Nomadi digitali in Italia: se ne parla sempre di più e (quasi) sempre a sproposito.
Esco quando voglio #111
Il Sole 24 Ore di oggi ne parla facendo un po’ di ordine - e ci prende su quasi tutti i punti che fa emergere - ma resta un problema di fondo…
Che in Italia si parli finalmente e (quasi) bene di nomadi digitali su un giornale come Il Sole 24 Ore è una buona notizia. Anzi è un’ottima notizia. Non perché il tema fosse rimasto nascosto, visto che ormai di nomadi digitali parlano tutti, spesso citando numeri globali presi con la stessa precisione con cui si sceglie il vino della casa in un ristorante turistico, ma perché quando una testata economica nazionale decide di dedicare spazio serio al fenomeno significa che qualcosa, almeno nella percezione pubblica, si è mosso davvero. La tratta come un fenomeno ‘da giovani’, cosa molto limitante, ma non è questo il problema.
E va anche detto che l’articolo pubblicato oggi, firmato da Camilla Colombo e Camilla Curcio, non è il solito pezzetto decorativo con il laptop sulla spiaggia (anche se la foto scelta rispetta il cliché), il cappuccino vista mare e l’ennesimo “lavorare da dove vuoi” servito come se fossimo ancora nel 2019. Il pezzo prova a mettere insieme questioni reali: la burocrazia, i visti, il tema fiscale, la concorrenza di Spagna e Portogallo, la necessità di costruire servizi, comunità, infrastrutture, condizioni abitative più sensate e un contesto capace di non trasformare ogni arrivo in un piccolo esperimento di resistenza personale.
Questo è il lato positivo. Ed è giusto riconoscerlo.
Così come è giusto riconoscere il lavoro di alcune delle persone citate nell’articolo. Alberto Mattei, con l’Associazione italiana nomadi digitali, ha contribuito più di molti altri a portare questo tema fuori dalla caricatura e dentro una conversazione più strutturata. Marco Traina, con BeetCommunity e con l’esperienza palermitana del coliving (e il recente evento organizzato proprio a Palermo), rappresenta una delle poche traiettorie italiane in cui il discorso non è rimasto appeso alle slide, ma ha provato a misurarsi con una forma concreta di ospitalità, comunità e permanenza. Federica Origo, dall’Università di Bergamo, richiama giustamente l’attenzione sulle politiche fiscali, sulla burocrazia e sulla necessità di rendere più accessibili procedure, incentivi e strumenti. Tutte osservazioni fondate, tutte utili, tutte molto più sensate della solita brodaglia promozionale con il borgo al tramonto e il Wi-Fi “che tanto ormai arriva dappertutto”, frase che di solito precede una call saltata, un hotspot disperato e una bestemmia pronunciata in tre lingue.
Il punto, però, è proprio qui: l’articolo è migliore di molti altri, ma resta ancora dentro il modo in cui in Italia ci fa comodo (o funziona) parlare di nomadi digitali.
Ne parliamo come se fossero un fenomeno giovanile, una sorta di moda da Gen Z. Oppure come un’estensione del remote working. Come se fossero turisti ‘lunghi’. Come se fossero expat fiscali in cerca di un regime agevolato. Come se fossero strumenti di rigenerazione territoriale da distribuire dove abbiamo immobili vuoti, paesi spopolati, economie fragili e un bisogno disperato di raccontarci che il mondo, prima o poi, verrà a salvare ciò che noi non siamo riusciti a rendere vivibile per chi c’era già.
Ed è lì che il discorso, pur partendo bene, si sfasa.
Perché il nomade digitale non è (necessariamente) un italiano in smart working che invece di stare a Milano decide di stare a Palermo o in Valsassina. Non è un expat che trasferisce la residenza, porta il cane, iscrive i figli a scuola e inizia a litigare con l’amministratore di condominio. Non è un turista che resta tre mesi e quindi, siccome resta tre mesi, diventa automaticamente un soggetto interessante per qualunque territorio con un calendario di “esperienze autentiche” su come fare la pasta. E non è nemmeno, necessariamente, il candidato ideale per ripopolare il borgo che abbiamo deciso di promuovere perché ha case vuote, una bella vista e un assessore molto motivato.
Il nomade digitale, quello vero, quello che lavora mentre si muove e non quello immaginato da chi lo studia da lontano o lo ospita due settimane l’anno, è prima di tutto una persona che deve funzionare. Deve lavorare, fatturare, consegnare, rispondere a clienti e team distribuiti, gestire fusi orari, pagamenti, connessioni, casa, assicurazioni, mobilità, routine minime e quel piccolo dettaglio trascurabile chiamato vita quotidiana. Non cerca, almeno non all’inizio, una missione territoriale. Cerca un posto in cui arrivare e non perdere tre settimane per capire come si vive, dove si lavora, quanto costa davvero restare, se l’affitto è pensato per un residente o per spennare un viaggiatore, se la connessione regge una call seria, se esiste una comunità professionale o solo un gruppo WhatsApp con tre entusiasti e due foto dell’aperitivo.
Questa è la differenza che in Italia fatichiamo ancora a mettere al centro.
Noi partiamo quasi sempre da quello che vogliamo offrire, non da quello che una persona in movimento sta davvero cercando. Abbiamo piccoli comuni da rigenerare, case da riempire, territori da promuovere, fiscalità da rendere più appetibile, fondi da intercettare, storytelling da costruire. Tutto legittimo, per carità. Ma il nomade digitale non esiste per risolvere le nostre falle demografiche, immobiliari o narrative. Non è una toppa elegante da mettere sopra trent’anni di disinvestimento nei servizi, trasporti fragili, housing disfunzionale, burocrazia opaca e una certa tendenza nazionale a chiamare “autenticità” quello che altrove verrebbe più brutalmente definito inefficienza.
E vorrei fare una precisazione che per me è essenziale, anche perché sarebbe ridicolo fingere il contrario: io nel rilancio dei piccoli comuni ci credo e fino in fondo. Ci lavoro. Ci investo. Provo a farci investire altri. Ho passato gli ultimi dieci anni a girare per l’Italia intera, a ragionare su nuovi residenti, immobili abbandonati, ospitalità diffusa, ritorni possibili, stranieri che cercano un progetto di vita e italiani che vorrebbero smettere di considerare il rientro come una resa. Quindi no, non sto dicendo che i paesi siano fuori dalla partita. Anzi. Alcuni piccoli centri possono diventare luoghi straordinari per chi lavora da remoto, per chi vuole cambiare vita, per chi cerca una base, per chi ha tempo, intenzione, pazienza e desiderio di entrare davvero in un contesto.
Ma questa è una cosa diversa dal nomadismo digitale, eventualmente può esserne un tassello.
Un conto è una persona, italiana o straniera, che decide di costruire una vita remota a lungo termine in un luogo meno centrale, magari comprando casa, ristrutturando, integrandosi, accettando una fase iniziale di complessità perché vede un progetto davanti a sé. Un altro conto è il professionista mobile che arriva per due mesi, deve lavorare subito, non vuole diventare il beta tester del territorio e non ha nessuna voglia di spendere daily rate da Airbnb per vivere come un residente senza avere né i diritti, né i costi, né la stabilità di un residente.
Ed è qui che la proposta italiana spesso si inceppa.
Perché al nomade, troppo spesso, offriamo l’equivalente di una casa da ristrutturare: affascinante, potenziale enorme, prezzo forse interessante sulla carta, ma piena di incognite, tempi lunghi, adattamenti, piccoli problemi che diventano quotidianità. Altrove gli offrono un appartamento pronto: magari meno poetico, magari meno “autentico”, magari anche più caro, ma immediatamente utilizzabile. E chi lavora, soprattutto se ha quaranta o cinquant’anni e non ventidue con uno zaino e una buona tolleranza al caos, sceglie quasi sempre ciò che gli consente di non perdere tempo.
Questa non è una questione romantica. È una questione operativa.
Lisbona, Barcellona, Valencia, Madeira, Chiang Mai, Bali, alcune aree di Dubai, perfino certe città dell’Est Europa non funzionano perché sono più belle dell’Italia. Alcune non lo sono nemmeno lontanamente, e lo dico con tutto l’amore possibile per il brutto che funziona, categoria urbana che noi italiani fatichiamo molto ad accettare perché siamo cresciuti pensando che il bello, da solo, sia una strategia. Funzionano perché riducono l’attrito. Arrivi, trovi alloggio, capisci i prezzi, incontri persone simili, hai servizi, puoi lavorare, puoi restare, puoi andartene senza dover spiegare la tua esistenza a ogni sportello, proprietario di casa o amministratore locale.
L’Italia, invece, troppo spesso ti seduce benissimo e poi ti lascia solo nella parte noiosa. Quella in cui devi capire se puoi affittare per tre mesi senza essere trattato da turista, se puoi avere una connessione seria non solo nominale, se il coworking è un luogo di lavoro o una stanza con due sedie e una pianta, se il paese è vivo o semplicemente fotografabile, se esiste mobilità senza auto, se i servizi sanitari e amministrativi sono leggibili, se la comunità locale vuole davvero interagire o preferisce usare il nomade come figurina da mettere nella brochure del progetto.
E allora sì, l’articolo del Sole ha ragione quando dice che servono meno burocrazia e più servizi. Ha ragione quando richiama il ritardo italiano rispetto ad altri Paesi. Ha ragione quando mette il tema abitativo dentro il discorso. Ha ragione quando evidenzia che non basta una buona connessione o un coworking per rendere un luogo attrattivo. Però, secondo me, non mette ancora abbastanza al centro il punto più scomodo: non siamo ancora un Paese davvero attrattivo per i nomadi digitali perché non abbiamo ancora deciso o capito chi siano, e quindi continuiamo a trattarli con categorie che appartengono ad altri mondi.
Li trattiamo da turisti quando vogliamo vendergli esperienze. Da expat quando vogliamo immaginare gettito, residenza e fiscalità. Da lavoratori in smart working quando vogliamo inserirli nel discorso italiano sul lavoro agile. Da strumenti di rigenerazione quando abbiamo territori da rilanciare. Ma raramente li trattiamo per quello che sono: persone mobili, spesso professionalmente solide, molto selettive, poco pazienti, allergiche all’attrito e perfettamente consapevoli di avere alternative.
Il che non significa, naturalmente, che l’Italia sia condannata a restare fuori dalla partita. Al contrario. Proprio perché ha qualità enormi, proprio perché ha città medie meravigliose, proprio perché ha piccoli centri che potrebbero diventare basi straordinarie per nuovi residenti, proprio perché ha una combinazione quasi unica di clima, cultura, paesaggio, cibo, sanità, costo relativo e prossimità europea, l’Italia potrebbe giocarsela molto meglio. Ma per farlo deve smettere di scambiarsi i propri desideri per domanda di mercato.
Non basta dire: abbiamo borghi bellissimi, quindi i nomadi verranno. Di opportunità il nostro Paese è pieno, di sogni infranti pure. Non basta dire: abbiamo il visto, quindi siamo competitivi. Non basta dire: abbiamo il Sud, l’ospitalità, la qualità della vita, la cucina, le tradizioni, i paesaggi. Tutto vero. Tutto importante. Tutto insufficiente, se poi il prodotto reale è ancora lento, disallineato, costoso nel modo sbagliato o pensato per il turista quando dovrebbe servire un residente temporaneo.
Forse la domanda utile non è “come attraiamo i nomadi digitali in Italia?”, ma “quali nomadi digitali hanno davvero una ragione per scegliere l’Italia oggi, rispetto alle alternative che già funzionano?”. E subito dopo: “in quali luoghi italiani possiamo offrire loro qualcosa di pronto, chiaro, abitabile, con servizi e comunità, senza chiedergli di partecipare al nostro laboratorio territoriale mentre pagano il conto come se fossero in vacanza?”.
Perché il punto, alla fine, è tutto lì.
Il nomade digitale non vuole necessariamente vivere in centro a Roma, dove la bellezza è enorme, ma l’attrito quotidiano può diventare un mestiere parallelo. Non vuole necessariamente vivere nel paesino remoto, se quel paesino gli chiede di fare da pioniere, ambasciatore, animatore, testimonial e cliente pagante nello stesso momento. Molto più spesso vuole una città media o piccola che funzioni, un appartamento pronto, un prezzo da permanenza e non da turismo, una comunità internazionale o almeno aperta, connessioni vere, mobilità decente, servizi chiari, e la possibilità di vivere senza dover continuamente trasformare ogni problema in “esperienza autentica”.
Poi, certo, alcuni si innamoreranno del borgo. Alcuni compreranno casa. Alcuni diventeranno residenti. Alcuni costruiranno progetti magnifici. Ma quelli non li conquisti con la retorica del nomadismo. Li accompagni con un lavoro serio di relocation, investimento, integrazione e rigenerazione vera. Che è un’altra disciplina, molto più lenta, molto più difficile, molto meno fotogenica del laptop con vista.
E forse sarebbe utile, ogni tanto, fare un esperimento semplice. Chi studia, racconta, promuove o fa policy sui nomadi digitali dovrebbe provare a vivere da nomade per qualche mese. Non come magari ha fatto 10 o 15 anni fa per qualche settimana, perché nel mentre tutto è cambiato. Non basta partecipare a una conferenza. Non basta fare una settimana in coliving. Non basta intervistare tre persone su Zoom. Serve provare a vivere davvero in movimento, lavorando, pagando affitti, cambiando Paese, cercando servizi, sbagliando soluzioni, confrontando l’Italia con posti dove magari il paesaggio è meno commovente, ma la vita operativa scorre meglio. Poi tornare e riscrivere l’analisi.
Probabilmente verrebbe fuori un racconto meno compiaciuto, ma molto più utile.
Chi scrive queste cose, con tutto il narcisismo minimo necessario per sopravvivere nell’editoria digitale, non lo fa da spettatore offeso. Lo vive da imprenditore all’estero da trent’anni, che lavora da dieci anche sull’Italia interna tra investimenti, nuovi residenti, ospitalità, progetti immobiliari e formati pensati anche per accogliere lavoratori remoti proprio in quei famosi paesini che troppo spesso vengono citati come soluzione semplice a problemi complessi. Il nostro format Nomag Media racconta il nomadismo digitale attraverso una comunità globale di persone che lo vivono, ITS Journal si occupa ogni giorno di territori, rigenerazione e nuovi abitanti, We the Italians intercetta il mondo italiano degli italoamericani, Smart Working Magazine segue l’evoluzione del lavoro, ed Esco quando voglio racconta da anni la vita degli italiani che partono, restano, tornano o semplicemente smettono di farsi spiegare l’identità da chi non ha mai cambiato indirizzo fiscale. Ogni settimana rompiamo l’anima a quasi 500 mila persone con queste storie.
Insomma, forse qualcosina, strada facendo, lo dico per esperienza oltre che per analisi e racconto. Non abbastanza per dare lezioni definitive, perché chi pensa di aver capito tutto del nomadismo digitale di solito sta già descrivendo quello di tre anni fa. Ma abbastanza per dire che il discorso italiano va raddrizzato, non per il gusto di fare i tignosi, ma perché altrimenti rischiamo di perdere un’opportunità vera continuando a raccontarla nel modo più comodo per noi e meno utile per loro.
E allora sì: bene che il Sole ne parli. Bene che ne parli meglio di molti altri. Bene che si riconosca che burocrazia, servizi, visti, fiscalità e housing sono pezzi del problema. E grazie a chi prova a farne oggetto di confronto e analisi tutti i giorni, con gli strumenti che ha.
Ma se vogliamo davvero diventare attrattivi, dobbiamo fare un passo in più: smettere di usare i nomadi digitali come specchio dei nostri desideri territoriali e iniziare a guardarli per quello che sono.
Persone che possono scegliere.
E, per ora, troppo spesso scelgono altrove.




