Stamattina, scorrendo distrattamente il mio feed, mi sono imbattuto nell’ennesima intervista meravigliosa. Una di quelle storie che, ancora prima di cominciare, ti comunicano il sentimento che dovresti provare: ammirazione, commozione e possibilmente un po’ di vergogna per non aver fatto altrettanto nella vita.
La protagonista è una giovane imprenditrice italiana che ha costruito qualcosa di importante all’estero. Una storia autenticamente interessante, con capitali raccolti, risultati industriali, investitori prestigiosi e ambizioni considerevoli. Tanto di cappello. Il problema è che la conoscevo già. L’avevo letta nel 2023, raccontata dalla stessa giornalista su un’altra testata, e l’avevo ritrovata nel 2025 sulle pagine del giornale che oggi torna a celebrarla.
Rileggendo le tre versioni, ho avuto la sensazione di entrare in un albergo dove hanno cambiato i fiori ma lasciato intatto l’arredamento. Stessa ragazza ambiziosa, stesse passioni giovanili, stessa prima impresa, stesso fallimento formativo, stessi incontri decisivi e immancabile sogno di tornare in un’Italia che non avrebbe saputo trattenerla. Cambiano i finanziamenti e qualche dettaglio della vita privata, ma il copione rimane quello del libro Cuore, edizione venture capital.
Naturalmente non c’è nulla di male nel tornare a intervistare una persona dopo tre anni. Anzi, con tutto quello che è successo nel frattempo, mi sarei aspettato un confronto particolarmente interessante. Proprio perché la protagonista ha dimostrato di saper fare impresa, meritava finalmente domande da imprenditrice.
Invece, a scavare appena, emergono questioni che avrebbero reso la storia molto più istruttiva. Una cifra presentata l’anno scorso come fatturato di un esercizio precedente ricompare oggi senza una data che permetta di capire se sia ancora attuale. Un modello descritto come qualcosa che prima non esisteva era stato ricondotto, dallo stesso giornale, a un’esperienza americana già consolidata. E i numeri del personale, i risultati economici, gli obiettivi e le prospettive vengono accolti con un entusiasmo che sembra lasciare pochissimo spazio alla verifica.
Sarebbero bastate poche domande. Come viene calcolato il fatturato? Qual è il perimetro societario? Quali risultati sono già stati raggiunti e quali appartengono ancora al piano industriale? Quale parte del modello è originale e quale adattata? Domande perfettamente compatibili con una grande storia di successo, che non avrebbe perso un grammo di fascino. Avrebbe guadagnato credibilità.
E poi c’è l’eterna favola del talento costretto a fuggire dall’Italia. Possibile che non si possa raccontare una scelta imprenditoriale internazionale senza trasformarla in un esilio? Non è forse altrettanto interessante spiegare perché un imprenditore abbia scelto un mercato enorme, investitori disponibili, competenze locali e costi di sviluppo favorevoli?
Quanto alle condizioni di partenza, nessuno pretende che per avere successo si debba nascere in una favela. Provenire da una famiglia imprenditoriale, frequentare ottime università, costruire relazioni con fondi e professionisti qualificati non è una colpa. È un vantaggio, spesso utilizzato con intelligenza e coraggio. Ma citarlo distrattamente tra una confessione e un applauso non equivale a spiegare quanto abbia inciso sul percorso.
Il problema, temo, è più generale. Una parte del giornalismo economico sembra essersi definitivamente appiattito a un modello di business straordinariamente efficiente: parlare bene di tutti. Gli imprenditori condividono gli articoli, gli uffici stampa ringraziano, i fondi applaudono e magari arrivano inviti, convegni da moderare, collaborazioni e nuove relazioni. E come loro, si cade sempre in piedi. Le ginocchia non si sbucciano, al massimo sono rosse di logorio. Non occorre immaginare necessariamente marchette pagate: talvolta basta un sistema di incentivi nel quale essere amabili conviene e fare domande rischia di compromettere l’accesso.
Così l’intervista diventa uno strumento di costruzione del brand. Dell’intervistato, certamente, ma anche di chi lo intervista. Una forma di corteggiamento reciproco nella quale tutti escono più belli, più autorevoli, più connessi. Tutti tranne il lettore, che ne sa più o meno quanto prima.
E c’è un effetto collaterale. Raccontare il successo cancellandone le condizioni materiali alimenta una meritocrazia da LinkedIn: se qualcuno ce l’ha fatta è perché ha creduto abbastanza nei propri sogni; se tu non ci sei riuscito, evidentemente non ci hai creduto altrettanto. È una narrazione comoda, ma profondamente diseducativa.
Personalmente preferisco gli imprenditori veri, pieni di cicatrici, fallimenti e riprese, e qualche grana da gestire rispetto agli eroi confezionati. Quelli che hanno talento, fortuna, soci, capitali, privilegi, difficoltà, tanti errori e magari qualche risultato meno brillante del previsto. Sono storie molto più interessanti, perché spiegano come funzionano davvero le imprese.
La protagonista della storia che ho letto stamattina merita rispetto e attenzione. Forse anche ammirazione. Proprio per questo meritava un’intervista, non un’adorazione religiosa 3.0 (cioè al terzo articolo dalla stessa giornalista in 3 anni).
Un/una giornalista dovrebbe aiutarmi a capire perché una persona è straordinaria, lasciandomi la libertà di decidere se lo sia davvero.
Altrimenti possiamo anche smettere di chiamarlo giornalismo.
Gli uffici stampa, almeno, hanno il pregio di dichiarare per chi lavorano - e sappiamo chi è il datore di lavoro.



