Oltre i Golden Visa: cosa insegna all’Italia il caso Spagna
La Spagna smonta un modello che ha generato tensioni evidenti. L’Italia, che quel modello non l’ha mai adottato, rischia comunque di perdere l’occasione di costruirne uno migliore.
Negli ultimi mesi, il tema dei cosiddetti golden visa è tornato al centro del dibattito europeo con una chiarezza che, fino a poco tempo fa, mancava. Non si tratta più soltanto di uno strumento tecnico per attrarre capitali, ma di una questione che tocca direttamente il modo in cui i Paesi europei interpretano il rapporto tra investimento, residenza e interesse pubblico.
La decisione della Spagna di avviare l’eliminazione del canale immobiliare all’interno del proprio programma rappresenta, in questo senso, un punto di svolta. Per oltre un decennio, il meccanismo è stato relativamente semplice: investire almeno 500.000 euro in un immobile consentiva a cittadini extra-UE di ottenere un permesso di residenza, con accesso ai benefici della libera circolazione nello spazio Schengen. Il modello ha funzionato, nel senso più letterale del termine: ha attratto capitali, ha sostenuto il mercato immobiliare, ha generato flussi rilevanti.
Ma ha anche prodotto effetti collaterali sempre più difficili da ignorare. In alcune aree urbane - Barcellona, Madrid, ma anche città costiere ad alta attrattività internazionale - l’ingresso di capitali esteri orientati prevalentemente all’acquisto di immobili ha contribuito ad alimentare una dinamica di aumento dei prezzi che, combinata con altri fattori (turismo, affitti brevi, domanda interna), ha reso l’accesso alla casa progressivamente più complesso per una parte crescente della popolazione residente.
La risposta politica è arrivata con un certo ritardo, ma è arrivata. E, come spesso accade, ha preso la forma di una correzione netta, quasi simbolica: eliminare lo strumento più visibile, quello che più facilmente può essere identificato come causa del problema, anche se non ne è l’unico fattore.
Questo passaggio, tuttavia, rischia di essere interpretato in modo troppo semplificato se non viene inserito in un contesto più ampio. Perché non è tanto il principio dell’attrazione di capitali stranieri ad essere messo in discussione, quanto la modalità con cui questi capitali vengono indirizzati e utilizzati.
Ed è proprio qui che il caso italiano diventa interessante.
L’anomalia italiana: un modello teoricamente più avanzato, ma poco sviluppato
A differenza di quanto accaduto in Spagna, Portogallo o Grecia, l’Italia non ha mai previsto la possibilità di ottenere un permesso di residenza attraverso il semplice acquisto di un immobile. Il nostro sistema, introdotto nel 2017, ha scelto sin dall’inizio di legare il rilascio del visto a investimenti che potremmo definire “produttivi”: partecipazioni in startup innovative, investimenti in imprese italiane, strumenti finanziari pubblici o progetti di interesse strategico.
Questa impostazione, se osservata alla luce delle criticità emerse negli altri Paesi, appare oggi particolarmente lungimirante. L’Italia, in sostanza, ha evitato a monte una delle principali distorsioni del modello golden visa europeo, cioè la trasformazione del mercato immobiliare in un canale privilegiato di accesso alla residenza.
Eppure, questo vantaggio strutturale non si è tradotto in un reale posizionamento competitivo.
I numeri restano contenuti, la percezione internazionale del programma è limitata, e soprattutto manca un’integrazione organica tra questo strumento e una più ampia strategia di sviluppo economico e territoriale. In altre parole, il visto per investitori esiste, ma non è ancora diventato una leva.
Il rischio, a questo punto, non è aver scelto il modello sbagliato, ma non averlo mai sviluppato fino in fondo.
Due dinamiche opposte che convivono nello stesso Paese
Per comprendere fino in fondo quale potrebbe essere il ruolo di questo strumento in Italia, è necessario partire da una lettura meno semplificata del contesto interno.
L’Italia ha un problema più complesso della sola pressione immobiliare.
In alcune città - Milano su tutte, ma anche Roma, Firenze o Bologna - la tensione sul mercato è ormai evidente, con prezzi in crescita e accesso sempre più difficile.
Ma allo stesso tempo, gran parte del Paese vive il fenomeno opposto: spopolamento dei territori, fragilità delle economie locali, mancanza di servizi essenziali.
È proprio questa doppia velocità - compressione nelle grandi città e vuoto nelle aree interne - che dovrebbe guidare qualsiasi politica di attrazione degli investimenti.
Questa osservazione non è soltanto descrittiva. Ha implicazioni operative molto concrete.
Se si adotta una logica neutra, lasciando che siano esclusivamente le dinamiche di mercato a orientare i flussi di capitale, è inevitabile che questi si concentrino nelle aree già più forti, dove il rischio percepito è minore e la liquidità è maggiore. Questo è esattamente ciò che è accaduto in altri Paesi europei, e non vi è alcuna ragione per cui in Italia dovrebbe andare diversamente.
Il punto critico: attrarre capitali non basta, bisogna indirizzarli
A questo punto emerge un tema centrale, che spesso viene trattato in modo superficiale: attrarre capitali stranieri è davvero un obiettivo sufficiente?
La risposta, se si osservano le esperienze recenti, è chiaramente negativa.
Il capitale, per sua natura, tende a muoversi verso le opportunità più semplici, più visibili e più liquide. Senza un quadro di riferimento chiaro, senza incentivi mirati e senza un sistema di accompagnamento, non ha alcun motivo per orientarsi verso contesti più complessi, anche quando questi avrebbero maggiore bisogno di risorse.
Questo significa che un Paese può, teoricamente, avere uno strumento di attrazione degli investimenti perfettamente funzionante e, allo stesso tempo, non ottenere alcun beneficio strutturale in termini di riequilibrio territoriale o sviluppo economico diffuso.
Ed è esattamente questo il rischio che l’Italia corre oggi.
Ripensare cosa intendiamo per “investimento produttivo”
Il dibattito italiano tende a utilizzare l’espressione “investimento produttivo” come se fosse autoevidente. In realtà, si tratta di una definizione che meriterebbe di essere ampliata e resa più aderente alla realtà del Paese.
Se si limita il concetto alle startup tecnologiche o agli investimenti finanziari in imprese già strutturate, si finisce per intercettare una quota relativamente ridotta delle opportunità disponibili, e soprattutto si tende a concentrare ulteriormente le risorse nelle aree già più sviluppate.
Se invece si adotta una visione più ampia, il quadro cambia radicalmente.
Un investimento può essere considerato produttivo anche quando contribuisce a:
riattivare immobili inutilizzati all’interno dei territori, trasformandoli in spazi abitativi o produttivi
sviluppare servizi essenziali, come sanità di prossimità, formazione o assistenza
creare attività economiche legate alla presenza stabile delle persone, piuttosto che a flussi temporanei
rafforzare infrastrutture materiali, migliorando accessibilità, mobilità e connessioni
In questo senso, la distinzione tra investimento finanziario e investimento territoriale diventa centrale. Il primo può generare rendimento, il secondo può generare sistema.
Le conseguenze se non interveniamo
Se l’Italia non interviene su questo punto, lo scenario è relativamente prevedibile.
Da un lato, continuerà ad attrarre una quantità limitata di investimenti attraverso il proprio programma, senza riuscire a competere realmente con altri Paesi che offrono percorsi più semplici o più visibili.
Dall’altro, gli eventuali flussi che arriveranno tenderanno comunque a concentrarsi nelle grandi città, contribuendo - anche se in misura più contenuta rispetto ad altri contesti - a dinamiche di pressione già esistenti.
Nel frattempo, le aree che avrebbero maggiore bisogno di capitali, competenze e presenza continueranno a restare ai margini, con un progressivo indebolimento del tessuto economico e sociale.
Non si tratta di uno scenario teorico. È, in larga parte, ciò che sta già accadendo.
Una possibile direzione: costruire un sistema, non solo una norma
Se si vuole evitare questo esito, è necessario fare un passo ulteriore.
Non basta avere uno strumento normativo corretto. Serve costruire un sistema che lo renda operativo.
Questo significa, in concreto:
semplificare i processi di accesso per gli investitori
rendere più trasparente e accessibile l’offerta di opportunità sul territorio
creare meccanismi di accompagnamento che riducano l’incertezza operativa
introdurre elementi di orientamento geografico, anche attraverso incentivi mirati
Si tratta di interventi che non richiedono necessariamente rivoluzioni normative, ma piuttosto una maggiore coerenza tra politiche esistenti.
La Spagna ha scelto di correggere un modello che, nel tempo, ha generato squilibri evidenti.
L’Italia si trova in una posizione diversa. Non deve smontare un sistema che ha creato problemi, ma ha la possibilità ancora aperta di costruirne uno che funzioni davvero.
La differenza, però, non sta nel punto di partenza.
Sta nella capacità di passare da un’impostazione teoricamente corretta a una strategia concretamente efficace.
Perché, alla fine, la questione non è se attrarre capitali stranieri.
È decidere, con un minimo di intenzionalità, dove vogliamo che producano effetti.



