Il Sole 24 Ore ci ricorda oggi che 1,87 milioni di italiani tra 15 e 34 anni non lavorano, non studiano e non partecipano a percorsi di formazione. La notizia è seria e non serve minimizzarla. Ma quando si apre quel numero per fasce di età emerge qualcosa di più interessante della solita fotografia dei “giovani che non fanno niente”: l’Italia non sembra perdere i propri ragazzi soprattutto quando escono dalla scuola. Li perde progressivamente mentre dovrebbero trovare lavoro, uscire di casa, raggiungere l’autonomia economica e costruire una vita adulta.
Tra i 15 e i 19 anni il tasso italiano di NEET è infatti del 4,5%, mentre quello europeo è del 5,3%. Non solo non siamo il fanalino di coda: siamo sotto la media UE. Tra 20 e 24 anni saliamo però al 15,2%, a 25-29 al 20% e a 30-34 al 21,9%. Più ci si allontana dalla scuola e più la situazione italiana peggiora.
La distinzione non è accademica. Se il problema fosse prevalentemente l’abbandono scolastico o una generazione poco interessata al lavoro, dovremmo aspettarci una forte concentrazione nelle fasce più giovani. Accade quasi il contrario. Il divario con l’Europa si apre e si allarga proprio mentre l’obiettivo non è più semplicemente studiare, ma trasformare istruzione e prime esperienze professionali in indipendenza.
E l’indipendenza, in Italia, continua ad arrivare parecchio tardi.
A trent’anni ancora a casa. Cultura, certo. Ma non soltanto.
Nel 2024 l’età media alla quale un giovane europeo lasciava la famiglia di origine era 26,2 anni. In Italia 30,1. Peggio di noi facevano Croazia, Slovacchia e Grecia; la Spagna era praticamente allo stesso livello. In Finlandia si usciva mediamente a 21,4 anni, in Danimarca a 21,7, in Svezia a 21,9.
Quasi nove anni di differenza tra Finlandia e Italia non possono essere spiegati soltanto dal diverso entusiasmo per il pranzo domenicale con i genitori.
Naturalmente esiste una componente culturale. Le famiglie mediterranee funzionano diversamente da quelle nordiche, la permanenza in casa può essere scelta e in molti casi rappresenta una forma intelligente di mutualità. Ma il mercato del lavoro, i redditi iniziali, la disponibilità di case, il costo degli affitti e la sicurezza economica entrano inevitabilmente nell’equazione. Eurostat stesso, parlando dell’uscita dalla casa dei genitori, indica tra i fattori rilevanti situazione occupazionale, costo della vita e housing.
Qui c’è perfino un piccolo paradosso statistico. In alcuni Paesi dove i giovani escono tardi dalla famiglia il peso dei costi abitativi sui giovani che hanno già formato un proprio nucleo non appare drammatico. Ma una possibile spiegazione è quasi tautologica: chi non può permettersi una casa non entra ancora nel mercato della casa. Rimane con i genitori. Un basso housing-cost overburden, preso da solo, non dimostra quindi che l’abitazione sia accessibile a chi vorrebbe uscire; può anche descrivere un sistema nel quale molti rinviano semplicemente l’ingresso.
Studiamo, poi aspettiamo
C’è un altro dato che aiuta a capire perché la distanza dall’autonomia aumenti dopo i vent’anni. Nel 2025 il tasso di occupazione dei recenti diplomati e laureati tra 20 e 34 anni era dell’83% nell’Unione europea. In Italia soltanto 71,8%. Peggio di noi faceva unicamente la Grecia.
La definizione di Eurostat è abbastanza precisa: si tratta di persone con almeno un titolo secondario superiore che hanno terminato il proprio percorso da uno a tre anni, non studiano più e dovrebbero quindi trovarsi proprio nella fase di ingresso nel mercato.
Non sono ragazzi che hanno smesso di andare a scuola a sedici anni e sono scomparsi dal radar. Sono persone che hanno fatto esattamente ciò che continuiamo a chiedere loro: hanno studiato, ottenuto un titolo e provato a entrare nel mercato del lavoro. In Italia quella conversione avviene molto più lentamente che nella maggior parte d’Europa.
Ed è qui che il termine NEET rischia di fare più danni che chiarezza. Descrive una condizione statistica, non una categoria antropologica. Dentro lo stesso acronimo finiscono il ventiduenne disoccupato da tre mesi, il laureato che cerca il primo lavoro, chi ha smesso di cercarlo dopo molti rifiuti, la donna che si occupa di un figlio e una persona che sta attraversando un periodo di inattività per motivi completamente diversi. La stessa Fondazione Gi Group ha dovuto costruire una classificazione più articolata proprio perché l’acronimo tradizionale spiegava sempre meno le cause del fenomeno.
A trent’anni arriva anche l’enorme divario tra uomini e donne
La progressione per genere rende il quadro ancora più eloquente. Tra i 20 e i 24 anni il tasso NEET è praticamente identico: 14,9% per gli uomini e 15,6% per le donne. Tra 25 e 29 diventa 15,5 contro 24,9%. Tra 30 e 34 anni gli uomini sono al 13,8%, le donne al 30,3%.
E quando arriva la genitorialità la distanza diventa quasi grottesca. Tra le madri che vivono in coppia il tasso NEET raggiunge il 49,4%; tra i padri nella stessa condizione è l’8,3%. Le donne rappresentano complessivamente 1,106 milioni dei NEET 15-34, il 59% del totale.
Non significa che avere figli trasformi automaticamente una donna in NEET, né che il 49,4% sia imputabile a una singola causa. Ma significa che, nel momento in cui lavoro, casa e famiglia dovrebbero consolidarsi insieme, la traiettoria di uomini e donne si separa in maniera violentissima.
Continuiamo spesso a descrivere il problema dei giovani italiani come una lunghissima adolescenza. Questi numeri suggeriscono quasi il contrario: la parte più fragile non sembra essere l’adolescenza, ma il momento in cui quella adolescenza dovrebbe finire.
Forse dovremmo misurare l’autonomia, non soltanto l’occupazione
La distinzione diventa importante anche quando qualcuno trova finalmente un lavoro. Essere occupati e poter diventare autonomi non sono la stessa cosa. Un contratto di pochi mesi, un reddito che non consente di pagare l’affitto nella città dove si lavora o un impiego che richiede due ore di trasporto al giorno può tecnicamente far uscire qualcuno dalla statistica NEET senza permettergli di uscire dalla propria cameretta.
Questo è probabilmente il passaggio che manca nel nostro dibattito. Continuiamo a osservare scuola e lavoro come due scatole consecutive: prima studi, poi vieni assunto. In mezzo c’è invece un’intera infrastruttura dell’autonomia fatta di affitti, trasporti, accesso al credito, salari iniziali, durata dei contratti, costo dei trasferimenti e servizi per chi forma una famiglia.
Non significa che debba essere lo Stato a pagare tutto, né che ogni giovane abbia diritto a un appartamento in centro a Milano il giorno della laurea. Significa riconoscere che politiche abitative, mercato del lavoro e politiche giovanili sono molto più intrecciate di quanto sembri. Un piccolo contributo temporaneo all’alloggio per accettare un lavoro a 300 chilometri da casa può valere più di un altro corso di formazione; un mercato dell’affitto più profondo può essere una politica occupazionale; un sistema di trasporto funzionante può allargare enormemente il mercato del lavoro accessibile senza costringere tutti a trasferirsi.
Eppure la parte positiva esiste
Sarebbe sbagliato chiudere con l’ennesima cartolina dell’Italia immobile. Il tasso NEET 15-29 è passato dal 25,7% nel 2015 al 13,3% nel 2025. Nessun Paese dell’Unione europea ha migliorato tanto nello stesso periodo.
Questo significa che il fenomeno può essere modificato, e parecchio. Significa però anche che il lavoro successivo è diverso dal precedente. Abbiamo ridotto enormemente l’area della prima esclusione; resta più evidente quella che si manifesta durante la transizione all’età adulta.
Il Sole titola oggi che i NEET sono ancora 1,87 milioni. È vero ed è importante.
Ma guardando le età viene fuori una frase che forse racconta meglio la questione: l’Italia non sembra avere soprattutto un problema di ragazzi che non vogliono crescere. Ha un problema nel rendere economicamente possibile farlo.
E a trent’anni comincia a essere difficile continuare a chiamarlo adolescenza.



