Ho letto con grande interesse l’ultima riflessione di Fausto Faggioli sulle aree interne e, in particolare, la sua affermazione secondo cui «prima di riabitare le case dobbiamo riabitare il pensiero». È una considerazione che condivido e che, anzi, mi sembra tocchi uno dei problemi fondamentali di molte politiche territoriali italiane: continuiamo troppo spesso a confondere la disponibilità di risorse con l’esistenza di un progetto, il recupero fisico di un immobile con la rigenerazione di una comunità, di un luogo, l’organizzazione di eventi con una strategia e la comunicazione di un territorio con la sua effettiva capacità di offrire qualcosa a chi dovrebbe sceglierlo.
Faggioli parla di “capitale decisionale”, cioè della capacità di una comunità e delle sue istituzioni di comprendere ciò che sta succedendo, prendere decisioni, costruire una direzione e verificarne gli effetti. È difficile non essere d’accordo.
Ma aggiungerei qualcosa che non nasce da una posizione teorica e neppure dal desiderio di aggiungere un’altra definizione al già affollato vocabolario della rigenerazione territoriale. Nasce piuttosto da alcuni anni trascorsi, nel senso più concreto possibile, a battere il marciapiede: entrare nei piccoli centri, parlare con amministratori, tecnici, proprietari di immobili, commercianti, aspiranti imprenditori e persone che dall’estero vorrebbero comprare una casa, trascorrere periodi più lunghi in Italia, trasferirsi o semplicemente provare a costruire un rapporto diverso con un territorio. Qualcosa che nasce dall’averci investito passione, tempo e soldi.
Più passa il tempo, più mi sembra evidente che tra il pensiero e le comunità, gli immobili, etc. esista un enorme spazio intermedio sul quale continuiamo magari ragioniamo anche, ma dopo il quale ci blocchiamo quasi in preda ad un attacco di panico.
Di pensiero, forse, ce n’è pure parecchio. Di ragionamenti pure. Di osservazione concreta, molto meno. Ma di voglia di sporcarsi le mani e trasformare l’osservazione e il ragionamento in azione…
Ci sono convegni, tavole rotonde, festival, incontri sulle aree interne, presentazioni di progetti, paper, studi, osservatori, nuove definizioni, programmi pubblici, strategie regionali e nazionali. Ci sono amministratori che intervengono, esperti che discutono, professionisti che elaborano modelli e soggetti che si occupano di promozione territoriale.
Ed è bene che tutto questo esista.
Senza pensiero non c’è strategia e senza confronto si rischia semplicemente di replicare errori già commessi altrove.
Il problema comincia quando il dibattito diventa esso stesso il risultato.
Capita soprattutto quando intorno al territorio si costruisce una macchina di comunicazione che finisce per parlare più a se stessa che alle persone che dovrebbe raggiungere. Un’amministrazione presenta un progetto agli abitanti dello stesso territorio, gli operatori locali si raccontano reciprocamente quanto sia straordinario il luogo nel quale già vivono, i politici partecipano a eventi nei quali naturalmente devono essere presenti e visibili, chi si occupa di promozione racconta il territorio alle persone sedute nella sala del territorio stesso.
È un circuito comprensibile e, in alcuni casi, anche utile. Ma contiene una contraddizione piuttosto evidente: se vogliamo attrarre nuove persone, nuovi residenti, nuovi visitatori, nuovi investitori o nuove attività economiche, i destinatari della comunicazione sono per definizione altrove.
Non sono quasi mai quelli già seduti in prima fila.
Questo diventa ancora più evidente quando dal palco si scende in strada.
Perché è lì che improvvisamente tutto si complica.
Un conto è discutere della necessità di rimettere in circolo il patrimonio immobiliare inutilizzato; un altro è provare concretamente a farlo. Bisogna trovare i proprietari, convincerli a vendere o affittare immobili che magari sono chiusi da vent’anni, ricostruire successioni, capire se una casa sia realmente commerciabile, verificare documenti, affrontare lavori, trovare artigiani disponibili, rendere un immobile presentabile e infine trovare qualcuno disposto a comprarlo o utilizzarlo. A viverci.
Lo stesso accade con i servizi. In un convegno è relativamente semplice parlare della necessità di riattivarli. Sul territorio significa trovare qualcuno disposto a prendersene carico, verificare se esista una domanda sufficiente, capire come renderli economicamente sostenibili e spesso convincere amministrazioni, cittadini e operatori che vale la pena almeno provare.
E vale ancora di più per le idee.
Aiutare un giovane ad aprire una piccola attività, trasformare uno spazio inutilizzato in qualcosa che produca valore, creare un servizio per chi arriva da fuori, organizzare un sistema di accoglienza, costruire una rete fra proprietari, tecnici, commercianti e amministrazione: sono tutte cose infinitamente meno spettacolari di un evento, ma è esattamente lì che la strategia territoriale smette di essere un documento e diventa realtà.
Ed è proprio in quel momento che, almeno per quello che abbiamo visto noi, emerge una forma di desertificazione diversa da quella di cui parliamo normalmente.
La desertificazione di quelli che fanno.
In moltissimi luoghi le persone che provano realmente a far succedere qualcosa sono sorprendentemente poche. A volte sono un amministratore particolarmente volenteroso, un imprenditore che ha capito prima degli altri che esiste una domanda internazionale, un tecnico, un commerciante, un ristoratore, qualcuno che apre un’attività quando tutti gli spiegano perché non funzionerà, oppure semplicemente un cittadino che decide di spendere tempo ed energie per fare qualcosa che non sarebbe strettamente compito suo.
Spesso sono persone che finiscono per assumere un ruolo molto più importante di quanto appaia dall’esterno.
Sono quelle che rispondono al telefono quando qualcuno chiama dall’estero. Che aprono una casa chiusa da anni per mostrarla a un potenziale compratore. Che accompagnano una persona in Comune. Che trovano qualcuno per fare un preventivo. Che conoscono il proprietario dell’edificio abbandonato. Che spiegano a un nuovo arrivato come funzionano cose che per un residente sono scontate. Che presentano persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate.
Sono, in altre parole, l’infrastruttura informale che rende possibile il cambiamento.
Eppure c’è un paradosso che abbiamo incontrato più volte e che meriterebbe forse di essere studiato molto più seriamente: proprio queste persone, invece di essere sostenute dalla comunità, vengono non di rado guardate con diffidenza, criticate, ostacolate o quasi “bullizzate” dai locali.
Perché fanno troppo. Perché portano gente da fuori. Perché guadagnano dal proprio lavoro. Perché hanno rapporti con gli stranieri. Perché propongono cose nuove. Perché modificano equilibri consolidati.
O semplicemente perché, in comunità nelle quali per anni ci si è abituati a considerare inevitabile il declino, chi prova a dimostrare che qualcosa può essere fatto rischia involontariamente di mettere in discussione l’alibi collettivo del “qui tanto non si può fare niente”.
Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più scoraggianti.
Non tanto la mancanza di idee, quanto il costo sociale che talvolta viene imposto a chi prova a realizzarle.
Perché i ‘doers’ sono quasi sempre meno visibili di chi organizza o partecipa agli eventi. Il loro lavoro è poco fotografabile, raramente finisce su un palco e difficilmente produce un comunicato stampa. Sono persone che passano ore al telefono, che risolvono problemi, che fanno sopralluoghi, che mettono insieme domanda e offerta, che insistono dopo il primo no e spesso anche dopo il quinto.
Sono molto meno “sexy” di un progetto raccontato bene.
Ma sono quelli senza i quali quel progetto non esisterebbe.
È anche per questo che credo dovremmo stare attenti quando parliamo genericamente di promozione territoriale. La promozione può essere fondamentale, ma soltanto se dietro esiste qualcosa che possa effettivamente accogliere la domanda che genera.
Portare l’attenzione su un luogo nel quale poi nessuno risponde alle richieste, gli immobili non sono realmente disponibili, i servizi non sono organizzati e chi vuole investire deve costruirsi da solo ogni singolo passaggio rischia addirittura di produrre l’effetto opposto: aumenta l’interesse iniziale e contemporaneamente aumenta la quantità di persone che, dopo aver provato, rinunciano.
Noi questo fenomeno lo vediamo continuamente lavorando con persone che arrivano dall’estero. L’interesse per l’Italia non manca affatto.
Non manca tra i c.d. digital nomad (anche se il loro fenomeno in Italia è probabilmente sovrastimato e confuso con un turismo esperienziale di giovani con lo zainetto), non manca tra chi cerca una seconda casa, non manca tra chi sta pensando a una relocation, non manca tra gli italodiscendenti e non manca tra persone che semplicemente vorrebbero sperimentare una vita diversa per alcuni mesi all’anno.
Quello che manca spesso è il pezzo successivo. Qualcuno che trasformi l’interesse in possibilità.
E forse il vero problema delle politiche di attrazione territoriale sta proprio qui. Continuiamo a concentrare moltissima attenzione sulla generazione della domanda e relativamente poca sulla costruzione della capacità locale di assorbirla.
Non basta convincere qualcuno che un territorio sia interessante. Bisogna fare in modo che possa entrarci.
Non basta avere case vuote. Bisogna trasformarle in case disponibili.
Non basta dire a un giovane che potrebbe rimanere. Bisogna aiutarlo a costruire qualcosa che renda sensato rimanere.
Non basta desiderare nuovi residenti. Bisogna essere disposti a cambiare almeno un po’ il territorio per accoglierli.
E non basta chiedere ai privati di attivarsi se, nel momento in cui qualcuno lo fa davvero, la reazione della comunità è quella di considerarlo con sospetto.
È qui che alla nozione di capitale decisionale proposta da Faggioli aggiungerei, senza metterla in contrapposizione, quella di capitale operativo.
Una comunità ha bisogno di persone capaci di immaginare una direzione, certamente, ma ha altrettanto bisogno di persone capaci di percorrerla.
E forse una politica seria per i territori fragili dovrebbe iniziare anche da qui: individuare chi sta già facendo qualcosa, capire perché lo fa, quali ostacoli incontra, quali risultati produce e soprattutto come evitare che rimanga solo.
Non necessariamente creando l’ennesimo programma.
A volte basterebbe molto meno: ascoltarlo, metterlo in rete, semplificargli alcuni passaggi, dargli accesso a informazioni, riconoscere che l’attività economica non è un difetto morale e che chi crea valore per sé può contemporaneamente crearne per il territorio e proteggere, in un certo senso, chi prova.
Perché un paese nel quale cinque persone fanno accadere cose può essere molto più vitale di un paese nel quale cinquanta persone partecipano a un convegno sulla vitalità dei paesi.
Ed è forse proprio questa la riflessione che aggiungerei alla frase di Faggioli.
Prima di riabitare le case dobbiamo certamente riabitare il pensiero.
Ma poi dobbiamo fare in modo che fra quel pensiero e quelle case torni ad esserci qualcuno disposto a sporcarsi le mani.
Perché gli immobili, in molti territori, non mancano. Le idee nemmeno. I finanziamenti, almeno in alcune fasi, arrivano.
Quello che rischia di diventare veramente raro è chi prende tutte queste cose e le trasforma in qualcosa che funziona.
È un tema che ritroviamo continuamente anche nei tre libri di NOMAG Research attualmente in uscita - dedicati ai Digital Nomads, alle One Euro Houses e ai ReLocals - pur partendo da fenomeni molto diversi. Più analizziamo numeri, esperienze e comportamenti, più ritorniamo infatti alla stessa questione: tra l’interesse per un territorio e la decisione concreta di viverlo esiste una distanza enorme, e quella distanza non viene colmata dalle campagne di comunicazione.
Viene colmata dalle persone.
Ed è forse proprio la desertificazione di quelle persone, dei doers, una delle forme di spopolamento sulle quali dovremmo cominciare a interrogarci molto più seriamente.
«Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità» (Alexis Carrel)


