Il nomade digitale, per come lo conosciamo, non esiste più? O forse lo stiamo diventando tutti?
O forse (dico io) stiamo un po' confondendo le categorie?
Dal nuovo sondaggio di NomadiDigitali.it emerge un’identità più ampia e inclusiva. Ma prima di riscrivere la definizione, forse serve chiarire chi stiamo osservando.
Il sondaggio “Abitare il lavoro, abitare la vita”, promosso da NomadiDigitali.it insieme a Progetti Ospitali ed Evermind, ha raccolto in pochi giorni oltre 160 risposte. Non si tratta del consueto report annuale – che da anni rappresenta un punto di riferimento nel panorama italiano – ma di un’indagine più mirata, con un taglio meno demografico e più esistenziale: meno “che lavoro fai”, più “come vivi il tuo tempo, il tuo lavoro, i tuoi luoghi”.
La conclusione proposta è netta e volutamente provocatoria: la definizione tradizionale di nomade digitale sarebbe diventata troppo stretta. “Il nomade digitale per come lo conosciamo non esiste più. O forse lo stiamo diventando tutti.”
È una tesi forte. Ed è giusto prenderla sul serio.
Da quindici anni l’associazione osserva il fenomeno del nomadismo digitale in Italia, contribuendo a strutturare un dibattito che altrimenti sarebbe rimasto frammentato tra media, amministrazioni locali e iniziative private. Negli ultimi anni il focus dell’associazione si è spostato sempre più verso il tema delle aree interne e della relazione tra mobilità professionale e rigenerazione territoriale. È una traiettoria legittima, anzi necessaria in un Paese che combatte lo spopolamento di centinaia di piccoli comuni.
La tesi che emerge da questa prima analisi è chiara e provocatoria:
“Il nomade digitale per come lo conosciamo non esiste più. O forse lo stiamo diventando tutti.”
Secondo i dati diffusi, la vecchia definizione sarebbe diventata troppo stretta. Il fenomeno oggi assumerebbe forme più ampie e inclusive.
Prima di commentare, una premessa metodologica: non ho accesso all’intero dataset, ma solo alla prima sintesi pubblicata. Le valutazioni che seguono sono quindi leggere, parziali, necessariamente prudenti.
Detto questo, i numeri raccontano un campione con caratteristiche molto precise:
Il 32% ha tra i 55 e i 64 anni; il 25% tra i 45 e i 54.
Il 39% vive con famiglia e/o figli.
Il 53% vive in un piccolo centro o area interna in Italia.
Il 36% è lavoratore dipendente (in presenza o ibrido).
Solo il 22% si riconosce pienamente nell’immagine tradizionale del nomade digitale.
È un campione maturo, radicato, territorialmente collocato. Non è l’archetipo del freelance trentenne in mobilità internazionale continua.
E qui si apre la questione centrale.
Se quasi l’80% non si riconosce nell’immagine tradizionale del nomade digitale, possiamo trarne due interpretazioni:
La definizione è davvero diventata inadeguata.
La popolazione osservata non coincide pienamente con il fenomeno nella sua forma originaria.
Entrambe le ipotesi sono legittime. Ma producono conclusioni molto diverse.
Nella mia esperienza – personale e professionale – cerco di mantenere distinte alcune figure che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposte.
Il digital nomad in senso proprio è caratterizzato da mobilità volontaria e continuativa, indipendenza geografica strutturale, esposizione a ecosistemi internazionali, gestione di fiscalità e mercati transnazionali. Esiste una fascia “executive” di nomadi – imprenditori, consulenti senior, professionisti globali – che vive in questo modo in modo sistematico. E io ci casco in pieno.
Il remote worker può lavorare a distanza, ma non necessariamente si muove. Molti sono stabili in un territorio. Non tutti i remote workers sono nomadi – anzi, la maggioranza non lo è.
Lo smart worker italiano spesso è un dipendente in modalità ibrida, ancora fortemente legato a un’organizzazione e a una città di riferimento. Non tutti gli smart worker sono realmente “remoti”.
La rigenerazione dei borghi è un’ulteriore dimensione: qui l’obiettivo è attrarre o trattenere persone in modo stabile, costruire comunità, rafforzare servizi, generare continuità.
Questi ambiti possono dialogare. Io stesso lavoro per farli dialogare sia a livello mediatico (come ‘editor-in-chief di Nomag Media, ITS Journal e Smart Working Magazine - appunto, realtà ben distinte). Ma metterli insieme non significa fonderli. Perché se li sovrapponiamo completamente, rischiamo di snaturare le opportunità specifiche di ciascuno.
Portare digital nomad nei paesini è una sfida strategica di sviluppo territoriale. Non è la descrizione del nomadismo digitale come fenomeno globale, anche perché molti nomadi in certi paesi non ci vogliono proprio andare e non c’è nessuno ad accoglierli. Se concentriamo l’analisi quasi esclusivamente sulla funzione rigenerativa del nomadismo, rischiamo di trasformare una categoria analitica in uno strumento di policy.
Il dato sull’età e sulla residenza nei piccoli centri è particolarmente interessante: il 53% vive già in aree interne. Questo suggerisce che il sondaggio intercetti una popolazione che ha già compiuto una scelta territoriale stabile - forse proprio perché i promotori del sondaggio su questo sono impegnati. È un fenomeno reale e rilevante. Ma coincide necessariamente con una popolazione di ‘nomadi digitali’? Oppure stiamo osservando una nuova forma di residenzialità flessibile, più che una mobilità continuativa?
Un altro dato forte riguarda la tensione tra libertà e disorientamento: il 35% si sente libero ma anche disorientato; il 46% fatica a investire energie con continuità; solo il 30% percepisce armonia tra valori e modo di vivere. Sono segnali importanti. Ma questa tensione non è esclusiva del nomadismo digitale: è trasversale al lavoro contemporaneo nel suo complesso.
Qui sta, a mio avviso, il punto più delicato.
Se allarghiamo la definizione fino a includere qualsiasi forma di lavoro flessibile, di ricerca di equilibrio, di desiderio di libertà geografica potenziale, allora sì: “lo stiamo diventando tutti”. Ma a quel punto la categoria perde precisione.
Non tutti i remote workers sono nomadi.
Non tutti gli smart worker sono remoti.
Non tutti i borghi sono adatti a ospitare mobilità professionale internazionale.
E non tutti coloro che cercano senso nel lavoro stanno vivendo una condizione di nomadismo.
Questo non invalida la tesi dell’associazione. Anzi, la rafforza su un piano: qualcosa sta cambiando. Le identità lavorative sono più fluide, le traiettorie meno lineari, il rapporto con i luoghi meno rigido. È possibile che stia emergendo una nuova configurazione, ibrida, che non coincide né con il nomade itinerante degli anni Dieci né con il lavoratore stanziale tradizionale.
Ma prima di dichiarare superata la definizione di nomade digitale, forse occorre chiarire meglio la composizione della popolazione osservata. Perché se il campione è un mix di nomadi, remote worker stabili, dipendenti ibridi e residenti in aree interne, allora il risultato – un’identità più ampia e inclusiva – è quasi inevitabile.
E forse non è la parola “nomade” a essere troppo stretta. Forse stiamo descrivendo fenomeni distinti che meritano categorie distinte.
La forza di un sondaggio come questo sta proprio nell’aprire domande, non nel chiuderle. E il merito dell’associazione è quello di continuare a produrre dati, non slogan. Proprio per questo, credo che il prossimo passo non sia tanto allargare l’etichetta, quanto affinare le distinzioni.
Perché integrare nomadismo, lavoro remoto e rigenerazione territoriale è una grande opportunità. Ma fonderli indistintamente rischia di imporre una tesi alla realtà, invece di lasciare che la realtà – con le sue differenze – parli da sé.




