Nomadi sì, ma senza instagram e colonna sonora in sottofondo
Dopo quasi trent’anni nella City, cinque a smontarne la centralità e sei mesi a vivere davvero una struttura costruita nel tempo, continuo a credere nel lavoro agile e, per chi può, nomade, ma...
Ma almeno smettiamola di raccontarlo come una gita romantica con il laptop.
C’è una cosa che mi diverte sempre abbastanza, e a volte quasi mi intenerisce: leggere certi articoli sul nomadismo digitale, sul lavoro “dai borghi”, sulle vite meravigliosamente rallentate di chi scopre all’improvviso che si può rispondere a una call anche senza essere chiusi in un ufficio di vetro o seduti in qualche quartiere che fino a ieri veniva spacciato per indispensabile. Mi diverte perché quasi sempre il tono è quello di una rivelazione, come se qualcuno avesse appena scoperto il fuoco, o la ruota, o il fatto che fuori da Milano e Londra esistano esseri umani, connessioni internet e persino vite decenti.
Il problema non è che se ne scriva. Anzi. Se ne dovrebbe scrivere molto di più, e molto meglio. Il problema è come se ne scrive. Perché troppo spesso questo mondo viene raccontato da giornalisti (o creator della domenica) che, a essere generosi, hanno una relazione col nomadismo pari a quella che uno ha con la America’s Cup dopo aver fatto un giro sul pedalò - e in Italia questo è assolutamente normale e tollerato. Magari hanno passato un weekend con il laptop al seguito, magari hanno risposto a due mail da una terrazza e da lì hanno concluso di aver capito tutto, magari confondono il balcone della periferia milanese o romana con il remote working, e da quel momento si sentono autorizzati a spiegare agli altri cosa significhi lavorare dal territorio, dai piccoli comuni, dalle aree meno centrali, dai luoghi che loro stessi fino a ieri trattavano come folklore o come sfondo da inserto del weekend.
Io non lo dico per spirito di superiorità. Lo dico perché questa roba, nel mio caso, non è un vezzo recente e nemmeno una posa. Per quasi trent’anni ho vissuto nella ‘City’, soprattutto a Londra, pur stando continuamente in giro per lavoro. Quindi no, non vengo da una vita contemplativa né da un eremo produttivo tra gli ulivi. Vengo esattamente da quel mondo lì: dal mondo in cui si dava per scontato che il centro fosse il centro, che certe relazioni professionali esistessero solo se alimentate dentro una geografia precisa, che il lavoro ‘vero’ avesse comunque bisogno di un baricentro urbano, visibile, riconoscibile, quasi rituale.
Solo che a un certo punto – e parliamo di cinque anni fa, quindi di quel periodo che coincide più o meno con il Covid e con la grande illuminazione collettiva di persone che fino al giorno prima si sentivano avanguardie solo perché facevano una conference call senza carta stampata – ho capito una cosa molto semplice: quel centro, per me, non era più essenziale. Non perché fosse falso, non perché fosse stato inutile, non perché fossi diventato improvvisamente un talebano anti-città, ma perché avevo iniziato a vedere con chiarezza che la parte più interessante del mio lavoro poteva tranquillamente vivere altrove. O meglio: poteva vivere meglio se smetteva di dipendere in modo quasi liturgico da un asse Londra-Milano o da un’idea city-centrica delle relazioni professionali.
Da lì non è iniziata una fuga, che è la parola che usano sempre quelli che hanno bisogno di romanzare tutto. È iniziata una ristrutturazione. Ho cominciato, poco per volta, a organizzare lavoro, attività, progetti e aziende in una logica veramente remote, non remote “quando serve”, non remote “finché non ci richiamano tutti in presenza”, ma remote come architettura nativa. E questa è la parte che non racconta nessuno, probabilmente perché è meno sexy di una foto col laptop sul tavolo rustico e la tazza di caffè di lato. Perché richiede metodo, tempo, errori, pazienza, selezione delle persone, revisione dei processi, e soprattutto la capacità di allargare il proprio network senza pensare che fuori da certi codici urbani esista il nulla.
Gli ultimi sei mesi, quindi, non sono la mia conversione mistica al nomadismo. Sono semplicemente il momento in cui quella struttura è diventata pienamente vivibile. Sono l’esito di un’organizzazione che negli anni si è adattata alla mia vita, e non il contrario. Questa, per me, è la differenza fondamentale tra chi vive davvero così e chi lo racconta come se fosse una scelta romantica: non c’è arrangiarsi, o almeno non nel senso un po’ miserabile con cui viene spesso raccontata l’avventura del “mollo tutto e vado”. C’è invece una costruzione molto precisa, che ti permette di lavorare dal territorio, dai piccoli comuni, da luoghi meno ovvi e meno centrali, senza sentirti in esilio e senza dover fingere che sia tutto perfetto.
Perché no, non è tutto perfetto, e dirlo non significa affatto sputare su ciò che predico da anni dalle colonne di Nomag o di Smart Working Magazine. Semmai significa prenderlo sul serio. Io continuo a credere che lavorare fuori dai grandi centri sia non solo possibile, ma in moltissimi casi più sensato, più sano e persino più fertile. Continuo a pensare che certi territori italiani, se letti bene, offrano oggi margini di qualità della vita e di organizzazione del lavoro che molte grandi città si sono mangiate da sole, insieme alla pazienza di chi ci vive. Continuo a essere convinto che il lavoro dal territorio sia una delle poche evoluzioni interessanti del nostro tempo, proprio perché ti costringe a rimettere al centro il rapporto tra vita, spazio, produttività e desideri reali, e non quelli che ci hanno venduto per anni.
Però appunto: bisogna raccontarlo bene e con un sano realismo.
Perché il racconto stucchevole del “borgo che rinasce”, del sindaco che annuncia la rivoluzione, del nomade digitale straniero che scopre il pane buono e le persone vere, alla lunga è insopportabile. Non solo perché è paternalistico verso i territori, ma perché è quasi sempre scritto da chi li guarda come un fondale, non come un sistema complesso. I piccoli comuni non sono scenografie. Non sono una specie di villaggio diffuso dove il cittadino stressato va a ritrovare sé stesso tra una call e una sagra. Sono luoghi veri, con contraddizioni vere, con potenzialità vere e con limiti molto concreti.
Ed è proprio qui che la narrazione si rompe. Perché certo, in molti di questi posti la wifi va benissimo, a volte persino meglio che in città, e ogni volta che leggo il solito inciso paternalista sul fatto che “oggi perfino nei borghi arriva internet” mi viene da ridere. Non è quello il problema. Il problema, se mai, è tutto il resto che non fa titolo: la difficoltà a trovare soluzioni abitative transitorie sensate, la scarsità o la discontinuità di alcuni servizi, la necessità di adattarsi a una vita più semplice senza però trasformare questa semplicità in una caricatura bucolica, la consapevolezza che se vuoi vivere davvero in questi contesti non puoi portarci dentro, intatta, la stessa identica mentalità da fighetto urbano che dici di voler abbandonare.
Ed è qui che il tono di certi articoli mi sembra quasi patetico. Non perché il lato bello non esista, ma perché viene raccontato come se fosse l’unico. Come se la qualità della vita fosse una specie di premio immediato, automatico, garantito. Come se bastasse trasferirsi o affittare una stanza per qualche mese per dire di aver capito qualcosa. Come se il lavoro dal territorio fosse una soluzione universale, o peggio una specie di risarcimento morale per chi ha passato troppi anni a credere che il centro del mondo coincidesse con il quartiere giusto.
Non è così. E non c’è nulla di male nel dirlo.
Anzi, a me sembra persino più rispettoso verso questi luoghi riconoscere che viverli davvero richiede un certo grado di organizzazione, di lucidità e di rinuncia. Perché sì, la vita può essere più sana, più bella, più umana, tutte quelle parole lì che nei pezzi di costume piacciono tanto; ma può esserlo soprattutto per chi ha già costruito le condizioni per viverla in quel modo. Per chi ha un lavoro realmente remoto, non soltanto delocalizzato per qualche settimana. Per chi ha imparato a costruire relazioni professionali non dipendenti dalla presenza fisica. Per chi ha accettato che l’efficienza non coincide sempre con la velocità isterica del centro. E, nel mio caso, anche per chi ha la fortuna di condividere tutto questo con l’unica persona con cui riesce a essere davvero socievole, che non è un dettaglio poetico ma una parte molto concreta dell’equilibrio.
Quindi no, non mi sto lamentando di una vita che racconto da anni come possibile e, in certi casi, desiderabile. Sto dicendo una cosa diversa: che se proprio vogliamo raccontarla, sarebbe ora di smettere con la retorica da vacanza intelligente e iniziare a trattarla per quello che è. Non un sogno, non un manifesto, non una cartolina con la fibra ottica e il pane carasau sul tavolo, ma una modalità seria di organizzare il lavoro e la vita, che può funzionare molto bene e che infatti, per alcuni di noi, funziona eccome. Solo che funziona non perché sia romantica, ma perché è pensata. Non perché sia una fuga, ma perché è una costruzione. Non perché i territori siano improvvisamente diventati di moda, ma perché finalmente qualcuno ha capito che il lavoro non deve per forza continuare a ruotare attorno agli stessi posti, agli stessi codici e alle stesse liturgie di sempre.
Il paradosso, alla fine, è questo: quello che raccontano è anche vero, ma detto così è quasi offensivo per quanto è superficiale. Perché il lavoro dal territorio, dai piccoli comuni, dalle aree meno centrali, è molto più reale, più diffuso e in certi casi più piacevole di quanto credano quelli che ne scrivono. Ma è anche molto meno romantico. E forse è proprio questo che a certi giornalisti sfugge: non c’è bisogno di renderlo poetico per renderlo interessante. Basterebbe conoscerlo.



