“In paradiso per il clima, all’inferno per la compagnia” - Mark Twain
Esco quando voglio #110
L’Italia evidentemente non è proprio questo gran paradiso (fiscale). Lo dicono i numeri.
Un commento a freddo sui 52.200 “privilegiati” fiscali che oggi fanno discutere l’Italia
Oggi alcuni si cimenteranno a commentare in modo polemico i dati sulle dichiarazioni 2025: 52.200 contribuenti che hanno scelto l’Italia grazie ai regimi fiscali agevolati per impatriati, pensionati al Sud, ricercatori, paperoni con flat tax, etc.
Il Sole 24 Ore ci dedica la prima pagina. I social si divideranno tra chi grida allo scandalo e chi esulta per il “paradiso fiscale italiano”.
Io dico un’altra cosa: 52.200 è un numero piccolo. Quasi irrilevante. E questo dovrebbe preoccuparci molto più delle polemiche che stiamo sprecando. E se la leva fiscale non basta, serve inventarci qualcosa di diverso o ‘in aggiunta’.
Il copione dell’invidia fiscale
Prima di tutto, ripercorriamo il rituale che si ripete ogni volta.
Arriva un incentivo fiscale per attrarre persone dall’estero. Tutti d’accordo, in teoria. “Sì, dobbiamo attrarre talenti, capitali, cervelli.” Poi, se gli incentivi funzionano -anche solo un poco -, parte immediatamente il coro: competizione sleale sul mercato del lavoro, prezzi delle case gonfiati artificialmente, ingiustizia verso chi è rimasto.
È un cortocircuito perfetto: vogliamo che arrivino, ma quando arrivano ci danno fastidio. È invidia fiscale pura, travestita da preoccupazione sociale. L’invidia, soprattutto quella fiscale, è uno sport nazionale nel paese che parla sempre di calcio e non va ai Mondiali. Siamo un popolo di evasori tartassati, a tutti i livelli, ed esperti fiscali da quando, alla nascita, lo Stato ci regala un codice fiscale.
I dati però parlano chiaro: su 60 milioni di italiani, stiamo parlando di una platea che non sposta nulla né sui prezzi degli immobili né sui salari. Cinquantaduemila persone distribuite su tutto il territorio nazionale non “alzano i prezzi delle case” di Milano (o Roma o Bologna o…) più di quanto li alzi la domanda interna, il turismo, gli eventi o la ‘speculazione’ ordinaria causata dalla mancanza di stock e pianificazione sul tema ‘casa’. È un argomento che non regge all’analisi.
Pensionati al Sud: l’idea più patetica del pacchetto
Partiamo dalla norma più imbarazzante: i pensionati stranieri al Sud con tassazione al 7%.
L’obiettivo dichiarato era competere con Portogallo e Spagna, che avevano attratto nordeuropei abbastanza benestanti (e le loro pensioni) con regimi simili. E con questi, ripopolare le nostre aree colpite da spopolamento. Portare gente ad abitare luoghi dove gli anziani dominano e da dove scappano i pochissimi ragazzi rimasti.
Risultato italiano: dai 672 pensionati esteri trasferiti nel 2023 si è passati a 933 nel 2025. +38,8% in termini relativi, che suona bene. In termini assoluti, stiamo parlando di 261 persone in più.
Mezzo condominio, non una migrazione.
Il problema non è la norma in sé - avere leve fiscali è meglio che non averle. Il problema è l’illusione strategica che ci sta dietro. L’Italia è un paese bellissimo in cui spendere la pensione? Assolutamente sì. Ma abbiamo i servizi per i nostri anziani? No. Pensiamo seriamente di poter offrire qualità di vita adeguata a “orde di vecchietti norvegesi” quando non riusciamo a garantirla ai nostri?
E soprattutto: le leve fiscali non dovrebbero servire ad attrarre persone di cui abbiamo bisogno? Un pensionato straniero porta consumi e poco altro. È una scelta difendibile, ma chiamiamola per quello che è: un tentativo di portare reddito passivo in aree depresse. Non una politica industriale.
E intanto la norma è stata appena rilanciata, ampliandola ai comuni fino a 30 mila abitanti (rispetto ai 20 mila precedenti). No comment.
I ricercatori e gli impatriati: numeri che non cambiano il mondo
Il dato sui ricercatori e docenti è quello che mi interessa di più idealmente: +15,9% rispetto all’anno precedente, con 4.754 soggetti totali. Bene. Ma quanti di questi riescono davvero a reggere il sistema della ricerca universitaria italiana? Quanti trovano un ecosistema che consenta loro di fare lavoro di qualità, con fondi adeguati, con burocrazia gestibile, con prospettive di carriera trasparenti?
La leva fiscale li attira. Poi la realtà del sistema li consuma o li rispedisce fuori. Stiamo mettendo un cerotto su una frattura.
Gli impatriati “classici” - quelli più odiati dall’opinione pubblica - sono quasi 45.000 solo nell’ultimo anno. Questo è il numero che mi fa più piacere, perché cresce e perché rappresenta persone che hanno costruito un percorso professionale fuori e scelgono di portarlo in Italia. È il mio ‘pane quotidiano’. Di questo scrivo spesso e volentieri su queste pagine, su ITS Journal e su tutte le altre testate che ospitano i miei contributi.
Sono anche i più odiosi, nell’immaginario collettivo. Il “fighetto” che è andato a Berlino o Londra, ha fatto carriera, e ora rientra con il suo stipendio da manager o da freelance internazionale e ci racconta quanto era più figo là mentre fa l’aperitivo a Brera. Doppiamente odioso: ha il vantaggio fiscale e l’aria di superiorità.
Ma guardate il numero: quasi 45.000 in un anno. I numeri crescono. Questo è positivo. E ogni persona rientrata è una storia di ricongiunzione con il paese, spesso con fatica e compromessi enormi.
E poi - fighetti a parte - sapete quanti di questi rientrati hanno fatto partire nuove imprese? Quanti hanno riaperto case in paesini remoti che stavano morendo, portando vita, consumi, relazioni in luoghi che non comparivano su nessuna mappa degli investimenti pubblici? Quanti hanno finanziato giovani con un’idea, con una startup, con un progetto artigianale o culturale - quando nessuno avrebbe dato loro altro che uno scampolo di garanzia pubblica o un modulo per il reddito di cittadinanza?
Questo è il valore silenzioso degli impatriati che nessuno racconta perché non fa notizia e non alimenta la polemica. Non compare nei dati fiscali. Non genera titoli. Ma è reale, diffuso, e spesso trasformativo su scala locale. Chi è stato fuori ha visto funzionare ecosistemi diversi - ha una rete, una mentalità, una tolleranza al rischio che il sistema italiano da solo fatica a produrre. Quando torna e la mette a disposizione, è un moltiplicatore. Silenzioso, ma concreto.
Allora perché 52.200 è un numero piccolo?
Ogni anno dall’Italia partono 150.000-200.000 persone. Probabilmente è una stima per difetto. Ogni anno.
E io non sono nemmeno contrario a questo ‘movimento’. Lo ripeto a oltranza: ognuno ha il diritto, se non il dovere, di inseguire ogni opportunità per realizzarsi come individuo, professionista, famiglia, etc.
Di fronte a questo flusso in uscita, i 52.200 arrivati con incentivi fiscali non sono una risposta. Sono un’aspirina per una polmonite. Grazie a Dio per l’aspirina, ma è una toppa piccola piccola.
La domanda vera non è “perché questi sono venuti?”, ma “perché gli altri - anche con questo paradiso fiscale (affettivo, culturale, naturale, gastronomico…) - non tornano?”. E poi… “cosa succede alla loro vita una volta partiti?”, ma soprattutto, “perché sentono il bisogno di partire?”.
Ho incontrato negli ultimi due anni oltre 200 persone rientrate in Italia o che stavano valutando il rientro. Eleonora Voltolina, con il suo lavoro sulle famiglie expat, ha raccolto storie simili in modo sistematico. Il quadro che emerge è sempre lo stesso. Non una persona, dico una, mi ha detto che la decisione definitiva l’ha presa per le tasse. Le tasse contano, certo. Abbassano il costo-opportunità del rientro. Ma non sono LA leva.
Si torna se ci sono le condizioni per continuare un percorso: familiare, professionale, imprenditoriale. Si torna se i figli possono andare in una scuola che funziona. Se si può aprire una società in tempi ragionevoli. Se la burocrazia non è un nemico quotidiano. Se il sistema sanitario funziona. Se le città sono vivibili. Se c’è un mercato del lavoro che valorizza l’esperienza internazionale invece di guardarla con sospetto.
Le tasse sono una condizione importante, ma non sufficiente. E sono una condizione transitoria - gli incentivi scadono, le aliquote cambiano, i governi si alternano. Chi decide dove vivere e lavorare sulla base di una norma a termine sta costruendo su sabbia. E lo sa.
Cosa dicono questi dati
I 52.200 contribuenti agevolati non sono un trionfo né uno scandalo. Sono un segnale debole positivo in un sistema che ha bisogno di segnali forti.
Meglio averli che non averli. Ma chi oggi si scandalizza per questi numeri e chi esulta per questi numeri sta entrambi guardando nel posto sbagliato.
Il paradiso fiscale italiano non esiste. Esistono alcune agevolazioni fiscali su un paese che per il resto rimane complicato, burocratico, lento e spesso ostile a chi vuole costruire qualcosa - sia che arrivi dall’estero sia che ci viva da sempre.
Se semplificate le condizioni per fare impresa, fare famiglia, vivere senza il terrore quotidiano della complessità amministrativa: allora vivranno meglio 60 milioni di italiani, e a tornare - anche a parità di tasse - saranno molti di più.
Nel frattempo: festeggiamo ogni ritorno. Uno alla volta, se necessario. Perché ogni persona che sceglie l’Italia nonostante tutto è già una dichiarazione d’amore complicata e coraggiosa.





Non ce la faranno mai a capire...