Non abbiamo mai scritto così tanto e, contemporaneamente, non abbiamo mai avuto così poco tempo per leggere davvero quello che scriviamo.
Non intendo soltanto i libri, che compriamo spesso con ottime intenzioni e poi lasciamo sul comodino a guardarci con una certa aria di rimprovero, né i quotidiani di carta che ormai comprano in molti meno rispetto a vent’anni fa (o anche solo cinque anni fa). Intendo proprio tutto. Scriviamo newsletter, articoli, post, commenti, report, libri, messaggi, mail; registriamo podcast, videopodcast, webinar, live e interviste, poi prendiamo il podcast e lo trasformiamo in tre clip, le clip diventano reel, dal reel estraiamo una frase per LinkedIn e possibilmente da quella frase ricaviamo anche una newsletter che rimanda al podcast da cui avevamo ricavato il reel.
Se uno volesse essere particolarmente cattivo potrebbe osservare che abbiamo costruito una gigantesca industria per raccontarci che abbiamo qualcosa da raccontare.
Naturalmente lo faccio anch’io. Mi metto sul banco degli imputati. Probabilmente più della media. Pubblico newsletter, articoli, libri, ricerche, video; partecipo a eventi, preparo presentazioni, gestisco testate e ogni volta che incontro un dato interessante, vedo qualcosa sul territorio o mi succede una cosa che mi fa riflettere, una parte del mio cervello comincia immediatamente a domandarsi se possa diventare un articolo. Quindi non sto scrivendo questo pezzo da un eremo (a dire il vero si… sono bloccato in un cavolo di paesetto maremmano), dopo aver cancellato LinkedIn e gettato il telefono nel Tamigi. Lo sto scrivendo comodamente seduto dentro il problema.
Ed è per questo che ultimamente la questione mi interessa sempre di più.
Perché il paradosso è evidente: mentre l’attenzione disponibile diminuisce, la nostra risposta è aumentare la quantità di cose che chiedono attenzione. Se una newsletter viene letta meno, invece di domandarci se sia abbastanza interessante, spesso inventiamo una nuova rubrica. Se il podcast fatica a trovare pubblico, proviamo con il videopodcast. Se il videopodcast non basta, facciamo il live. Poi arrivano gli shorts, i reel, i Notes, il canale WhatsApp, magari la community e, se proprio vogliamo esagerare, una seconda newsletter più breve per quelli che non hanno tempo di leggere la prima.
È una strategia curiosa. È più o meno come entrare in una stanza nella quale cento persone stanno parlando contemporaneamente e concludere che il problema principale sia che noi non stiamo parlando abbastanza forte.
L’intelligenza artificiale, in questo senso, non ha creato il problema. Lo ha semplicemente reso molto più efficiente. Prima per produrre dieci articoli servivano dieci ore di lavoro; oggi possiamo produrne dieci mentre stiamo facendo altro, e alcuni saranno persino grammaticalmente migliori di quelli che avremmo scritto noi. Fantastico. Solo che se la risorsa scarsa non era la capacità di produrre testi ma il tempo e la voglia degli altri di leggerli, abbiamo appena trovato una soluzione molto sofisticata al problema sbagliato.
E infatti non sono nemmeno convinto della frase, ormai diventata quasi automatica, secondo cui “la gente non legge più”. La gente legge continuamente. Probabilmente leggiamo molte più parole di quante ne leggessimo vent’anni fa. Dal momento in cui apriamo gli occhi iniziamo con WhatsApp, poi arrivano le mail, le notifiche, i titoli dei giornali, LinkedIn, Instagram, le chat di lavoro, qualche newsletter, una recensione, un documento, un post mandato da qualcuno con scritto “questo ti interessa”, che di solito significa che dovremmo dedicargli altri nove minuti che non abbiamo.
Non abbiamo smesso di leggere. Abbiamo forse smesso di stare abbastanza a lungo dentro una cosa. Ed è una differenza enorme. Drammatica
Un libro chiede continuità. Un’inchiesta chiede pazienza. Una ricerca chiede di guardare una tabella, magari tornare indietro, capire come è stato costruito un campione, distinguere tra quello che il dato dice e quello che sarebbe molto comodo fargli dire. La maggior parte del contenuto che produciamo oggi, invece, compete per una forma di attenzione molto diversa: deve convincermi in pochi secondi che vale la pena concedergli altri secondi.
Non sorprende quindi che anche i luoghi nati, almeno in teoria, come alternativa al rumore abbiano finito per assorbirne alcuni meccanismi. Io uso molto Substack (anche se inizio ad avere segnali di fastidio) e continuo a considerarlo uno degli esperimenti editoriali più interessanti degli ultimi anni proprio perché ha (o avrebber) rimesso al centro una relazione semplice: qualcuno decide di scrivere qualcosa e qualcun altro decide volontariamente di riceverla. Però anche lì, inevitabilmente, sono arrivati frequenza, crescita, conversioni, Notes, video, podcast, live e soprattutto quella sottile ansia da presenza digitale secondo cui, se per qualche giorno non pubblichi nulla, rischi misteriosamente di cessare di esistere.
Naturalmente non è solo colpa di Substack. È anche colpa nostra, se proprio dobbiamo trovare un colpevole. Ci portiamo dietro la stessa ansia da una piattaforma all’altra.
Shakespeare, che non aveva una newsletter
Pensando a tutto questo mi è tornato in mente Molto rumore per nulla. Non tanto perché Shakespeare avesse previsto LinkedIn, anche se probabilmente avrebbe trovato materiale interessante, quanto perché la commedia ruota attorno a una cosa molto contemporanea: parole, supposizioni, interpretazioni e racconti che cominciano a circolare, vengono amplificati e finiscono per produrre conseguenze assolutamente reali.
Il rumore, insomma, non è innocuo soltanto perché nasce dal nulla.
Ed è questa la parte che trovo più interessante oggi. Una quantità crescente della nostra conversazione pubblica non nasce necessariamente da ciò che è più importante, ma da ciò che ha già generato conversazione. Parliamo di una cosa perché tutti ne stanno parlando; il fatto che tutti ne parlino diventa la prova che quella cosa è importante e quindi ne parliamo ancora di più. A quel punto arrivano gli articoli sulle reazioni agli articoli, i post contro i post, i podcast che commentano il dibattito nato dalla dichiarazione fatta nel podcast precedente e, in qualche modo, tutto questo finisce per sembrarci la realtà.
Nel frattempo la realtà continua ad avere una certa fastidiosa materialità.
Bisogna trovare una casa. Pagare una bolletta. Far funzionare un’impresa. Occuparsi di un genitore. Capire se trasferirsi o restare. Trovare qualcuno disposto ad affittare un appartamento per dodici mesi invece che per tre notti. Cercare un medico, un insegnante, un autobus, un lavoro. Capire perché un paese con centinaia di case vuote non riesca ad avere una casa disponibile per una famiglia che vorrebbe andarci a vivere.
Sono questioni meno adatte al ciclo quotidiano del contenuto, perché spesso richiedono mesi per essere capite e anni per essere risolte. Ma hanno una caratteristica piuttosto importante: continuano a esistere anche quando smettiamo di parlarne.
Forse è anche per questo che, quando negli ultimi mesi mi sono trovato a lavorare su ricerche basate su dati, interviste e attività concrete sul campo, ho cominciato ad avere un piccolo problema personale. Da una parte continuo a credere che quelle cose vadano raccontate, perché se scopri qualcosa di interessante ha senso metterlo in circolazione. Dall’altra, appena trasformo una ricerca in un libro, poi in un articolo, poi in una newsletter, poi in un post che rimanda all’articolo che presenta il libro, mi viene il dubbio di aver preso qualcosa che aveva peso e di averlo consegnato alla stessa macchina che trasforma tutto in contenuto.
Probabilmente la distinzione non è tra contenuto serio e contenuto frivolo. Sarebbe troppo comoda e, soprattutto, ognuno sarebbe immediatamente convinto che il proprio sia quello serio.
La distinzione che mi interessa sempre di più è tra ciò che nasce perché abbiamo trovato qualcosa e ciò che nasce perché dobbiamo pubblicare qualcosa.
Sembrano simili, ma non lo sono affatto.
Forse possiamo permetterci di non esserci
Per anni ci siamo raccontati che il problema fosse produrre abbastanza. Dovevamo avere un piano editoriale, mantenere la frequenza, presidiare i canali, non interrompere la conversazione, alimentare la community. Ci sono consulenti che vendono queste cose e ci scrivono (o fanno scrivere) libri che si presume qualcuno compri. Tutte cose sensate, naturalmente. Come no! Se gestisci una pubblicazione e pubblichi una volta a febbraio e poi torni a novembre probabilmente non hai inventato un nuovo modello editoriale: hai semplicemente smesso di lavorarci.
Però credo che siamo andati troppo oltre nella direzione opposta. Abbiamo cominciato a confondere la continuità con l’obbligo di riempire gli spazi.
E forse, in un mondo in cui tutti possono produrre quantità quasi illimitate di contenuto, il valore potrebbe tornare a essere proprio la capacità di scegliere cosa non pubblicare.
Non “scrivere meno” come esercizio vagamente ascetico. Scrivere quando abbiamo trovato qualcosa che valga il tempo degli altri.
Perché è questo, alla fine, che chiediamo ogni volta che premiamo “publish”. Non chiediamo un like. Chiediamo una porzione della vita di qualcuno.
Cinque minuti per un articolo. Quaranta per un podcast. Sei ore per un libro.
Detta così, la faccenda diventa leggermente più seria.
Forse dovremmo smettere di domandarci soltanto se un contenuto possa funzionare e ricominciare ogni tanto a chiederci se meriti di esistere. Se aggiunge un dato, cambia un punto di vista, racconta qualcosa che non sapevamo, mette in relazione cose che nessuno aveva messo insieme, oppure semplicemente riesce a formulare bene una domanda che molti sentivano ma non sapevano formulare.
Non è necessario che ogni articolo cambi il mondo. Per fortuna, altrimenti chiudiamo subito quasi tutti. Può anche divertire, far arrabbiare, incuriosire o regalare dieci minuti piacevoli. Ma dovrebbe almeno provare a restituire qualcosa in cambio dell’attenzione che prende.
Il che mi porta alla parte inevitabilmente ridicola di questo articolo.
Ho appena scritto parecchie parole per spiegare che forse dovremmo produrne meno. Pubblicherò questo pezzo in una newsletter. Probabilmente lo condividerò su LinkedIn. Qualcuno leggerà soltanto il post con cui lo lancio. Qualcun altro aprirà il link e arriverà a metà. Qualcuno metterà like senza leggerlo, che è una forma di cortesia digitale che personalmente non disprezzo affatto. E qualcuno, con perfetta coerenza con i tempi, potrebbe anche copiarlo dentro ChatGPT e chiedere: “Me lo riassumi? È troppo lungo”.
Non posso nemmeno lamentarmi.
Eppure sono qui.
Forse perché non penso che la soluzione al rumore sia il silenzio. Penso però che potremmo ricominciare a distinguere tra avere la possibilità di pubblicare qualcosa e avere una ragione per farlo.
Che non sarebbe una rivoluzione editoriale.
Ma, di questi tempi, sarebbe già parecchio.



