Ilaria Salis agita un mazzo di chiavi al Parlamento europeo contro la «rendita parassitaria». Il problema degli affitti impossibili è reale, ma il nemico è sempre lo stesso: chi possiede una casa. Peccato che non tutti i proprietari siano ricchi e che l’Italia si prepari a ereditare milioni di immobili che potrebbero valere sempre meno. E poi c’è il curioso caso dei suoi ex collaboratori, che gestiscono locazioni turistiche sul Canal Grande.
Ilaria Salis ha agitato un mazzo di chiavi nell’aula del Parlamento europeo, richiamando le proteste spagnole contro il caro affitti e proclamando che bisogna finirla con la «rendita parassitaria». Un gesto teatrale, perfetto per i social, accompagnato dal solito armamentario della lotta di classe. Il problema, naturalmente, esiste: affitti insostenibili, stipendi che non tengono il passo, giovani che non riescono a comprare una casa nemmeno ipotecando i redditi dei prossimi trent’anni. Ma ecco che, quando arriva il momento di individuare le cause, la complessità scompare e resta il solito nemico.
Eat the rich! Che poi, nella versione immobiliare del populismo, significa più o meno: prendiamocela con chi possiede una casa. Come se tutti i proprietari fossero ricchi, come se l’appartamento ereditato dalla nonna in un paesino dell’Appennino fosse paragonabile a un portafoglio di immobili nel centro di Madrid. E soprattutto come se rendere meno conveniente possedere o affittare un immobile fosse il modo migliore per aumentare l’offerta abitativa.
L’Italia, intanto, si avvia verso una trasformazione che dovrebbe suggerire qualche riflessione prima di agitare le chiavi della rivoluzione. Secondo l’Istat, circa 9,5 milioni di abitazioni non risultano occupate da residenti. Non significa che siano tutte vuote, ma è una misura impressionante del patrimonio che non ospita stabilmente la popolazione residente. E con l’invecchiamento demografico, il calo delle nascite e i futuri passaggi ereditari, molti immobili cambieranno proprietario nei prossimi decenni.
Ereditare una casa, però, non significa necessariamente ereditare una fortuna. A Milano può essere un patrimonio importante. In un comune che perde abitanti da trent’anni può significare ritrovarsi un edificio che nessuno vuole, che costa mantenere, costa ristrutturare e sul quale continuano a pesare imposte e obblighi. Una ricchezza perfettamente rispettabile sulla carta, molto meno quando bisogna trovare qualcuno disposto a pagarla.
In certi territori, il problema non è affatto impedire a qualcuno di arricchirsi con gli immobili. È trovare qualcuno abbastanza coraggioso, o abbastanza incosciente, da investirci denaro per recuperarli. Tra burocrazia, requisiti urbanistici, costi dei lavori, fiscalità e incertezza delle regole, rimettere una casa sul mercato può diventare un’impresa. E se poi limitiamo anche le possibilità di utilizzarla economicamente, non sorprendiamoci se rimane chiusa.
Naturalmente nelle grandi città la situazione è diversa. A Madrid, Barcellona, Milano o Firenze la scarsità di abitazioni accessibili è un problema concreto, al quale possono contribuire anche gli affitti turistici - anche se probabilmente in modo molto inferiore a quello raccontato al pubblico. Servono politiche pubbliche, edilizia sociale, regole proporzionate e una maggiore offerta residenziale. Ma pensare che ogni casa sottratta agli affitti brevi (ma perché no?! sottratta e basta alla proprietà che ne vorrebbe fare rendita privata) diventi automaticamente disponibile per una famiglia è una favola che non tiene conto né del mercato né delle scelte dei proprietari.
Ed è qui che Salis sembra abbaiare all’albero sbagliato. Perché possedere un immobile non significa necessariamente vivere di rendita e ricavarne un reddito non significa automaticamente speculare. Talvolta significa semplicemente cercare di recuperare almeno una parte dei soldi spesi per renderlo abitabile.
Ma c’è un dettaglio che rende questa crociata particolarmente gustosa.
Due ex collaboratori parlamentari di Salis hanno ottenuto in primo grado una sentenza che condanna l’eurodeputata a risarcirli per oltre 300.000 euro complessivi, decisione da lei impugnata. E sapete quale attività svolgono anche questi ex collaboratori? Gestiscono locazioni turistiche in un palazzo storico di famiglia sul Canal Grande, a Venezia. Proprio una di quelle attività che finiscono frequentemente nel mirino delle polemiche contro il business della casa.
Non sappiamo, naturalmente, se Salis stesse pensando a loro mentre agitava le chiavi a Strasburgo. Sarebbe scorretto insinuarlo. Ma il paradosso rimane, tanto più che la stessa eurodeputata aveva già fatto riferimento alla loro attività ricettiva nella controversia lavorativa.
E allora la domanda viene spontanea: la rendita immobiliare è parassitaria sempre, oppure soltanto quando a incassarla sono quelli che non ci piacciono? A Firenze il comune è scivolato impietosamente su questo tema (altra storia…).
Magari, invece di agitare le chiavi in Parlamento, Salis potrebbe trascorrere qualche giorno con un economista, un demografo, un piccolo proprietario e un artigiano che ristruttura case. Non sarebbe una punizione. Sarebbe un corso accelerato di economia reale, tra preventivi dell’idraulico, pratiche edilizie, imposte e immobili che nessuno vuole comprare.
Scoprirebbe che non tutti i proprietari sono ricchi, non tutte le case sono redditizie e non tutte le abitazioni vuote si trovano dove qualcuno desidera vivere.
La casa è un diritto, certamente. Lo è anche la proprietà privata. Ma i diritti non si realizzano per magia e la disponibilità di abitazioni non aumenta semplicemente denunciando chi potrebbe guadagnare dalla loro legittima proprietà e gestione.
Salis continua ad abbaiare all’albero sbagliato. E mentre agita le chiavi della rivoluzione, milioni di case vere rischiano di cadere a pezzi.
Magari il problema non è chi possiede le chiavi, ma trovare qualcuno disposto ad aprire la porta. E soprattutto a pagare per sistemare quello che c’è dietro. Sempre che Salis e compagni non mirino ad occupargliela.



