Per fortuna al cinema c’era l’aria condizionata. Per il resto, l’Odissea di Nolan è una cagata pazzesca.
L’altro ieri, presi dalla disperazione da esilio - perché, dopo tre mesi di lavori in loco, ora, in estate, siamo di fatto esiliati in un paesino medievale dove non succede niente, a parte una sagra durante la quale viene servito del cibo che ti fa chiamare i NAS mentre qualche vecchietta locale rimpingua allegramente la cassa in barba a qualunque concetto contemporaneo di trasparenza contabile - io e mia moglie siamo andati al cinema.
Le alternative, del resto, erano quelle di sempre: stare spiaggiati in giardino, spiaggiati sul divano davanti a Netflix, andare a fare le vasche a Castiglione della Pescaia dove in agosto c’è più gente che in un girone dell’Inferno dantesco oppure, appunto, prendere la macchina e andare a Grosseto, dove a una ventina di minuti c’è un multisala quasi sempre meravigliosamente deserto. Così tranquillo e fresco che per noi è diventato una specie di rifugio antiaereo estivo. Anche perché ha l’aria condizionata.
L’aria condizionata: nel nostro paesino medievale, per preservare il ‘look’ di case che in alcuni casi sembrano cadere a pezzi da sole, l’aria condizionata non ce l’hanno ancora permessa. Evidentemente il principio è che, se vuoi vivere in un’atmosfera medievale (sic!), devi anche essere disposto a morire medievale. D’altronde l’autenticità ha un prezzo e, con le temperature di questi giorni, quel prezzo è dormire nudo sopra le lenzuola sperando che alle tre del mattino entri dalla finestra qualcosa che assomigli vagamente a un refolo d’aria - insieme all’immancabile geco che fa da zampirone.
Noi al cinema, comunque, ci siamo sempre andati moltissimo. Io e mia moglie siamo proprio avidi di cinema: guardiamo praticamente tutto, salvo le cose che già dal trailer sembrano pallose, quelle che hanno partecipato a festival sconosciuti (con il nome tra gli allori, per capirci) e troppo intelligenti (e che probabilmente vinceranno un Oscar), e persino su quelle ogni tanto cediamo quando non c’è veramente più niente da vedere.
Per dire: qualche tempo fa, in piena disperazione, ci siamo guardati in streaming - dopo mesi di stoica resistenza - quel malloppazzo di The Brutalist. Io non posso tollerare che ci sia gente che continui a dire che è un bellissimo film. Non ci credo. Per me è stata una palla colossale, con qualche raro minuto godibile disperso in un oceano di sofferenza cinematografica. Mi sono addormentato un paio di volte e il film, a un certo punto, ha persino una pausa al suo interno: immagine d’epoca fissa, tempo sufficiente per andare a pisciare, aprire il freezer, scavare alla ricerca di un gelato e chiedersi seriamente perché si sia deciso di passare la serata in quel modo.
Poi leggi le recensioni e senti gli amici ‘esperti’ che te lo hanno consigliato e scopri che tutti sono esaltati dalla cinematografia, dalla fotografia, dall’architettura, dalla profondità, dal trauma, dall’America, da boh. E quando ho scoperto che non era neppure una storia vera ho anche imprecato, perché fino a quel momento almeno mi consolavo pensando di stare imparando qualcosa.
Questo per dire a che punto siamo arrivati.
Tornando a me e al mio paesino medievale toscano… Se passi tre mesi qui per lavorare, una volta esauriti i paesini vicini da visitare, le chiese, le mura medievali, i vicoli fotografabili e le trattorie che “dovete assolutamente provare”, spesso l’alternativa reale diventa frequentare le vecchiette sulla panchina del paese oppure portare a spasso il cane di qualcun altro. O prendere la macchina e andare ‘in città’ a guardarsi un film. E così in questi mesi abbiamo visto praticamente tutto quello che il cinema aveva da offrire, fatta eccezione per buona parte dei film italiani che personalmente non posso tollerare - salvo Checco Zalone. Ma proprio tutto: Minions, Spider-Man, mostri, supereroi, sequel, prequel, horror, cartoni animati (manca solo Paw Patrol 23), roba che non avremmo mai pensato di pagare per vedere. You name it!, noi probabilmente l’abbiamo visto.
E quindi: proiezione delle nove, Odissea di Nolan.
Nemmeno in lingua originale, cosa che ci urta, non per snobbismo ma perché almeno in inglese avremmo capito quello che dicevano senza dover sopportare pure il doppiaggio. Tre ore di film, più la mezz’ora di pubblicità imbarazzante tipica del cinema di provincia, più i trailer, più la pausa refill di popcorn e pisciata - l’ho già detto che trovo la pausa nel mezzo di un film una barbarie novecentesca? - e così praticamente avevamo programmato la serata fino a notte fonda.
A me, peraltro, l’idea dell’Odissea non ispirava granché. Troppo pompata dagli espertoni di turno e quindi altamente sospettabile come fregatura. Inoltre, vengo da una famiglia e da un’educazione dove i grandi classici sono stati molto ben presidiati e credo di conoscere Omero un po’ meglio della media italica, non per particolare merito mio, ma perché qualcosa sarà pur servito avere in famiglia, e praticamente come seconda madre, una zia che di storia greca e romana sapeva qualcosina. O amici adulti con cui confrontarmi e che quelle robe le leggevano in greco - io però non sono mai arrivato a tanto, al massimo al latino.
La zia in questione, era Marta Sordi. Googlatela.
Io penso che davanti a questo film avrebbe avuto reazioni molto più violente delle mie. Probabilmente avrebbe messo a fuoco il cinema. O magari avrebbe semplicemente denunciato Nolan per abuso di mito.
E attenzione: non sto facendo il purista filologico, perché sarebbe idiota. È Hollywood, non un convegno sulla trasmissione orale dei poemi omerici. Mi va benissimo che Hollywood faccia Hollywood. Anzi, probabilmente mia zia avrebbe tollerato persino di più il grande filmone del 1954, Ulisse, prodotto da Dino De Laurentiis e interpretato da Kirk Douglas, con Silvana Mangano che, attenzione, faceva sia Penelope sia Circe e Anthony Quinn nei panni di Antinoo.
Filologico? Macché.
Ma almeno era colorato, epico, arrogante, in Technicolor, e Kirk Douglas faceva Kirk Douglas. Se devi tradire Omero, tradiscilo bene. Fammi vedere le navi, il sangue, i mostri, le spade, qualcuno che urla contro gli dèi e una bella testa mozzata ogni tanto.
Nolan invece ci ha messo dentro Hollywood.
Tutta. Ma proprio tutta.
A un certo punto sembra che qualcuno abbia fatto l’appello alla festa degli Oscar e abbia detto: bene ragazzi, adesso foto ricordo, tutti in tunica.
Matt Damon è Ulisse (perché già da Marziano aveva perso la strada), Anne Hathaway è Penelope (per competenze con il mondo del tessile), Tom Holland è Telemaco (idolo GenZ con 30 anni per gamba), Robert Pattinson è un Procio e francamente ha proprio la faccia da Procio: efebico, insopportabile, uno che ti sta sul cazzo semplicemente perché esiste e al quale, quando sai già come va a finire, pensi “ben ti sta, tanto prima o poi muori”.
Poi c’è Himesh Patel, quello che nel film Yesterday cantava i Beatles facendo finta di aver inventato lui tutte le loro canzoni, e che qui ovviamente è diventato un guerriero greco. Ci sono attori di ogni colore, provenienza, etnia, origine possibile e immaginabile. E sia chiaro: non mi interessa fare il censore della filologia genetica dell’età del bronzo, anche perché il Mediterraneo antico era certamente assai più mescolato di quanto molti pensino oggi. Però a un certo punto hanno esagerato talmente tanto nel voler infilare dentro tutti che la sensazione non è più “Odissea”: è una convention internazionale in costume.
C’è persino, come dicevo, Spider-Man/Tom Holland con la fidanzata di Spider-Man che fa la Dea - che poi nella vita è anche la moglie di Tom Holland. Tom, che ha ormai trent’anni suonati, interpreta il figlio di Anne Hathaway/Penelope, che ne ha poco più di quaranta. Anne sarà stata felicissima quando le hanno mandato il messaggino.
“Abbiamo trovato tuo figlio.”
“Ah, bene. Quanti anni ha?”
“Trenta.”
Grazie Hollywood.
E poi c’è Sinone.
Ora, scusatemi… va bene che a Hollywood ci dovevano stare tutti, ma nel personaggio forse più sfigato di tutta la faccenda - quello praticamente usato come esca per convincere i Troiani a portarsi il cavallo dentro casa - tu ci metti Elliot Page. Che prima era l’attrice Ellen Page e oggi è Elliot Page. Si, lasciate stare…
Per carità, posto per tutti, ovviamente. Ma chi gli dai? Proprio Sinone?
È quasi perfida come scelta.
Gli altri fanno dèi, guerrieri, regine, eroi, principesse, Proci palestrati. A lui: “Tu fai quello che lasciamo davanti alle mura a raccontare una cazzata.” E lui: “Ma perché?” e Nolan: “Eh… da grande capirai.”
Dai.
Poi comincia il viaggio, e qui c’è la cosa che mi ha sempre divertito dell’Odissea e che vista così diventa ancora più evidente. Questi hanno passato dieci anni in remote working ad assediare Troia, poi finalmente la guerra finisce, stanno qualche giorno incastrati dentro un cavallo spiaggiato di traverso vincono e finalmente possono tornare a casa.
Ulisse però deve fare il brillante. Perché Ulisse è più smart degli altri. Ulisse oggi userebbe sicuramente l’AI.
Sarebbe quello che, invece di prendere la strada indicata, chiede a ChatGPT: “C’è una shortcut per arrivare a Itaca evitando traffico, pedaggi e magari pure panoramica?”, finisce su una mulattiera, rompe l’asse della macchina e contemporaneamente fa incazzare Poseidone.
Da quel momento gli va tutto storto.
E inizia questa crociera decennale dove praticamente muoiono tutti mentre lui gira senza alcun senso (vedi mappa in cover - approssimativa, ma non troppo) nel Mediterraneo come se stesse cercando l’uscita giusta sul raccordo anulare di Roma.
Ma soprattutto: i suoi soldati in crociera hanno sempre fame.
Sempre.
E io continuavo a pensare: ma buttare in mare una rete? Sai che pesca allo strascico!
Mai?
Avete le navi. Siete nel Mediterraneo. È pieno di pesci. Da millenni la gente butta una rete in acqua e tira su qualcosa.
No.
Loro devono ogni volta andare a rompere i coglioni agli abitanti dell’isola di turno e spiegargli che, in virtù della sacra ospitalità voluta da Zeus, sono sostanzialmente tenuti a dargli da mangiare gratis.
È il Ticket Restaurant tipo Welfare perché sono stati a far la guerra.
“Salve, siamo trenta greci reduci da una guerra. Avete qualcosa da mangiare? Anche una cosina semplice, due crostini…”
E ogni singola volta succede un casino.
Ciclopi. Maghe. Cannibali. Mostri. Dèi incazzati. Gente trasformata. Morti che parlano.
Ragazzi, fatevi un fritto di paranza e ripartite.
In più Nolan riesce nell’impresa titanica di rendere triste il Mediterraneo.
Grigio. Cupo. Freddo. Nubi. Rocce. Onde nere.
Uomini bagnati che guardano l’orizzonte con la faccia di chi ha appena ricevuto una cartella esattoriale.
A confronto la Norvegia sembra Saint Barth.
Non a caso… guardate dove è stato filmato Odissey!
Poi finalmente arrivi a Itaca e Itaca è bella, mediterranea, solare, pietra, mare, colori. Robe che nemmeno il Mulino Bianco. E improvvisamente mezza Italia si scopre cultrice delle isole e tutti vanno in pellegrinaggio a Favignana perché l’ha filmata Nolan.
Cioè, Favignana era lì da secoli. Non se la inculava praticamente nessuno. Arriva Nolan, la filma come potrebbe farlo qualsiasi influencer con un drone, ed ecco tutti a correre a vedere “l’isola dell’Odissea” come se avessero appena ritrovato Troia.
È lo stesso meccanismo dell’influencer di Napoli che dà appuntamento a tutti sulla neve di Roccaraso: improvvisamente un luogo esiste solo perché qualcuno che seguite ve l’ha indicato col dito.
Poveri italiani turisticamente rincoglioniti che hanno bisogno di Hollywood per accorgersi dell’Italia.
Alla fine, comunque, Ulisse arriva a casa.
Usa praticamente i suoi poteri tipo quello che spara le frecce della Marvel, fa fuori chi deve far fuori, Telemaco-Spider-Man per buona parte del tempo non fa nulla, ma alla fine diventa re, e finalmente ritroviamo Penelope.
Penelope-Hathaway, nel frattempo, è vestita per tre ore come se ogni mattina arrivasse un camion da Milano con la stylist. Non Prada, direi più colori Gucci. Terre, bronzi, sete, drappeggi, una perfetta collezione “Mykonos Bronze Age Resort”.
E tesse. Tesse. Disfa. Tesse. Disfa.
Ora, va bene tutto, ma facciamocela una domanda anche sulla produttività di questa donna.
Hai un regno praticamente occupato da cento uomini che vogliono sposarti, tuo marito è disperso da vent’anni e il tuo piano industriale è fare e disfare lo stesso sudario?
Una consulente Deloitte avrebbe liquidato Itaca prima del ritorno di Ulisse.
Ma la sintesi perfetta di tutta questa melassa hollywoodiana me l’ha regalata mia moglie.
Perché c’è una cosa sulla quale, effettivamente, la trama vacilla anche senza scomodare i grecisti.
Tu, Ulisse, sei via da vent’anni.
A un certo punto finisci su un’isola con Calipso.
E Nolan decide che Calipso sia Charlize Theron.
Charlize Theron. Una dea. Fighissima.
Sei su un’isola praticamente deserta, lei ti nutre, ti coccola, sa pescare - probabilmente è l’unica nell’intero mondo antico capace di preparare un fritto misto senza dover chiedere ospitalità a Zeus -, ti dà pure intrugli vari, foglioline, dolcetti, psicofarmaci o metadone travestito da qualcosa di naturale, siete soli, c’è il sole, non c’è traffico, non ci sono Proci, non c’è LinkedIn, non c’è nemmeno il presidente della Pro Loco. Probabilmente ha pure tutto il kit di cortesia della Dior in bagno.
Ci stai sette anni. Sette. Non un weekend lungo. Sette anni.
Dopo sette anni, ancora un po’ e maturavi la pensione di reversibilità o quantomeno qualche forma di reddito di cittadinanza insulare.
E cosa fai? Prendi due legnetti. Costruisci una zattera. E te ne vai. Per tornare da una moglie che non vedi da vent’anni e che nel frattempo passa le giornate a fare e disfare la stessa stoffa.
Mia moglie mi guarda e dice: “No. Questa cosa non regge.”
E io francamente non ho saputo darle torto.
Certo, arriveranno quelli bravi a spiegarci che Calipso lo trattiene contro la sua volontà, che Ulisse vuole ritrovare la propria identità, la propria casa, Penelope, Itaca, la mortalità, il senso del ritorno, il limite umano e tutta la meravigliosa complessità del poema.
Benissimo.
Ma resta Charlize Theron. Sette anni. Isola privata - tipo Temptation Island e sei l’unico concorrente. Vitto e alloggio. Parliamone.
E quindi, dopo tre ore di questo psicodramma cupo, con mezzo star system internazionale vestito da antico greco, una sola cosa continuavo a chiedermi: ma con tutti questi soldi e tutta questa gente, non potevate darci almeno un bel filmone?
Un Gladiator. Uno Sparta. Un Troy.
Un po’ di sana violenza atavica.
Sangue. Spade. Teste mozzate. Una scena che ti faccia dire “cazzo che tempi”.
Non questa processione di sguardi contriti in un Mediterraneo che sembra girato durante una depressione stagionale.
Se non fosse stato per quattro ore d’aria condizionata, per le porcherie che abbiamo mangiato - credo di aver ingurgitato una quantità di cibo che neppure Circe avrebbe osato offrirmi - e soprattutto per l’assoluta mancanza di alternative nel raggio di venti chilometri, probabilmente a un certo punto mi sarei alzato.
Avrei preferito ricordarmi Ulisse per come l’avevo letto e per come me l’avevano fatto conoscere.
Avrei pagato per ascoltare la recensione di mia zia Marta, che probabilmente dopo sette minuti avrebbe cominciato a citare fonti, dopo quindici avrebbe demolito la sceneggiatura e alla fine avrebbe chiesto di parlare personalmente con Nolan.
E mi è persino venuta nostalgia del film del 1954. O di Troy. Che almeno era un polpettone hollywoodiano onesto, pieno di gente figa, muscoli, sangue e Brad Pitt oliato a sufficienza da illuminare l’Egeo.
Ma c’è una cosa sulla quale davvero non ci sto.
Per settimane ho letto post su Substack e soprattutto LinkedIn in cui chiunque - compresi quelli che probabilmente non hanno letto una pagina di Omero neppure quando a scuola era obbligatorio e che negli anni Ottanta avranno tranquillamente skippato tutto affidandosi all’intelligenza artificiale dell’epoca, cioè il mitico Bignami - improvvisamente spiegava che cosa Nolan gli avesse fatto capire.
La leadership. Il viaggio. Il ritorno. Il ‘purpose’. La resilienza. Il management. La capacità di affrontare le tempeste. Il ruolo del leader davanti all’incertezza.
“Ma Ulisse è un Capo o un Leader?”
“Cosa Ulisse mi ha insegnato sulla mia carriera.”
“Cinque lezioni dell’Odissea per un founder.”
“Perché ognuno di noi deve trovare la propria Itaca.”
Ma andate a cagare. Veramente. Siete patetici.
Non ogni cosa che vedete deve diventare una lezione per LinkedIn.
Poseidone non è il mercato. Il Ciclope non è il vostro competitor. Penelope non è la resilienza organizzativa. Itaca non è la vostra exit.
E Ulisse non era un founder visionario: era uno che, finita una guerra, per tornare a casa ha impiegato altri dieci anni facendo morire praticamente tutta la squadra.
Come KPI, diciamo che possiamo migliorare.
E poi magari qualcuno di questi illuminati non ricorda nemmeno più l’inizio, quello che quando eravamo ragazzi almeno avevamo dovuto mandare giù:
Narrami l’uomo d’ingegno molteplice, o Musa, che tanto
errò, poi che distrusse la rocca di Troia divina,
vide molte città, di molti uomini l’indole seppe,
e assai patì pel mare…
Ok l’ho dovuta cercare. Questo era il senso. In 4 righe riassume il film di 3 ore!
Non “le cinque cose che Ulisse può insegnare al tuo team commerciale”.
Quindi fate pure i post sul film. Dite che vi è piaciuto. Dite che Nolan è un genio. Dite che la fotografia vi ha commosso, che avete riscoperto Omero, che adesso andrete a Ventotene con una copia dell’Odissea sotto il braccio perché l’avete vista sul grande schermo e improvvisamente avete scoperto che le isole italiane sono belle.
Ma almeno risparmiateci la foto della copertina del libro accanto alla vostra faccia pensierosa e il pippone su quello che il viaggio di Ulisse vi ha insegnato riguardo alla vostra vita professionale.
Perché no. Non vi ha insegnato un cazzo. Avete visto un film.
E per dirla con Fantozzi - che, almeno lui, aveva capito benissimo il rapporto tra l’intellettualismo obbligatorio e le palle del pubblico - per me l’Odissea di Nolan è una cagata pazzesca.
Vincerà sicuramente premi. Ci saranno articoli sulla fotografia, sul suono, sulla profondità, sul modo in cui Nolan ha reinterpretato il mito, sul trauma dell’eroe, sull’identità, sul ritorno, sulla solitudine e su tutto quello che volete.
Io continuo a preferire Kirk Douglas. E mia moglie continua ad avere ragione su Charlize Theron.
Però fuori dal cinema c’erano ancora più di trenta gradi e a casa non abbiamo l’aria condizionata.
Quindi, Christopher, grazie comunque.
Tre ore e passa di fresco, popcorn, Pepsi e nessuna vecchietta della sagra nel raggio di venti chilometri.
In agosto, in un paesino medievale, anche questa in fondo è una forma di epica.







