L’immagine perfetta del Demanio italiano e il palazzo in concessione che nessuno vuole
Esco quando voglio #103
Quando la narrativa della rigenerazione incontra la realtà degli immobili pubblici
Oggi ho scritto un articolo per ITS Journal sul bando “Turismo Accessibile per Tutti – 4all” dell’Agenzia del Demanio. Un’analisi (quasi fin troppo) seria, strutturata, su concessioni, business plan, sostenibilità e rischio imprenditoriale privato.
Questo invece è un articolo che ho voluto mantenere autonomo.
In questo numero di Esco Quando Voglio torno a occuparmi di qualcosa che mi sta a cuore. Anche perché occupa la mia quotidianità di quello che doveva essere il mio anno sabbatico e che si sta trasformando, con una certa ironia del destino, in una sorta di nomadismo digitale su e giù per l’Italia da rattoppare.
Sì, da rattoppare.
Non quella delle brochure. Quella vera. Tipo quella nell’immagine qui sotto di uno dei beni inseriti nel bando.
C’è qualcosa di profondamente affascinante nel modo in cui raccontiamo il patrimonio pubblico italiano. Ogni volta che esce un bando, il linguaggio è impeccabile: valorizzazione, accessibilità, inclusione, rinascita, comunità. Parole giuste, intenzioni nobili, visione condivisibile. Nessuno può dirsi contrario.
Poi guardi l’immagine che accompagna l’articolo del Sole 24 Ore. In altri casi erano usciti articoli (ovunque) con fari e viste mozzafiato, spiagge bianche e baite nella neve.
Nel caso del recente entusiasmo sul progetto “Turismo accessibile per tutti – 4all”, la fotografia utilizzata è, a dire il vero, un rendering di Casa Campanini, uno dei palazzi Liberty più eleganti di Milano. Restaurato, luminoso, iconico. Oggi sede dell’Agenzia del Demanio.
È bellissimo. Ed è perfettamente fuori contesto.
Perché Casa Campanini non è uno degli immobili messi a bando. Non è un edificio da recuperare, non è un ex convento con infiltrazioni e solai da verificare, non è una caserma chiusa da anni con impianti da rifare integralmente e discarica di macchine abbandonate davanti. È un esempio di patrimonio già valorizzato in mezzo alla città più costosa d’Italia.
L’effetto visivo è potente. Comunica successo, armonia, compimento.
Il lettore associa inconsciamente quell’immagine all’iniziativa raccontata. E l’operazione è fatta: la rigenerazione sembra quasi una conseguenza naturale.
Peccato che la realtà sia un’altra.
Chi, come me, passa le giornate tra sopralluoghi, tecnici, comuni, preventivi, muratori, sa benissimo che la distanza tra l’immagine e il cantiere è abissale. Gli immobili pubblici in concessione raramente sono pronti per essere “trasformati”. Prima devono essere salvati, sempre che siano accessibili o non a rischio crollo.
Salvati da anni di abbandono. Salvati da infiltrazioni, adeguamenti sismici, vincoli architettonici che ti impongono di restaurare un infisso del 1912 con la stessa tecnica del 1912. Salvati da impianti elettrici che non possono neppure essere accesi per fare una visita in sicurezza.
E tutto questo prima ancora di parlare di modello di business, accessibilità universale, target senior europeo.
Il punto non è nemmeno farne una polemica. È fare chiarezza.
Quando racconti la rigenerazione con l’immagine del palazzo già restaurato, suggerisci che il percorso sia lineare, quasi inevitabile. Come se bastasse la buona volontà e un imprenditore illuminato. Mostra invece il fabbricato chiuso, i muri scrostati, le perizie strutturali da fare, e il racconto cambia radicalmente.
Diventa più vero e forse anche più rispettoso.
E si badi, il problema non è nemmeno l’articolo del ‘Sole’, ma persino l’immagine utilizzata sul sito del Demanio.
Perché la rigenerazione non è una slide creata con Canva. È un processo lungo, costoso, pieno di variabili. È una trattativa continua tra pubblico e privato, tra visione e fattibilità, tra entusiasmo e sostenibilità finanziaria.
Il rischio, altrimenti, è costruire una narrativa semplificata: “Lo Stato mette a disposizione immobili bellissimi, basta volerlo e tutto si sistema.” In realtà, tra l’immobile dismesso e la struttura inclusiva funzionante ci sono milioni di euro, progettazione, anni di iter autorizzativi, capitale privato esposto e, soprattutto, una quantità di pazienza che non si insegna nei convegni e che spesso ti portano dallo psichiatra.
Casa Campanini dimostra che il patrimonio pubblico può essere magnifico. Ma è il punto d’arrivo, non il punto di partenza.
E forse la maturità sta proprio qui: smettere di raccontare solo il dopo. Raccontare il prima. Raccontare il mezzo. Raccontare anche le volte in cui un bando non si chiude, un progetto si arena, un business plan non regge. Questo magari forzerebbe il Demanio anche a suggerirti gli strumenti con cui rendere accessibili a tutti questi bandi, altrimenti rimane tutto nell’aria o in balia di velleità di pochi folli.
Se vogliamo che la rigenerazione sia credibile, dobbiamo smettere di fotografare solo i palazzi già lucidati e iniziare a raccontare i cantieri. Perché è lì che si gioca la partita.
Il mio anno sabbatico, dicevo. Doveva essere un rallentamento. È diventato un viaggio continuo tra borghi, conventi, caserme, immobili da sistemare, comuni che resistono, tecnici che combattono con norme scritte in un’altra epoca. Un nomadismo nell’Italia che non si vede nelle cartoline ma che, se funziona, può cambiare il destino di intere comunità.
La rigenerazione non è un’immagine. È un equilibrio fragile tra pubblico e privato.
È rischio. È capitale. È tempo.
E raccontarlo bene, senza romanticismi fuori luogo ma senza cinismo sterile, è il primo passo per farla funzionare davvero.
Perché tra il palazzo perfetto e quello da rifare c’è la parte più interessante della storia.






