L’imprenditoria che dà VITA al futuro
Da Bending Spoons ai 144mila giovani che si inventano il lavoro: perché l’Italia può avere una grande impresa sociale capace di crescere, innovare e cambiare davvero un pezzo di Paese
Grazie a VITA, e grazie ad Antonio Danieli, perché ogni tanto serve un giornale del non profit per raccogliere una storia di imprenditoria italiana che altrove era passata quasi inosservata, o comunque non era stata letta per quello che poteva davvero significare. E non mi riferisco a Bending Spoons.
Il punto, infatti, non è solo Bending Spoons, non è solo la quotazione al Nyse, non è solo l’ennesimo dibattito nazionale tra chi applaude con orgoglio e chi, con la tipica eleganza italiana dell’invidia ben pettinata, commenta: bravi sì, però; certo, ma chissà; sì, ma vedremo; sì, però non fanno bulloni, e quindi evidentemente non vale.
Il punto è che Antonio Danieli ha avuto il merito di richiamare un articolo che avrebbe meritato molta più attenzione: quello pubblicato da Il Giornale il 16 febbraio scorso, firmato da Serena Coppetti, sui 144mila giovani tra i 15 e i 29 anni che, tra il 2017 e il 2024, sono diventati imprenditori. Una notizia enorme, non da trafiletto. Una notizia che avrebbe dovuto bucare la solita narrazione dei giovani italiani raccontati come fermi, passivi, scoraggiati, parcheggiati tra nostalgia del posto fisso e biglietto di sola andata per l’estero.
E invece, come spesso accade in Italia, una notizia positiva ma non abbastanza comoda è scivolata via. Perché non faceva scandalo, non faceva paura, non confermava il copione del Paese immobile, non offriva il piacere decadente del lamento. Diceva una cosa più interessante e meno rassicurante: che una parte consistente dei giovani italiani non sta aspettando il lavoro che non c’è, ma sta provando a inventarlo.
Da lì parte Danieli. E l’articolo diventa importante, perché mette insieme due piani che raramente dialogano davvero: da un lato il caso Bending Spoons, cioè l’impresa tecnologica italiana che cresce, scala, acquisisce, attrae capitali e si prepara a giocare in un campionato globale; dall’altro quei 144mila giovani che raccontano un Paese diverso, meno rassegnato e più imprenditoriale di quanto ami rappresentarsi.
Naturalmente non serve trasformare tutto in un feel good moment da conferenza motivazionale e wannabe millionaire/billionaire in cerca di visibilità. Sarebbe insopportabile, oltre che falso. Non tutti quei giovani diventeranno unicorni, non tutte le startup cambieranno il mondo, non tutte quelle imprese giovanili sono startup, non ogni progetto con la parola impatto dentro è automaticamente serio, sostenibile o rivoluzionario. Però sarebbe altrettanto miope non vedere il movimento.
Negli ultimi quindici anni l’Italia, tra mille lentezze e con la consueta grazia burocratica di un elefante in una cristalleria, ha costruito alcune condizioni nuove: startup innovative, università più aperte alla terza missione, scuola digitale, Industria 4.0, educazione all’imprenditorialità, venture capital, open innovation, incubatori, acceleratori, Cassa Depositi e Prestiti, Codice del Terzo Settore, ESG, società benefit, fondazioni corporate, volontariato di competenze, finanza a impatto.
Non siamo diventati la California, e forse non sarebbe nemmeno auspicabile scimmiottarla. Ma non siamo nemmeno il presepe immobile che spesso ci piace raccontare.
La domanda vera, allora, è quella che VITA ha avuto il coraggio di mettere sul tavolo: se l’Italia può esprimere una Bending Spoons nella tecnologia, perché non potrebbe esprimere una Bending Spoons del sociale?
Non una favoletta edificante da convegno del venerdì mattina, con slide ottimistiche, badge riciclato e buffet malinconico. Non il progettino carino da raccontare con tono commosso. Ma un’impresa sociale capace di crescere, competere, attrarre capitale, trattenere talenti, usare tecnologia, dati, intelligenza artificiale, formazione, sanità digitale, welfare, educazione scientifica, rigenerazione dei territori.
Un’impresa capace di dire: produciamo impatto sociale, certo, ma lo facciamo in grande, con metodo, con ambizione, senza chiedere scusa ogni volta che pronunciamo la parola crescita.
Perché questo è ancora uno dei nostri blocchi culturali più profondi. In Italia perdoniamo più facilmente il fallimento dignitoso che il successo ambizioso. Se poi l’ambizione arriva dal sociale, il cortocircuito è completo: perché il sociale, nel nostro immaginario, deve essere buono, sobrio, possibilmente piccolo, quasi povero, altrimenti sembra sospetto. Come se l’impatto, per essere morale, dovesse restare fragile. Come se la solidarietà diventasse meno nobile appena impara a leggere un conto economico.
E invece no. Il sociale ha bisogno di più impresa, non di meno. Ha bisogno di più capitale intelligente, più tecnologia, più governance, più capacità di misurare risultati, più coraggio di stare sul mercato senza farsi divorare dal mercato. E il profit, allo stesso tempo, ha bisogno di più responsabilità reale, non della solita spruzzata ESG per lucidare la brochure.
Per questo l’articolo di Antonio Danieli va ringraziato: perché non si limita a celebrare Bending Spoons, né si accoda al mugugno nazionale contro chi cresce troppo. Recupera un dato che molti hanno ignorato, quello dei 144mila giovani imprenditori, e lo usa per dire che l’economia sociale italiana potrebbe essere uno dei terreni più fertili per la prossima grande impresa italiana.
La vera notizia, forse, non è solo che una società italiana possa arrivare a Wall Street. La vera notizia è che tra quei 144mila giovani, tra fondazioni, incubatori, imprese sociali, società benefit, startup civiche, laboratori educativi e tecnologie applicate ai bisogni reali, potrebbe già esserci chi sta costruendo qualcosa di altrettanto ambizioso, ma con una destinazione diversa: non solo conquistare un mercato, ma riparare un pezzo di società.
Grazie quindi a VITA per averlo raccontato. Grazie ad Antonio Danieli per aver rimesso in circolo un articolo che meritava molta più eco. E grazie anche a Serena Coppetti e a Il Giornale per aver acceso, già mesi fa, una luce su quei 144mila giovani che non aspettano il futuro, ma provano a costruirlo.
Sì, prima o poi avremo anche una Bending Spoons del sociale italiano. Non arriverà per magia, né per bontà, né per l’ennesimo tavolo di lavoro con sottogruppo operativo e relazione finale. Arriverà quando smetteremo di trattare il sociale come il reparto emozioni del Paese e inizieremo a considerarlo per quello che può essere: una delle forme più avanzate, più difficili e più necessarie dell’imprenditoria contemporanea.
E quando succederà, qualcuno dirà comunque: “Bravi, sì, però…”.
Pazienza. Vorrà dire che starà funzionando.


