Le aree interne ripartono dal non profit. Ma lo Stato non può chiamarsi fuori. E neppure i privati.
Le comunità organizzate possono riaprire servizi, creare lavoro e rimettere in circolo immobili e competenze. Ma non possono diventare il modo elegante con cui istituzioni e imprese scaricano su volontari e cooperative la responsabilità di territori lasciati indietro.
Quasi la metà dei Comuni italiani si trova nelle cosiddette aree interne, territori distanti dai principali poli nei quali si concentrano scuole, ospedali, trasporti e servizi essenziali. Parliamo di 3.834 Comuni, il 48,5% del totale, distribuiti sul 58,8% del territorio nazionale, nei quali vivono circa 13,3 milioni di persone, poco più di un italiano su cinque.
Non è dunque un’Italia residuale. È più della metà dell’Italia fisica, una parte decisiva del suo patrimonio ambientale, agricolo, culturale e immobiliare. Eppure continua a perdere abitanti, attività economiche e servizi.
Un’inchiesta di Giulio Sensi pubblicata su Buone Notizie del Corriere della Sera, con il titolo “Aree interne, addio. Come ripopolarle? Ci pensa il non profit”, fotografa una tendenza ormai strutturale: in settant’anni questi territori hanno perso circa 1,4 milioni di residenti. Solo tra il 2023 e il 2024 il saldo demografico delle aree interne è stato negativo per circa 24.700 persone, risultato di nascite insufficienti, mortalità più elevata e migrazioni verso le città o l’estero.
La popolazione è mediamente più anziana, il numero delle nascite è inferiore e la presenza di residenti stranieri, pur contribuendo a contenere il declino, non è sufficiente a compensare la perdita complessiva. A tutto questo si aggiunge un paradosso difficilmente giustificabile: mentre i territori si svuotano, quasi la metà delle risorse della Strategia nazionale per le aree interne risulterebbe ancora inutilizzata.
Il denaro esiste. Le necessità sono evidenti. Quello che continua a mancare è la capacità di trasformare le risorse disponibili in servizi, imprese e condizioni reali di abitabilità.
Il declino non comincia quando una casa viene abbandonata
Lo spopolamento viene spesso rappresentato attraverso immagini suggestive: finestre chiuse, scuole senza bambini, piazze silenziose, negozi con le serrande abbassate. Ma un territorio non muore quando l’ultimo abitante se ne va. Comincia a morire molto prima, quando vivere lì diventa progressivamente più complicato.
Accade quando per una visita medica occorre percorrere decine di chilometri, quando l’autobus viene cancellato, quando la scuola rischia di chiudere, quando una famiglia non trova un asilo, quando una connessione instabile impedisce di lavorare, quando un giovane deve scegliere tra rimanere nel proprio paese e costruirsi una carriera.
A quel punto la partenza non è più una scelta. Diventa una conseguenza.
Per questo non basta parlare di ripopolamento. Non tutti i Comuni torneranno ad avere gli abitanti che avevano negli anni Cinquanta e non sarebbe realistico prometterlo. La priorità deve essere rendere nuovamente abitabili questi territori, consentendo a chi vi risiede di restare e offrendo a nuovi abitanti le condizioni necessarie per costruirvi una vita.
Non si tratta di riportare indietro il tempo, ma di costruire un modello contemporaneo di presenza sul territorio.
Il non profit come infrastruttura economica
Accanto all’inchiesta, il Corriere della Sera pubblica un’intervista a Paolo Venturi, direttore di AICCON, dedicata al ruolo dell’imprenditorialità sociale. La tesi è chiara: quando una comunità si organizza come impresa, il declino può essere rallentato e, in alcuni casi, invertito.
Lo studio citato nell’intervista ha individuato 324 esperienze nelle quali cooperative, associazioni e imprese sociali sono riuscite a creare lavoro, recuperare beni, gestire servizi e riattivare economie locali. In molti casi non si tratta più del non profit tradizionale, inteso come semplice assistenza o volontariato, ma di organizzazioni capaci di produrre reddito, occupazione e valore economico.
Una cooperativa di comunità può riaprire un negozio, gestire un bar, organizzare il trasporto locale, recuperare un edificio pubblico, sviluppare un progetto turistico, produrre energia, offrire servizi domiciliari, amministrare uno spazio culturale o valorizzare una filiera agricola.
Può diventare, in altre parole, un’infrastruttura del territorio.
È un punto di ripartenza concreto perché nasce dal basso, utilizza competenze locali, conosce i bisogni reali e può intervenire dove un operatore tradizionale non vede un mercato sufficientemente grande. Inoltre, reinvestendo almeno una parte del valore prodotto nella comunità, genera effetti che vanno oltre il semplice profitto dell’impresa.
Ma proprio perché questo modello funziona, esiste il rischio che venga utilizzato come alibi.
Lo Stato non può trasformare l’abbandono in partecipazione civica
Dire che “ci pensa il non profit” può rappresentare un riconoscimento della capacità delle comunità di reagire. Ma può diventare anche il modo più elegante per dire che lo Stato ha smesso di provarci.
Un’associazione può organizzare un servizio di accompagnamento per gli anziani. Non può sostituire indefinitamente il trasporto pubblico. Una cooperativa può gestire un presidio culturale. Non può compensare la chiusura sistematica delle scuole. Un gruppo di cittadini può recuperare un immobile. Non può costruire da solo una rete sanitaria, digitale o ferroviaria.
La partecipazione civica non deve diventare la versione contemporanea dell’abbandono istituzionale.
Le comunità locali possono fare molto, ma hanno bisogno di amministrazioni capaci di progettare, affidamenti pluriennali, regole comprensibili, risorse erogate in tempi utili e una visione che superi il singolo bando. Non è sufficiente assegnare fondi a Comuni piccoli e spesso privi del personale necessario per spenderli, per poi attribuire ai territori la responsabilità dei ritardi.
Se quasi metà delle risorse resta inutilizzata mentre la popolazione continua a diminuire, il problema non è soltanto locale. È un fallimento della macchina pubblica nel suo complesso.
Le aree interne non hanno bisogno di un altro concorso di idee, di un nuovo portale o di una campagna fotografica. Hanno bisogno che il denaro stanziato diventi una strada percorribile, una scuola aperta, un medico disponibile, una connessione stabile, un’impresa finanziata e una casa nuovamente abitata.
Anche i privati devono smettere di considerare questi territori invisibili
La responsabilità, tuttavia, non può essere attribuita esclusivamente allo Stato. Anche le imprese private hanno progressivamente abbandonato le aree nelle quali il rendimento immediato appare più basso.
Banche, compagnie assicurative, operatori telefonici, società energetiche, catene commerciali e investitori immobiliari concentrano servizi e capitali nelle aree più dense, lasciando ai territori fragili sportelli chiusi, copertura digitale insufficiente, immobili inutilizzati e costi più elevati.
È comprensibile che un’impresa cerchi un ritorno economico. È meno comprensibile che intere categorie di operatori considerino milioni di cittadini un mercato non interessante e intervengano soltanto quando il settore pubblico copre interamente il rischio.
Nelle aree interne il profitto potrebbe essere più lento, ma non necessariamente più basso. Esistono patrimoni immobiliari sottoutilizzati, domanda di servizi alla persona, potenziale energetico, produzioni agricole, turismo, artigianato, lavoro a distanza e necessità di rigenerazione urbana. Ciò che manca spesso non è l’opportunità, ma un capitale disposto ad attendere.
Occorre quindi sviluppare forme di investimento paziente, nelle quali il rendimento economico sia misurato su periodi più lunghi e accompagnato da un ritorno sociale e territoriale. Fondazioni, banche, fondi immobiliari, aziende e investitori possono finanziare cooperative, acquistare e recuperare immobili, sostenere servizi condivisi, creare sedi di lavoro diffuse e accompagnare nuove attività.
La responsabilità sociale d’impresa non può esaurirsi nella sponsorizzazione di un festival estivo. Deve significare assumersi una parte del rischio necessario per ricostruire economie locali permanenti.
Il turismo non è una politica demografica
Per molti anni si è pensato che la soluzione fosse trasformare ogni piccolo centro in una destinazione turistica. Sono stati finanziati eventi, percorsi, musei, alberghi diffusi e campagne di comunicazione. Alcuni interventi hanno funzionato e hanno generato reddito. Altri hanno prodotto strutture inaugurate e poi rimaste inutilizzate.
Il turismo è importante, ma non può sostituire un’economia.
Un paese pieno per tre settimane in agosto può continuare a perdere residenti durante gli altri undici mesi. Una casa utilizzata occasionalmente non mantiene aperta una scuola. Un ristorante che lavora soltanto nei fine settimana non crea necessariamente occupazione stabile.
Il turismo diventa realmente utile quando si collega ad agricoltura, artigianato, cultura, manutenzione del territorio, formazione e servizi. Deve aiutare a costruire una comunità viva, non trasformare un paese in una scenografia.
Anche il recupero degli immobili deve essere valutato con la stessa attenzione. Le case a un euro hanno prodotto una straordinaria esposizione mediatica, ma non sempre nuovi residenti. Comprare una casa non equivale ad abitarla, e ristrutturare un immobile non significa necessariamente trasferirsi.
La vera misura del successo non è quante abitazioni vengono vendute, ma quante tornano a essere occupate durante tutto l’anno.
I nuovi abitanti potrebbero non essere quelli che sono partiti
Un’altra illusione ricorrente è pensare che la rinascita delle aree interne dipenda esclusivamente dal ritorno dei giovani originari del luogo. Alcuni torneranno, molti altri no. Non si può chiedere a chi è partito di sacrificare opportunità professionali, servizi e relazioni per risolvere un problema collettivo.
I nuovi residenti possono arrivare anche da altrove: famiglie straniere, professionisti internazionali, lavoratori da remoto, imprenditori, pensionati attivi e persone provenienti dalle città.
Ma attrarre nuovi abitanti richiede molto più di una campagna di comunicazione. Non basta mostrare un panorama e il prezzo contenuto di una casa. Servono abitazioni realmente disponibili, contratti di affitto, trasporti, scuole, assistenza sanitaria, spazi di lavoro, connessioni digitali e un sistema amministrativo in grado di accogliere chi arriva.
Ogni territorio che voglia attrarre residenti dovrebbe offrire un vero servizio di insediamento: una banca dati degli immobili, assistenza per l’acquisto o l’affitto, informazioni sui lavori di recupero, orientamento scolastico e sanitario, supporto per avviare un’attività e strumenti di integrazione nella comunità.
Molti Comuni possiedono centinaia di case vuote e, contemporaneamente, non riescono a offrire un’abitazione a chi vorrebbe trasferirsi. Gli immobili sono bloccati da successioni, proprietà frammentate, ristrutturazioni troppo costose o assenza di un mercato degli affitti.
Prima di attrarre persone, bisognerebbe rendere disponibile ciò che già esiste.
Dai bandi ai risultati
La politica per le aree interne è stata troppo spesso misurata attraverso la quantità di risorse stanziate. Ma uno stanziamento non è un risultato. Un bando pubblicato non è un servizio. Un progetto approvato non è un posto di lavoro.
Gli indicatori dovrebbero essere molto più concreti: quanti edifici sono tornati a essere abitati; quanti nuovi residenti sono rimasti dopo tre o cinque anni; quante imprese sopravvivono dopo la conclusione dei contributi; quanto tempo occorre per raggiungere una scuola, un ospedale o una stazione; quanti servizi sono stati mantenuti o riaperti.
Occorre inoltre superare la frammentazione amministrativa. Un Comune di poche centinaia di abitanti non può sostenere da solo un sistema completo di trasporti, sanità, assistenza e promozione economica. I servizi devono essere progettati su aree più ampie, mettendo in rete più amministrazioni e creando strutture tecniche condivise.
La comunità non coincide necessariamente con i confini comunali.
Ripartire dal non profit, senza lasciare solo il non profit
Le esperienze raccontate da AICCON dimostrano che le aree interne non sono prive di energia, iniziativa o capacità imprenditoriale. Quando cittadini, amministratori, associazioni e imprese riescono a collaborare, possono nascere servizi, attività e nuovi modelli economici.
Il non profit è quindi un punto di ripartenza. Forse uno dei più credibili.
Ma non deve diventare il punto di arrivo, né il luogo nel quale vengono scaricate tutte le responsabilità che altri non vogliono più assumersi.
Lo Stato deve garantire servizi essenziali, infrastrutture e capacità amministrativa. I privati devono investire, accettare tempi di ritorno più lunghi e smettere di considerare questi territori economicamente invisibili. Le comunità devono organizzarsi, mettere insieme competenze e partecipare alle decisioni.
Il declino non si inverte con un solo soggetto e non si arresta con una misura isolata. Ma può essere contrastato quando responsabilità pubblica, capitale privato e iniziativa comunitaria smettono di lavorare separatamente.
Le aree interne non chiedono di essere salvate. Chiedono di non essere lasciate sole.
L’articolo prende spunto dall’inchiesta di Giulio Sensi “Aree interne, addio. Come ripopolarle? Ci pensa il non profit” e dall’intervista a Paolo Venturi “L’intraprendenza paga: se la comunità si fa impresa il declino si inverte”, pubblicate su Buone Notizie del Corriere della Sera.



