Il diritto di restare si costruisce
Il ruolo degli incubatori nei territori che perdono talenti
Una ricerca del DAStU-Politecnico di Milano analizza esperienze in Italia, Irlanda, Spagna, Bulgaria e Romania. Gli incubatori possono contribuire a trattenere competenze e creare nuove opportunità, ma soltanto quando diventano infrastrutture territoriali, non semplici spazi per startup.
Per molti territori europei, la perdita di giovani e competenze non è più soltanto un problema demografico. È un meccanismo che tende ad alimentare sé stesso: meno persone qualificate significa minore capacità di innovare, attrarre investimenti e creare lavoro; meno opportunità significa, a sua volta, nuove partenze.
L’Unione europea definisce questa condizione una “talent development trap”, una trappola dello sviluppo dei talenti nella quale il calo della popolazione in età lavorativa si combina con una presenza insufficiente di competenze avanzate e con la progressiva riduzione delle opportunità professionali.
La ricerca Catalysing entrepreneurial ecosystems and talent attraction: the role of incubators in cultivating and retaining regional talents, firmata da Ilaria Mariotti e Dimitris Manoukas del DAStU-Politecnico di Milano, affronta il tema osservando il ruolo che incubatori, hub e programmi di accompagnamento all’impresa possono svolgere nei territori rurali, periferici, in transizione o interessati da un progressivo impoverimento demografico. Pubblicato nel marzo 2026 nell’ambito della Harnessing Talent Platform della Commissione europea, il lavoro analizza quattro esperienze che coinvolgono Italia, Irlanda, Spagna, Bulgaria e Romania.
La ricerca è stata svolta nel contesto del progetto europeo REMAKING – Remote-working multiple impacts in the age of disruptions: socio-economic transformations, territorial rethinking, and policy actions, che studia gli effetti positivi e negativi del lavoro da remoto sulle persone, sulle organizzazioni e sui territori, con particolare attenzione alle trasformazioni socioeconomiche e alle risposte delle politiche pubbliche.
Non soltanto attrarre, ma rendere possibile restare
Il punto di partenza della ricerca è un concetto semplice, ma spesso trascurato nelle strategie di sviluppo locale: la mobilità non deve essere l’unica possibilità concessa alle persone.
Accanto alla libertà di spostarsi dovrebbe esistere anche un effettivo “diritto di restare”. Non il diritto astratto a rimanere in un luogo indipendentemente dalle sue condizioni economiche, ma la possibilità concreta di studiare, lavorare, fare impresa e costruire una vita soddisfacente senza essere costretti ad abbandonare il proprio territorio.
Per rendere questa scelta possibile servono lavoro, formazione, connettività, abitazioni, servizi e accesso alle reti professionali. Gli incubatori possono contribuire a creare alcune di queste condizioni perché mettono in relazione imprenditori, università, investitori, amministrazioni pubbliche, mentor, imprese e comunità locali.
Nelle grandi città, un incubatore è spesso uno degli attori presenti all’interno di un sistema già ricco di capitali, competenze e relazioni. Nelle regioni più fragili, invece, può diventare il principale punto di accesso a risorse che altrimenti sarebbero difficili da trovare: formazione imprenditoriale, assistenza nella costruzione del progetto, contatti con finanziatori, accompagnamento amministrativo, spazi di lavoro e collegamenti con mercati esterni.
Il suo valore, quindi, non coincide con il numero di scrivanie disponibili. Dipende dalla capacità di colmare i vuoti del sistema locale.
Quattro casi, cinque Paesi
Mariotti e Manoukas adottano un approccio basato sull’analisi documentale e su interviste semistrutturate con i responsabili delle iniziative. I casi sono stati selezionati per osservare differenti combinazioni di spopolamento, perifericità, difficoltà del mercato del lavoro, disoccupazione giovanile e trasformazione del sistema produttivo.
Non si tratta di modelli identici. Ed è proprio questa diversità a rendere il confronto utile: Ferrara non presenta le stesse condizioni dell’Irlanda occidentale, l’Estremadura non coincide con la città bulgara di Ruse e un incubatore universitario non svolge necessariamente le stesse funzioni di una rete virtuale.
Ferrara: dal teatro all’infrastruttura per l’innovazione
Il Laboratorio Aperto di Ferrara, ospitato nell’ex Teatro Verdi, è uno spazio ibrido di proprietà comunale che combina attività culturali, formazione, coworking e sostegno alla creazione d’impresa.
La struttura comprende una piazza coperta per eventi, ambienti formativi, spazi tecnologici e un coworking con 28 postazioni. Al suo interno è presente anche un ufficio dell’Università di Ferrara. Il progetto riunisce Comune, università, operatori privati, Camera di commercio e altre istituzioni, offrendo percorsi che accompagnano i partecipanti dalla formazione iniziale alla pre-incubazione, fino all’ingresso sul mercato.
Tra il 2023 e il 2025, il Laboratorio ha sviluppato programmi rivolti soprattutto a giovani, studenti, laureati, dottorandi e aspiranti imprenditori. Nel 2024, cento ore di formazione hanno coinvolto 142 partecipanti; nel 2025, sessanta ore ne hanno raggiunti 41. Alcune delle startup incubate hanno scelto di rimanere nel coworking anche dopo la conclusione del programma, per mantenere la vicinanza con mentor e comunità professionale.
L’elemento rilevante non è soltanto il recupero di un edificio pubblico, ma la presenza di un sistema di attività continuative. Senza programmi, università e gestione professionale, lo spazio rischierebbe di rimanere un contenitore. Con queste relazioni, può invece diventare una componente dell’ecosistema economico della città.
Irlanda: impresa, territorio e inclusione femminile
Il secondo caso riguarda l’ATU iHub di Mayo, nella parte occidentale dell’Irlanda, inserito nella rete di incubatori e spazi digitali delle aree Gaeltacht, nelle quali la lingua irlandese conserva una presenza significativa.
L’incubatore offre uffici, coworking, mentoring, formazione, accesso a reti imprenditoriali e programmi per startup. La struttura di Mayo opera in collegamento con quella di Galway, creando un modello distribuito adatto a un territorio caratterizzato da popolazione dispersa e distanze elevate.
Particolare attenzione viene dedicata all’imprenditorialità femminile e alle donne che hanno temporaneamente lasciato il mercato del lavoro per responsabilità familiari e di cura. Attraverso programmi specifici, l’incubatore permette loro di sviluppare attività autonome e imprese senza dover necessariamente trasferirsi verso i maggiori centri urbani.
Secondo i dati riportati nello studio, l’83% dei partecipanti alla fase iniziale del programma analizzato ha avviato una nuova impresa e il 47% aveva già generato vendite nell’ottobre 2022. Il programma ha inoltre prodotto 67 nuovi posti di lavoro, 75 nuovi servizi, 57 inserimenti di studenti e 148 nuovi prodotti.
Sono numeri importanti, anche se non devono essere interpretati come la prova che un singolo incubatore possa invertire da solo il declino demografico di un’intera regione. Mostrano, però, che una rete territoriale ben collegata con università e programmi nazionali può creare percorsi professionali al di fuori delle principali città.
Estremadura: raggiungere i giovani che restano fuori dalle reti
In Spagna, la ricerca analizza FUNDECYT-PCTEX, fondazione pubblica che opera nell’Estremadura attraverso una struttura decentrata, con sedi e attività distribuite in una regione vasta, scarsamente popolata e caratterizzata da una forte componente rurale.
FUNDECYT non offre soltanto spazi. Svolge una funzione di intermediario tra startup, università, amministrazioni, finanziatori, imprese e organizzazioni sociali. I programmi includono incubazione, accelerazione, accompagnamento all’accesso ai fondi e attività rivolte ai giovani disoccupati o che non studiano e non partecipano a percorsi formativi.
Il programma RAISE Youth, al quale FUNDECYT ha partecipato, ha combinato formazione, mentoring, competenze digitali e sostegno all’imprenditorialità nei settori agricolo, turistico e tecnologico. Complessivamente, il progetto ha riportato 2.584 giovani NEET coinvolti, 136 nuove imprese e 651 persone entrate in percorsi di occupazione o autoimpiego.
La lezione dell’Estremadura riguarda soprattutto l’accessibilità. In un territorio disperso non basta pubblicare un bando e attendere che i giovani arrivino. Occorre collaborare con associazioni e intermediari locali, distribuire le attività su più sedi e combinare incontri fisici e strumenti digitali.
Bulgaria e Romania: l’incubatore può essere anche una rete
Il progetto Better Incubation, analizzato attraverso le esperienze di Ruse in Bulgaria e di Impact Hub Bucharest in Romania, allarga ulteriormente la definizione di incubatore.
A Ruse, città bulgara sul Danubio, l’incubazione è stata sviluppata soprattutto in forma virtuale attraverso la Camera di commercio locale. A Bucarest, invece, il progetto si è appoggiato alla struttura fisica e alla comunità di Impact Hub.
Better Incubation ha lavorato con giovani, donne, migranti e rifugiati, persone con disabilità e anziani. Le iniziative non sono state progettate applicando un unico modello, ma attraverso comunità di pratica, interviste, sperimentazioni locali e strumenti adattati ai diversi destinatari.
Nel complesso, 21 organizzazioni hanno realizzato altrettanti progetti pilota, raggiungendo più di 133 imprenditori. Il programma ha organizzato inoltre workshop di policy in 14 Paesi, con 345 contributori, e attività di capacity building alle quali hanno partecipato 180 persone provenienti da 39 Paesi.
Un risultato significativo della ricerca è proprio il riconoscimento del valore delle infrastrutture non materiali. Un incubatore può essere un edificio, ma può anche essere un insieme organizzato di mentor, relazioni, strumenti e programmi. Lo spazio conta quando facilita l’incontro; non è necessariamente il presupposto esclusivo dell’incubazione.
Gli elementi che funzionano
Dal confronto emergono alcuni fattori ricorrenti.
Il primo è l’ibridazione. Le iniziative più accessibili combinano attività online e in presenza, evitando che la distanza geografica diventi una barriera insuperabile.
Il secondo è la decentralizzazione. Una rete di sedi, hub e partner locali può raggiungere più efficacemente persone che difficilmente si sposterebbero verso un unico centro regionale.
Il terzo è la collaborazione tra università, amministrazioni, imprese e organizzazioni sociali. Nessuno dei casi analizzati funziona come un’isola autosufficiente. Gli incubatori più utili agiscono come intermediari e connettori.
Il quarto elemento è la capacità di progettare programmi per destinatari specifici. Giovani inattivi, donne che rientrano nel mercato del lavoro, migranti o persone con disabilità non incontrano gli stessi ostacoli e non possono essere raggiunti con strumenti identici.
Infine, la ricerca sottolinea la necessità di valutare gli effetti nel tempo. Contare soltanto le imprese create può essere fuorviante. Formazione, nuove competenze, maggiore fiducia, ampliamento delle reti professionali e accesso al lavoro sono risultati importanti anche quando una prima idea imprenditoriale non sopravvive.
L’incubatore non è una formula magica
Il paper non sostiene che sia sufficiente aprire un incubatore per trattenere automaticamente i talenti.
Lo studio utilizza casi selezionati e interviste qualitative per individuare meccanismi, condizioni e pratiche promettenti. Non è una valutazione causale di lungo periodo e non dimostra che le iniziative abbiano invertito da sole lo spopolamento dei territori nei quali operano.
È una distinzione importante. In Europa non mancano edifici recuperati e presentati come hub dell’innovazione che, dopo l’inaugurazione, hanno faticato a trovare utenti, competenze gestionali e una funzione riconoscibile.
La ricerca suggerisce che il vero incubatore non è l’immobile, ma l’organizzazione delle relazioni che vi ruotano intorno. Servono gestione, continuità, mentoring, legami con il sistema educativo, accesso ai finanziamenti e capacità di coinvolgere persone che normalmente rimangono fuori dai circuiti dell’innovazione.
Un territorio non diventa attrattivo perché possiede un coworking. Diventa più attrattivo quando quel coworking, quell’incubatore o quella rete permettono alle persone di realizzare qualcosa che, in assenza di quella struttura, sarebbero state costrette a cercare altrove.
È in questo passaggio che il diritto di restare smette di essere uno slogan e diventa una politica territoriale.
Fonti e approfondimenti
Ricerca: Ilaria Mariotti e Dimitris Manoukas, Catalysing entrepreneurial ecosystems and talent attraction: the role of incubators in cultivating and retaining regional talents, Harnessing Talent Platform, Commissione europea, marzo 2026.
Paper completo open access:
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Repository degli articoli accademici:
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Progetto europeo:
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