Il saldo è piccolo - 6.300 uscite contro 6.102 ingressi nel 2025 - e non autorizza l’ennesima retorica della fuga dei cervelli. Ma dice molto su un Paese che (dicono loro) migliora la ‘retention’ senza diventare davvero una meta per chi lavora nell’AI.
L’Italia ha perso 198 ‘talenti’ dell’intelligenza artificiale nel 2025. Non 198mila, e neppure una fuga da aeroporto con orchestra triste in sottofondo: secondo Boston Consulting Group, 6.300 professionisti AI hanno lasciato il Paese e 6.102 vi si sono trasferiti. Il saldo è negativo, quindi. Ma prima di ordinare l’ennesimo funerale nazionale per i cervelli in partenza, conviene guardare i numeri per intero.
La notizia vera non è che l’Italia abbia scoperto improvvisamente di essere un esportatore netto di competenze. È che il mercato globale dei professionisti altamente qualificati sta frenando. Il nuovo Top Talent Tracker di BCG, costruito sui cambi di localizzazione lavorativa di 221 milioni di profili professionali pubblici e relativo al 2025, conta 3,3 milioni di trasferimenti internazionali di laureati: erano 3,7 milioni nel 2024. Un calo dell’11,6%, circa 430mila spostamenti in meno.
Per i profili più contesi la frenata è persino maggiore: -13,2% per gli STEM, -12% per l’AI e -19% per i ricercatori con dottorato. Il talento non ha improvvisamente smesso di essere importante; al contrario, si muove meno e si concentra in un numero più selettivo di ecosistemi. È esattamente per questo che ogni movimento conta di più.
La buona notizia italiana, con un asterisco grande grande
In questo scenario, l’Italia non fa malissimo sul totale dei talenti qualificati. Gli ingressi sono scesi del 9,8% rispetto all’anno precedente, ma le uscite sono diminuite del 12,7%. In altre parole, nel 2025 partono meno professionisti qualificati di quanti ne partissero nel 2024. BCG lo chiama miglioramento della retention, e tecnicamente ha ragione.
Qui però è utile evitare la solita scorciatoia narrativa. Trattenere meglio non è automaticamente attrarre di più. Se il mercato internazionale rallenta, anche l’uscita può diminuire per ragioni che hanno poco a che fare con l’aver costruito un Paese irresistibile per un ingegnere, un ricercatore o un imprenditore. Dire che ci sono meno partenze non equivale a dimostrare che l’Italia sia diventata una destinazione competitiva. È un passo nella direzione giusta; non è la fine della storia.
L’asterisco riguarda l’intelligenza artificiale. Qui l’Italia resta leggermente sotto: 6.102 arrivi e 6.300 partenze. Il saldo di 198 persone non basta a sostenere titoli apocalittici, ma non è nemmeno un dettaglio da liquidare con un’alzata di spalle. L’AI è la categoria in cui tutti dichiarano di voler essere sovrani, strategici, all’avanguardia e, possibilmente, presenti al prossimo convegno. Poi bisogna convincere le persone capaci di trasformare quelle parole in prodotti, ricerca, imprese e posti di lavoro a scegliere di restare o di arrivare.
Dove vanno, e chi invece sta facendo il proprio lavoro
Le principali destinazioni dei talenti qualificati in uscita dall’Italia sono gli Stati Uniti, con 11.136 movimenti, seguiti da Spagna (6.625), Francia (4.610), Germania (4.092), Svizzera (3.862) e Regno Unito (3.653). Per gli Stati Uniti, BCG segnala 750 specialisti AI e 582 ricercatori.
La Spagna è forse il dato da osservare con meno paternalismo e più attenzione. Nella rilevazione BCG, insieme alla Francia, aumenta la sua quota di attrazione in tutte le categorie considerate. Non è più soltanto la risposta europea a chi desidera sole, tapas e un buon rapporto con il weekend. Sta rendendo più credibile una proposta fatta di imprese, poli urbani, apertura internazionale e percorsi professionali.
Gli Stati Uniti restano il gigante mondiale nella capacità di attrarre talenti qualificati, STEM e ricerca, pur con politiche migratorie più selettive. Nell’AI, tuttavia, non ampliano il proprio vantaggio. Il Canada perde quota in modo marcato; il Regno Unito continua a essere importante ma arretra; gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno deciso che l’attrazione dei talenti è una politica economica, non un capitolo decorativo del sito dell’agenzia nazionale per l’innovazione.
L’Italia è dunque inserita in una concorrenza che non riguarda esclusivamente gli stipendi, benché fingere che gli stipendi non contino sarebbe un esercizio di fantasia particolarmente italiano. Chi lavora nell’AI guarda al salario, certo, ma anche alla qualità delle imprese, alla densità di persone con cui lavorare, ai capitali disponibili, alle università, ai laboratori, alle possibilità di carriera, alla lingua dell’ambiente di lavoro, alla burocrazia, ai visti per partner e famiglia, all’housing e alla capacità di un ecosistema di far crescere un progetto invece di celebrarlo prima che esista.
Non chiamiamoli tutti geni, ma nemmeno semplici smanettoni su ChatGPT
Per BCG, un professionista AI è una persona che dichiara almeno una competenza fra intelligenza artificiale, AI generativa, LLM, data science, computer vision, PyTorch, reinforcement learning, Azure Machine Learning, Hadoop e altre tecnologie affini. È una definizione ampia: non equivale al ristretto gruppo dei ricercatori capaci di addestrare i modelli più avanzati, ma esclude anche la massa indistinta di chi usa un assistente generativo per scrivere una mail meno noiosa.
Inoltre, BCG lavora su dati di profili professionali pubblici e su cambi di localizzazione: un indicatore utile, tempestivo e globale, ma non un’anagrafe perfetta. Le categorie possono sovrapporsi e la metodologia dell’edizione 2026 è stata aggiornata, con i dati 2024 ricalcolati. Il confronto serio è quindi con il 2024 ricalcolato da BCG, non con classifiche o titoli di anni precedenti.
Queste cautele non svuotano il dato. Lo rendono utilizzabile. L’Italia non sta vivendo una catastrofe quantificabile in 198 persone. Sta mostrando una fragilità molto più interessante: migliora la capacità di non perdere talenti nel complesso, ma non riesce ancora a diventare una scelta spontanea per abbastanza professionisti che lavorano nelle tecnologie più strategiche.
La questione non è la fuga. È l’atterraggio.
La discussione italiana sulla fuga dei cervelli tende a oscillare fra due liturgie. La prima è il lamento: formiamo le persone migliori e poi le regaliamo agli altri. La seconda è l’autoassoluzione: se qualcuno parte, è normale, il mondo è globale. Entrambe contengono una parte di verità e nessuna delle due basta.
In un’economia aperta, è sano che le persone vadano, tornino e costruiscano relazioni internazionali. Il problema nasce quando il flusso non è circolare e quando l’atterraggio in Italia resta un’eccezione, non una scelta naturale. Non servono confini più alti per trattenere gli italiani; serve un ecosistema più forte per dare a italiani e stranieri buone ragioni per lavorare qui.
BCG propone tre leve: formazione e aggiornamento delle competenze, adozione reale delle tecnologie nelle imprese e politiche migratorie capaci di accompagnare recruitment, trasferimento e integrazione. È un elenco poco glamour, ma più utile di cento annunci sulla sovranità digitale. Perché la sovranità tecnologica non si ottiene dichiarandola: si costruisce con persone, capitali, laboratori, aziende disposte a crescere e istituzioni che non rendano eroica la sola idea di assumere qualcuno dall’estero.
Quindi sì: l’Italia trattiene meglio i propri talenti qualificati. Sì: sull’AI rimane in lieve saldo negativo. E no: non è il caso di fingere che il problema sia risolto perché il rosso è piccolo. Quando si parla delle competenze che dovrebbero definire il prossimo decennio, anche 198 persone sono meno una tragedia nazionale che una domanda molto precisa: quante ragioni concrete stiamo offrendo perché la prossima persona brillante scelga l’Italia, senza dover prima essere convinta a farlo per amore, nostalgia o incoscienza?



