Le aree interne spiegate da chi ci vive. Che sarebbe anche il minimo sindacale.
Un focus book di VITA raccoglie cinquanta racconti autobiografici di chi ha scelto di restare, tornare o arrivare nei territori che continuiamo ostinatamente a chiamare marginali.
C’è una cosa che mi ha sempre fatto sorridere quando si parla di aree interne, piccoli comuni, montagne, campagne, isole minori e in generale di quella vasta parte d’Italia che non compare nelle classifiche delle città più cool del momento. Quasi sempre a raccontarle sono persone che non ci vivono.
Non è una critica. È semplicemente un dato di fatto.
Le raccontano i giornalisti che ci passano due giorni per un reportage, i politici che le visitano durante una campagna elettorale, i consulenti che le studiano attraverso grafici e indicatori, i turisti che le scoprono durante un lungo weekend e, negli ultimi anni, anche una quantità impressionante di influencer che sembrano aver scoperto contemporaneamente che esiste vita oltre la tangenziale di Milano.
Poi naturalmente esistono anche gli estremi della narrazione.
Da una parte il racconto apocalittico: paesi destinati a morire, scuole che chiudono, servizi che scompaiono, giovani che se ne vanno e anziani che restano soli a presidiare il territorio.
Dall’altra quello romantico: il borgo autentico, la vita lenta, il pane fatto in casa, il gatto sul davanzale, il tramonto sulla valle e quella vaga sensazione che basti trasferirsi in una casa di pietra per risolvere tutti i problemi esistenziali accumulati vivendo in città.
La realtà, come spesso accade, sta nel mezzo.
Ed è proprio per questo che mi è piaciuta l’idea alla base di Le Aree interne in prima persona, il nuovo focus book pubblicato da VITA, che raccoglie cinquanta racconti autobiografici di persone che quelle aree le abitano davvero. Persone che hanno deciso di restare. Persone che sono tornate dopo essere partite. Persone che hanno scelto di arrivare da altrove.
Non cinquanta esperti. Non cinquanta analisti. Non cinquanta osservatori. Cinquanta abitanti.
Può sembrare una differenza minima, ma cambia completamente la prospettiva.
Perché quando leggi le storie di un climatologo che ha scelto di vivere a 1.650 metri sulle Alpi occidentali, di un regista che avrebbe potuto lavorare ovunque e invece è rimasto in un paese di poche decine di abitanti, o di una giovane professionista che dopo anni in una grande città ha deciso di tornare a Matera, ti accorgi che quasi nessuno di loro descrive la propria scelta come un gesto eroico.
Ed è forse questa la parte più interessante.
Negli ultimi anni abbiamo trasformato chi vive nelle aree interne in una specie di personaggio da documentario. O è un eroe della resistenza territoriale o è un nostalgico che rifiuta la modernità. Invece, leggendo queste testimonianze, emerge qualcosa di molto più normale e quindi molto più utile: persone che cercano semplicemente di costruirsi una vita soddisfacente nel luogo che sentono più vicino alle proprie aspirazioni.
Naturalmente i problemi esistono. Anzi, vengono raccontati senza troppi giri di parole. Mancano servizi. Mancano opportunità. Mancano collegamenti. Mancano medici, scuole, trasporti, occasioni di lavoro. Nessuno dipinge queste realtà come paradisi nascosti.
Eppure emerge anche un altro aspetto che spesso sfugge a chi osserva questi territori da lontano.
Molte delle questioni che oggi associamo alle aree interne stanno progressivamente investendo anche le città. La difficoltà di accedere ai servizi. Il costo della vita. La crisi delle relazioni di comunità. La solitudine. La necessità di reinventare modelli economici e sociali. In un certo senso, alcuni territori che abbiamo considerato periferici per decenni si stanno rivelando laboratori anticipatori di problemi che ormai riguardano tutti.
È interessante che nella prefazione del volume Mariella Stella scriva:
“Abbiamo bisogno di guardare i paesi con gli occhi e il cuore di chi li conosce veramente, e abbiamo bisogno di cambiarli, ripensarli e farli crescere con loro, gli unici veri protagonisti dei territori, i loro abitanti.”
È una frase che andrebbe appesa all’ingresso di molti convegni sullo sviluppo territoriale.
Perché troppo spesso parliamo dei territori come se fossero oggetti. Li studiamo. Li analizziamo. Li misuriamo. Li promuoviamo. Li classifichiamo. Li inseriamo nelle strategie. Li trasformiamo in casi studio.
Molto meno frequentemente li ascoltiamo.
Ed è curioso che proprio in un’epoca in cui tutti parlano di partecipazione, comunità e co-progettazione, continuiamo a raccontare intere porzioni del Paese senza dare davvero spazio alle persone che le abitano.
Forse è anche per questo che questo piccolo libro mi sembra interessante. Non perché offra soluzioni miracolose allo spopolamento, alla crisi demografica o al declino di certi territori. Non lo fa e non pretende di farlo.
Piuttosto perché ricorda una verità sorprendentemente semplice: prima di decidere che cosa dovrebbe diventare un luogo, sarebbe opportuno chiedere qualcosa a chi quel luogo lo chiama casa.
Che, a pensarci bene, dovrebbe essere il minimo sindacale.



