Il senatore globale totale: così Roma sta uccidendo il voto degli italiani all’estero.
Esco quando voglio #115
Un collegio mondiale cancella i territori e consegna le candidature alle segreterie, alle reti organizzate e a chi può permettersi una campagna elettorale planetaria.
Con l’emendamento appena approvato dalla Camera, le quattro attuali ripartizioni della circoscrizione Estero diventerebbero due per l’elezione degli otto deputati - Europa da una parte e tutto il resto del mondo dall’altra - mentre i quattro senatori verrebbero eletti in un’unica circoscrizione comprendente Europa, Americhe, Africa, Asia, Oceania e Antartide (si sono dimenticati solo degli elettori orbitanti). Se la riforma sarà approvata definitivamente, non avremo più un senatore eletto dagli italiani residenti in Europa, uno dal Sudamerica, uno dall’America settentrionale e centrale e uno dall’immensa area che riunisce Africa, Asia e Oceania: avremo quattro senatori chiamati a rappresentare indistintamente l’intero pianeta, sommando preferenze raccolte in paesi che non condividono quasi nulla, se non il fatto che i loro elettori vivono fuori dai confini italiani.
È il senatore globale totale, presente ovunque sulla scheda e destinato, con ogni probabilità, a non rappresentare concretamente nessun territorio.
Il problema non è soltanto che Londra, Buenos Aires, Toronto, Tokyo, Johannesburg e Melbourne siano città lontane tra loro. È che le comunità italiane che vi abitano hanno storie, interessi, rapporti con l’Italia e necessità completamente differenti.
Chi vive nel Regno Unito può avere famiglia, proprietà, imprese, pensioni e obblighi fiscali distribuiti tra i due paesi, viaggiare frequentemente verso l’Italia e confrontarsi con le conseguenze ormai sedimentate di una Brexit che risale a dieci anni fa e che oggi non è più un’emergenza giornalistica, ma una condizione amministrativa ordinaria fatta di regole migratorie, previdenza, fiscalità, cittadinanza dei figli e riconoscimento dei titoli. Chi vive in Argentina può appartenere a una comunità costruita attraverso generazioni di emigrazione, avere acquisito o ereditato la cittadinanza attraverso i propri antenati e mantenere con l’Italia un rapporto più culturale, familiare o associativo. Chi risiede in Australia, in Africa o in Asia affronta distanze, servizi consolari e condizioni economiche ancora differenti. Nessuno di questi cittadini è più o meno italiano degli altri, ma fingere che le loro esigenze siano intercambiabili non significa trattarli in modo uguale: significa smettere di rappresentarli.
L’argomento utilizzato per giustificare la riforma parte da un problema reale. Dopo la riduzione del numero dei parlamentari, la circoscrizione Estero elegge soltanto otto deputati e quattro senatori, e garantire oggi un senatore a ciascuna delle quattro ripartizioni determina un peso molto diverso del voto a seconda del luogo di residenza. È una stortura evidente, perché le dimensioni delle comunità sono profondamente diseguali, e sarebbe stato necessario intervenire per trovare un equilibrio migliore tra proporzionalità e rappresentanza territoriale. La soluzione scelta, però, non riequilibra la rappresentanza: la elimina. Alla Camera l’Europa manterrebbe almeno una propria ripartizione, mentre Sudamerica, Nordamerica, Africa, Asia e Oceania verrebbero ammassati in un unico collegio, all’interno del quale il peso numerico delle comunità sudamericane rischierebbe di cancellare quasi completamente la possibilità di eleggere rappresentanti provenienti dagli altri continenti. Al Senato non rimarrebbe neppure questa distinzione: tutti i voti verrebbero sommati insieme, producendo una rappresentanza aritmeticamente più uniforme e politicamente molto più vuota.
Se davvero il territorio fosse irrilevante e l’uguaglianza del voto imponesse di eliminare ogni ripartizione geografica, sarebbe difficile comprendere perché in Italia continuiamo a utilizzare circoscrizioni e collegi. Potremmo eleggere tutti i deputati in un’unica lista nazionale, facendo competere direttamente il candidato di Bolzano con quello di Palermo, il rappresentante delle aree interne con il professionista televisivo romano e l’esponente di una piccola comunità locale con chi dispone di una notorietà nazionale. Non lo facciamo perché sappiamo che il Parlamento non è soltanto il luogo in cui si sommano preferenze, ma anche quello in cui territori diversi dovrebbero poter esprimere interessi, problemi e priorità differenti. Questa regola elementare sembra però non valere per chi vive all’estero, forse perché da Roma l’estero continua a essere percepito come un unico spazio indistinto, una specie di periferia planetaria nella quale milioni di cittadini possono essere raggruppati senza preoccuparsi troppo del luogo in cui vivono.
La conseguenza più pesante della riforma, tuttavia, non riguarda soltanto la geografia elettorale, ma il modo in cui verranno scelti i candidati. Una campagna elettorale è costosa anche quando si svolge all’interno di una città o di una regione; diventa molto difficile quando riguarda un intero paese e semplicemente impossibile quando il collegio comprende cinque continenti e decine di fusi orari. Nessun candidato normale può conoscere realmente le comunità italiane da Londra a Buenos Aires, da New York a Tokyo, da Johannesburg a Sydney, incontrarne gli elettori, ascoltarne i problemi e costruire una reputazione verificabile sul territorio. Chi pretende che una campagna mondiale possa essere combattuta seriamente attraverso qualche incontro, una serie di dirette online e un profilo social pieno di tricolori sta descrivendo una campagna pubblicitaria, non una relazione democratica.
Quando il collegio diventa materialmente impossibile da percorrere, il rapporto con il territorio viene sostituito da tre elementi molto più semplici da organizzare: il simbolo del partito, il denaro disponibile e la capacità di attivare reti di intermediari. La vera elezione non comincerà quindi con l’arrivo delle schede nelle case degli italiani all’estero, ma molto prima, nelle stanze romane in cui verranno composte le liste. Prima di convincere gli elettori bisognerà convincere una segreteria nazionale che la propria candidatura sia utile, e per essere considerati utili occorrerà portare qualcosa di immediatamente spendibile: voti organizzati, controllo o accesso a una rete associativa, risorse economiche, visibilità mediatica, rapporti con una corrente, un cognome conosciuto o la disponibilità a finanziare almeno in parte una campagna altrimenti proibitiva. Agli elettori verrà lasciata la possibilità di esprimere una preferenza, ma soltanto tra persone che altri avranno già deciso di ammettere alla competizione.
Il rischio è che destra e sinistra utilizzino il nuovo sistema attraverso strumenti differenti, ma arrivando allo stesso risultato: una rappresentanza sempre più lontana dalle comunità e sempre più dipendente dagli apparati. A sinistra sarà inevitabile fare leva sulle reti storicamente più vicine a quel mondo politico: patronati, associazioni dell’emigrazione, circoli, organizzazioni legate al sindacato e strutture che da decenni dispongono di sedi, indirizzari, relazioni consolidate e occasioni di contatto con una parte dell’elettorato. Molte di queste realtà svolgono attività necessarie e meritorie, e sarebbe scorretto trasformarle automaticamente in macchine elettorali; sarebbe però altrettanto ingenuo ignorare che, in un sistema nel quale vota soltanto una minoranza degli aventi diritto, chi controlla o presidia i luoghi nei quali gli elettori cercano assistenza dispone di un’enorme capacità di orientamento politico. Non occorre controllare ogni scheda: basta poter raggiungere persone che altri candidati non riusciranno mai a contattare, organizzare incontri, diffondere indicazioni, mettere in circolazione i nomi giusti e mobilitare gruppi relativamente piccoli ma affidabili.
A destra la candidatura ideale rischierà invece di assumere la forma del rampollo con disponibilità economica, relazioni imprenditoriali, pluridecorato con onorificenze comprate a chili, accesso ai palazzi romani e un gruppo di consulenti, addetti stampa, opinionisti e amici compiacenti pronti a trasformarlo in poche settimane nel nuovo interprete degli italiani nel mondo. Non sarà indispensabile aver lavorato realmente sui servizi consolari, sulla previdenza internazionale, sulla mobilità, sul riconoscimento dei titoli o sulle difficoltà quotidiane delle comunità. Basterà una biografia sufficientemente internazionale, un budget adeguato, qualche evento organizzato nelle capitali più visibili, alcune interviste ben disposte e la capacità di presentarsi come portavoce delle “eccellenze italiane nel mondo”, espressione perfetta perché abbastanza vaga da non obbligare a spiegare quali interessi concreti si intendano rappresentare. La campagna planetaria avrà un costo tale che il denaro non sarà soltanto un vantaggio: diventerà, insieme all’investitura del partito, una delle condizioni preliminari per poter partecipare seriamente. Il tutto poi per un seggio che, una volta a Roma, probabilmente conterà meno del 2 a briscola.
La sinistra potrà quindi affidarsi alle reti storiche che riesce ancora a presidiare, mentre la destra potrà cercare il candidato con più denaro, le connessioni migliori e la macchina mediatica più efficiente. Da una parte rischieremo di ritrovare persone selezionate perché inserite da anni nel pulviscolo di associazioni, patronati e organismi tradizionali (a Roma); dall’altra personaggi costruiti come prodotti politici internazionali, sostenuti da famiglie, imprese, conoscenze utili e magari da qualche amico generosamente ricompensato tra palazzi, consulenza e media. Entrambi gli schieramenti dichiareranno di avere trovato il rappresentante autentico degli italiani all’estero, ma gli elettori potranno scoprire chi dovrebbe rappresentarli soltanto quando riceveranno il plico o vedranno apparire sui social una pubblicità sponsorizzata.
È qui che la consultazione rischia di trasformarsi in un beauty contest peggiore dell’Eurovision. Almeno all’Eurovision ogni concorrente rappresenta un paese chiaramente identificabile, si esibisce davanti al pubblico e offre qualcosa che può essere giudicato. Nella circoscrizione mondiale avremo invece persone chiamate a rappresentare qualsiasi paese e nessun paese, presentate attraverso fotografie, slogan generici, apparizioni mediatiche e curriculum nei quali ogni esperienza professionale o viaggio all’estero verrà trasformato in una prova di statura internazionale. L’elettore residente nel Regno Unito potrebbe trovarsi a scegliere tra un candidato conosciuto soprattutto in Sudamerica, uno imposto dal partito a Roma, un imprenditore capace di finanziare la propria visibilità globale e qualcuno sostenuto da una rete associativa alla quale egli non ha mai partecipato. Dodici punti a chi dispone della campagna più costosa, dieci a chi ha ricevuto la benedizione della segreteria, otto a chi controlla il maggior numero di contatti, sei al candidato che ha trovato più giornali disponibili a raccontarne l’improvvisa vocazione pubblica e molto poco a chi è realmente conosciuto in una comunità concreta, perché essere radicato in una città o in un paese conterà sempre meno quando il collegio coincide con il pianeta.
I dati sulla partecipazione rendono questo scenario ancora più preoccupante. Alle elezioni politiche del 2022 gli aventi diritto all’estero erano 4.743.980, ma votarono 1.250.481 persone per la Camera e 1.233.828 per il Senato, con un’affluenza di circa il 26 per cento. I voti validi furono poco più di un milione. Non sono quindi sei milioni di cittadini a eleggere dodici parlamentari e non partecipano neppure tutti i quasi cinque milioni di elettori: vota poco più di una persona su quattro. Un dato simile dovrebbe spingere il legislatore a domandarsi come rendere gli eletti più riconoscibili, la rappresentanza più utile e la partecipazione più credibile. Invece si sta costruendo un collegio nel quale i candidati saranno ancora più lontani, difficili da conoscere e impossibili da valutare sulla base di un lavoro compiuto nella comunità.
Quando l’affluenza è così bassa, la capacità di mobilitare gruppi limitati ma organizzati assume un valore enorme. Non occorre convincere milioni di persone, perché la grande maggioranza non voterà; è sufficiente raggiungere una quota relativamente piccola dell’elettorato attivo, e per farlo diventano decisivi proprio i patronati, le associazioni, gli intermediari, i gruppi organizzati e le campagne finanziariamente più potenti. La riduzione della rappresentanza territoriale rischia quindi di innescare un meccanismo perverso: candidati meno riconoscibili produrranno minore interesse; una partecipazione ancora più bassa aumenterà il peso delle reti capaci di mobilitare preferenze; il potere crescente di queste reti renderà la selezione degli eletti ancora meno trasparente e meno accessibile a chi ne rimane fuori. La riforma non correggerà la distanza tra cittadini e politica, ma la utilizzerà come strumento di selezione.
A rendere tutto ancora più delicato è il fatto che continueremo, salvo modifiche definitive delle procedure, a votare prevalentemente per corrispondenza. Il problema non è costituito dai consolati, che applicano la legge, spediscono i plichi e raccolgono le buste restituite, spesso con personale e risorse insufficienti rispetto alle dimensioni delle comunità amministrate. La fragilità risiede nello spazio intermedio, tra l’arrivo del plico a un indirizzo privato e la sua restituzione, durante il quale lo Stato non può sapere con certezza chi abbia aperto la busta, chi abbia materialmente compilato la scheda, se l’elettore abbia votato liberamente o sia stato assistito, condizionato o sostituito. Nella grande maggioranza dei casi il voto avviene correttamente, ma una procedura elettorale non può essere valutata soltanto sulla base della buona fede della maggioranza: deve essere progettata anche per ridurre le possibilità di abuso da parte di chi cerca di raccogliere, intercettare o gestire più schede.
Le vicende che hanno portato alla decadenza del senatore Adriano Cario, dopo gli accertamenti su schede della ripartizione America meridionale riconducibili a grafie ripetute, hanno dimostrato che queste vulnerabilità non sono fantasie. Sarebbe sbagliato attribuire il problema soltanto alla destra o alla sinistra, perché il modello può essere sfruttato da chiunque disponga dell’organizzazione necessaria. Proprio per questo è grave creare un collegio mondiale nel quale aumenterà il valore di chi riesce a far circolare nomi e indicazioni di voto attraverso reti di patronati, associazioni, gruppi familiari, mailing list e messaggistica privata. Il candidato non potrà attraversare fisicamente il proprio collegio, mentre la fotografia della scheda con il nome da scrivere potrà attraversarlo in pochi secondi. Il radicamento territoriale verrà sostituito dalla distribuzione, la reputazione dalla copertura e la rappresentanza dalla logistica elettorale.
La domanda decisiva diventa allora a chi dovrà realmente rispondere il senatore globale totale. Gli italiani residenti nel Regno Unito potranno contestargli di non avere seguito questioni fiscali, previdenziali o consolari europee, ma egli potrà spiegare di avere dovuto occuparsi delle pensioni in Argentina; gli elettori australiani potranno lamentare l’assenza di attenzione per le loro distanze e difficoltà, mentre il senatore ricorderà il lavoro svolto per le comunità nordamericane; chi vive in Africa o in Asia potrà osservare di non averlo mai incontrato, ma lui esibirà fotografie scattate a una cena di New York, a un convegno romano e durante un collegamento con Buenos Aires. Quanto più universale sarà formalmente il suo mandato, tanto più facile sarà sottrarsi a ogni responsabilità concreta, perché nessuna comunità potrà davvero considerarlo il proprio rappresentante e valutarlo nel suo complesso.
Il suo vero collegio non sarà quindi il mondo, ma la segreteria che deciderà se rimetterlo in lista. Sarà più importante mantenere buoni rapporti con chi seleziona le candidature che con elettori dispersi su cinque continenti, nessuno dei quali potrà rivendicare un rapporto esclusivo o prioritario. Il senatore potrà essere sconosciuto alla maggioranza delle comunità che dovrebbe rappresentare e continuare a essere perfettamente funzionale al proprio partito, perché il valore politico del suo seggio non dipenderà dalla qualità della relazione costruita con un territorio, ma dalla capacità di garantire un certo risultato elettorale e di restare utile negli equilibri romani.
La rappresentanza degli italiani all’estero era già debolissima: quasi cinque milioni di elettori eleggono appena otto deputati e quattro senatori, e soltanto un quarto di loro partecipa effettivamente al voto. La risposta avrebbe dovuto essere un rafforzamento della sicurezza, della trasparenza, del rapporto tra candidati e comunità e dell’utilità concreta degli eletti. Si è scelta invece la direzione opposta, costruendo collegi più vasti, campagne più costose, candidati più dipendenti dagli apparati e una selezione sempre più distante dagli elettori. La rappresentanza verrà sacrificata in nome di una proporzionalità astratta, mentre il vero vantaggio sarà raccolto da chi controlla le liste, dispone delle reti necessarie o può pagare il prezzo d’ingresso di una competizione mondiale.
Alla fine noi italiani all’estero saremo chiamati a partecipare a un beauty contest nel quale i concorrenti saranno stati selezionati a Roma, finanziati altrove e costruiti per piacere contemporaneamente a pubblici che non condividono né interessi né priorità. Potremo esprimere le nostre preferenze, ma tra candidati che il sistema avrà già filtrato sulla base della loro utilità politica, economica e organizzativa. Il senatore globale totale sarà globale nel collegio, totale nella propaganda e quasi certamente romano nella sua vera dipendenza. La rappresentanza, invece, rischia di scomparire del tutto; e quando insieme alla rappresentanza verranno meno anche l’interesse e la percezione di utilità del voto, non basterà stupirsi ancora una volta perché tre italiani all’estero su quattro abbiano deciso di non partecipare.




