pubblico. Meglio supportare chi, a fatica, presidia e resiste e rilancia… che favorire la nascita di impresine o non profit a misura di bando o di incentivo. Nate per morire appena l’incentivo si esaurisce.
E magari investire un po’ di tempo andandoci in questi luoghi, magari spostando i laboratori che pensano a tutte queste belle idee da Roma o Milano a qualche comune con meno di 2000 abitanti.
Magari dopo aver trascorso un mesetto in quei luoghi, preferibilmente a novembre, quando il paese è ancora bellissimo, ma il bar (ammesso che ci sia) chiude alle sei, l’autobus non passa e il nomade digitale è già ripartito per Lisbona… magari verranno in mente idee un po’ più articolate di una bellissima ZESpro - che per carità divina… se arriva non fa schifo.
E se ai miei amici amministratori di comune sembra una buona idea, sono pronto a sporcarmici le mani (per quel pochissimo che può contare il mio supporto)… ma andiamo anche oltre, ecco…
Quindi… se vuoi firmare per questa proposta…




