L’America compie 250 anni. E noi continuiamo a farci i conti.
Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti compiono 250 anni. E forse non è un caso che io abbia iniziato la giornata con una delle rassegne stampa più lunghe che mi sia concesso negli ultimi anni.
Non era solo curiosità geopolitica. Era qualcosa di più personale.
L’America, per me, è sempre stata una possibilità rimasta aperta. Dopo Londra, è stata probabilmente la destinazione che più spesso ho guardato come possibile luogo di lavoro, di vita, di ripartenza. Non una fantasia da film, ma una possibilità concreta, tornata più volte a ondate alterne. Nel 2020, prima che il Covid rimettesse il mondo in pausa e scombinasse piani, confini e priorità, eravamo davvero vicini a fare i bagagli da Londra e partire.
Poi non è successo.
Ma certe geografie, anche quando non diventano indirizzi, continuano a inseguirti.
Negli ultimi anni l’America è rientrata nella mia vita da un’altra porta: attraverso centinaia di americani che si sono affidati a ITS Italy per venire a vivere in Italia, e attraverso il lavoro con gli italiani all’estero, soprattutto grazie al rapporto con We the Italians, che è una specie di voce collettiva delle comunità italo-americane.
Ed è qui che il 4 luglio smette di essere solo una festa nazionale americana.
Perché da una parte penso ai milioni di italiani che negli Stati Uniti hanno cercato futuro, lavoro, dignità, successo, libertà o semplicemente una seconda possibilità. Dall’altra penso alle migliaia di americani che oggi guardano all’Italia con lo stesso desiderio di cambiamento, magari con strumenti diversi, passaporti diversi, budget diversi, ma con una domanda molto simile: dove posso costruire una vita che mi somigli di più?
In mezzo, c’è una storia lunga 250 anni che non riguarda solo loro. Riguarda anche noi.
Forse è per questo che, tra tutte le letture di oggi, lo speciale di The Economist mi è sembrato quello più interessante. Non perché celebri l’America. Anzi, proprio perché non la celebra troppo. La guarda nei numeri, nelle proporzioni, nelle traiettorie. E lo fa con quelle infografiche che hanno il pregio di dire una cosa semplice senza semplificarla: gli Stati Uniti restano enormi, ma il mondo intorno a loro è cambiato.
Questa è la parte che mi interessa di più.
Non l’America “finita”, come amano dire alcuni. Non l’America “indistruttibile”, come preferiscono raccontare altri. Ma un Paese che compie 250 anni trovandosi ancora al centro del mondo, però non più da solo al centro del mondo.
Ed è una differenza enorme.
Per chi è cresciuto guardando Londra, New York, Los Angeles, San Francisco o Miami come luoghi quasi inevitabili dell’immaginario professionale e personale, questa transizione si sente. L’America resta un riferimento, ma non è più l’unico riferimento. Resta un acceleratore, ma non è più l’unico acceleratore. Resta una promessa, ma non è più l’unica promessa.
E forse proprio per questo gli americani che oggi arrivano in Italia sono così interessanti da osservare.
Non sono, almeno non sempre, persone che “scappano”. Molti hanno carriere, patrimoni, competenze, libertà di scelta. Però cercano altro. Cercano tempo, bellezza, relazioni, città più camminabili, cibo migliore, ritmi meno brutali, una quotidianità meno performativa. Cercano, in fondo, una cosa che l’America ha venduto al mondo per decenni: la possibilità di reinventarsi.
Solo che oggi, per alcuni di loro, quella reinvenzione passa dall’Italia.
Questa simmetria mi colpisce.
Per oltre un secolo milioni di italiani hanno attraversato l’Atlantico inseguendo il sogno americano. Oggi una parte d’America attraversa l’Atlantico nella direzione opposta, inseguendo un’idea di vita italiana. Naturalmente non sono fenomeni identici, e sarebbe superficiale metterli sullo stesso piano: l’emigrazione italiana fu spesso figlia della necessità, mentre molti trasferimenti americani di oggi nascono dal privilegio della scelta. Ma il filo resta potente.
È il filo di chi sente che la propria vita può essere altrove.
Per questo, mentre leggo grafici sul PIL mondiale, sulla ricerca, sulle università, sulla Cina e sulla quota relativa della potenza americana, mi viene da pensare che i numeri raccontino solo una parte della storia. L’altra parte sta nelle persone. Negli italiani che hanno fatto l’America. Negli italo-americani che hanno continuato a tenere accesa una memoria. Negli americani che oggi ci chiedono come si compra casa in Puglia, come funziona la residenza elettiva, se ha senso trasferirsi in Toscana, se la sanità italiana è davvero accessibile, se vivere in un borgo è romantico o semplicemente complicato.
Ecco, forse l’America a 250 anni è anche questo: non più soltanto il luogo verso cui si va, ma anche il luogo da cui si parte.
Non è poco.
Anzi, forse è il segnale più interessante di tutti. Perché le grandi potenze non si misurano solo da quante persone attirano, ma anche da quante persone formano, influenzano e poi mandano nel mondo con una certa idea di possibilità. In questo senso l’America continua a essere potentissima, anche quando alcuni suoi cittadini decidono che il prossimo capitolo della loro vita sarà a Lecce, a Lucca, sul Lago di Como o in un paese dell’Umbria.
Quindi sì, oggi è giusto dire buon compleanno all’America.
Ma senza cartoline troppo facili. Senza aquile, torte e fuochi d’artificio come se bastassero a spiegare 250 anni di storia. E senza nemmeno quella soddisfazione un po’ provinciale con cui spesso in Europa commentiamo le difficoltà americane, dimenticandoci quanto del nostro mondo — tecnologia, finanza, cultura, informazione, perfino il nostro modo di immaginare il futuro — sia ancora scritto in gran parte lì.
L’America non è più sola. Ma resta ovunque.
Anche quando, paradossalmente, la incontriamo in un americano che ha deciso di trasferirsi in Italia.



