ITS for ITalianS (Ep. 4)
Simone Tarantino: “New York non ti deve niente. Però qualcosa te lo porti a casa.”
Schiaffoni, tentativi, qualche intuizione giusta e un ponte tra Italia e Stati Uniti: 28 minuti che scorrono meglio di molte “guide al successo”. Guardali tutti, poi ne riparliamo.
C’è un momento preciso, in molte storie di italiani all’estero, in cui la narrativa smette di essere romantica e diventa utile. Non più il “sono partito con una valigia e un sogno”, ma qualcosa di meno instagrammabile e molto più interessante: “sono arrivato convinto di essere qualcuno e ho preso schiaffi finché non ho capito come funzionava davvero”. È esattamente da lì che vale la pena iniziare ad ascoltare questa conversazione con Simone Tarantino, perché è lì che finisce il folklore e inizia il lavoro.
Simone è a New York da oltre vent’anni. Non è una storia recente, non è un caso da startup hype, non è una parabola costruita a posteriori. È una traiettoria lunga, fatta di tentativi, deviazioni, esperimenti, fallimenti e, soprattutto, adattamento. E già questo dovrebbe bastare a distinguere questa intervista da buona parte del rumore che circola quando si parla di “andare in America”. Perché qui non c’è nessuna scorciatoia venduta, anzi: c’è un percorso esplicitamente non lineare, in cui l’unico vero vantaggio è l’assenza di pregiudizio iniziale e l’unico vero rischio è pensare che basti quello.
Il punto chiave, che emerge con una chiarezza quasi fastidiosa, è che New York - e per estensione gli Stati Uniti - non sono un posto che ti “premia” in automatico. Ti dà spazio, semmai. Ti lascia provare. Ti osserva mentre sbagli. E poi decide. Non c’è l’alibi del sistema, ma nemmeno la protezione del contesto. Se sai fare qualcosa, cresci. Se non lo sai fare, la porta si chiude senza troppe spiegazioni. Sembra brutale, ma ha una sua onestà che spesso manca altrove.
E infatti il vero tema non è l’American Dream, che continua a esistere ma ha perso quella patina ingenua che aveva per la nostra generazione. Il tema è come ci arrivi preparato. Vent’anni fa potevi permetterti di improvvisare di più, oggi no. Oggi arrivi in un mercato saturo, competitivo, popolato da persone che hanno lo stesso sogno ma anche strumenti migliori per inseguirlo. Senza struttura, senza guida, senza una comprensione reale del contesto, il sogno resta esattamente quello: un’idea raccontabile, ma difficilmente realizzabile.
È qui che la conversazione diventa interessante anche per chi non ha nessuna intenzione di trasferirsi a New York. Perché quello che Simone descrive non è solo un percorso geografico, ma un cambio di mentalità. Il passaggio da “cosa so fare” a “come funziona il sistema in cui voglio operare”. Il passaggio da identità a utilità. E, soprattutto, la scoperta che il networking - parola abusata fino allo sfinimento - non è una strategia, ma una condizione di sopravvivenza. Non conosci persone per opportunismo, ma perché è l’unico modo per capire dove sei finito.
Poi c’è un altro livello, più recente e forse ancora più rilevante: il ritorno all’italianità, ma senza nostalgia. Dopo anni passati a integrarsi, a “diventare locale”, il percorso si chiude - o meglio, si riapre - con la costruzione di un ponte tra ecosistemi. Non culturale, non retorico, ma operativo. Il Transatlantic Innovation Hub nasce esattamente da questa consapevolezza: che l’Italia ha talento, ma spesso non sa valorizzarlo, e che gli Stati Uniti hanno scala, ma cercano sempre più contenuti e competenze da integrare.
Non è una storia patriottica. Non è nemmeno una storia di riscatto. È una storia di posizionamento. L’Italia smette di essere solo “bella” e inizia, lentamente, a essere “utile” anche nel linguaggio del business internazionale. E questo cambia le regole del gioco, perché trasforma un rapporto unidirezionale - vado in America per avere successo - in qualcosa di più complesso: costruisco valore tra due sistemi che iniziano a riconoscersi reciprocamente.
Se c’è un motivo per cui questa intervista vale il tempo che richiede, è proprio questo: mette ordine tra narrazione e realtà. Non distrugge il sogno, ma lo ridimensiona abbastanza da renderlo praticabile. E, cosa non scontata, lo fa senza venderti una formula.
Guardarla o ascoltarla non ti darà risposte facili. Ma probabilmente ti farà venire le domande giuste. E, per una volta, non è poco.



