Il problema non è soltanto che l’intelligenza artificiale possa fabbricare tutto questo, ma che dall’altra parte ci siano persone vere che sembrano aver dimenticato come si usa il cervello.
Una volta (tanto, tanto tempo fa… tipo l’anno scorso o durante le elezioni dell’ultimo decennio), per manipolare l’opinione pubblica, bastava un esercito di troll. Qualche migliaio di account fasulli, fotografie rubate, commenti indignati scritti in serie, un po’ di bot a spingere gli hashtag e il gioco era fatto. Non sempre funzionava, naturalmente, ma almeno il meccanismo era abbastanza riconoscibile: qualcuno cercava di farci credere che una folla di persone stesse pensando esattamente la stessa cosa.
Oggi, evidentemente, i troll sono diventati ‘so last year’.
La propaganda si è fatta più sofisticata. Non ti insulta più necessariamente sotto un post di Facebook. Adesso può presentarsi con un curriculum rispettabile, un profilo LinkedIn ineccepibile (tra l’altro LinkedIn ci invita a migliorare i nostri post e cv con l’AI - ma poi ci invita a fare da delatori pubblici sui post altrui…), dichiararsi analista geopolitico, pubblicare una ricerca, citare un centro studi e magari firmare un editoriale su un giornale che leggi abitualmente.
Peccato che il giornalista possa non esistere. Che la sua biografia sia inventata. Che il centro studi nasconda un’organizzazione completamente diversa da quella dichiarata e che a produrre una parte di questa rispettabilissima operazione abbia contribuito l’intelligenza artificiale.
La cosa davvero surreale, però, non è che qualcuno abbia inventato questi personaggi. È che qualcuno, dall’altra parte, li abbia pubblicati riprendendo tutto come legittimo e magari ha pure risposto alle sue mail ringraziando per il contributo.
Ancora più assurdo, è che a scoprire il giochetto sia stata proprio OpenAI. Contro-spionaggio artificiale dalla CIA (Central Intelligence Agency) siamo passati alla CAI (Central Artificial Intelligence).
Siamo arrivati al punto in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata per costruire giornalisti fasulli e l’azienda che produce l’intelligenza artificiale, con cui questi sono stati creati, deve intervenire per spiegare a dei giornalisti veri che quei colleghi non esistono. Come se fosse di Antani.
Se non fosse una vicenda documentata, sembrerebbe la sceneggiatura di una commedia scritta da qualcuno con una pessima opinione del genere umano.
Il signor Hoskins non esiste. Però pubblica più di te
L’8 ottobre 2026 OpenAI ha pubblicato un rapporto intitolato Disrupting AI-enabled “false front” operations (andatelo a leggere, è veramente ben fatto - magari pure ai-generated), ricostruendo due operazioni di influenza internazionale che avevano utilizzato i suoi sistemi. Una proveniente dall’Iran, l’altra dalla Russia.
La prima, chiamata Bogus Bylines, disponeva di sette identità giornalistiche fittizie, con nomi perfettamente plausibili come Ervin B. Hoskins, Michael Harrison e Jenny Williams. Si presentavano come giornalisti freelance, analisti di politica internazionale, osservatori dei conflitti e dei diritti umani. Alcuni avevano anche una presenza sui social network, perché evidentemente, per diventare un professionista credibile, oggi basta inventarsi la professione e qualche account che la confermi.
Gli operatori utilizzavano ChatGPT per rivedere articoli, migliorarne l’inglese, adattarli ai requisiti delle diverse testate e persino scrivere le email con cui proporli agli editor.
Un piccolo ufficio stampa internazionale, insomma, con una curiosa particolarità: i giornalisti rappresentati non erano persone reali.
OpenAI ha individuato quasi cento articoli pubblicati o ripresi, fra luglio 2025 e ottobre 2026, sotto quelle firme da oltre una dozzina di testate online.
Il Washington Post ha approfondito uno degli episodi più illuminanti. Un piccolo giornale della Florida, il Port St. Joe Star, aveva pubblicato un articolo di Hoskins sulla guerra con l’Iran. Il pezzo era arrivato attraverso PeaceVoice, un’organizzazione reale con cui il giornale collaborava da anni.
Il responsabile della testata ha spiegato che, proprio per via del rapporto consolidato con quell’organizzazione, non aveva ritenuto necessario verificare ulteriormente l’identità dell’autore.
Fermiamoci un secondo su questa meraviglia.
Un giornalista che non esiste scrive un articolo.
Un’organizzazione vera lo trasmette in buona fede.
Un giornale vero lo pubblica perché si fida dell’organizzazione vera.
E nessuno, lungo questo percorso, accerta che il giornalista sia vero.
Il falso diventa credibile semplicemente attraversando una catena di persone che si fidano della persona precedente.
Non serve nemmeno una sofisticatissima tecnologia di manipolazione. Basta individuare dove qualcuno ha smesso di controllare.
Va detto che non tutte le pubblicazioni coinvolte funzionavano allo stesso modo: alcuni contenuti erano apparsi su piattaforme aperte ai contributi degli utenti, senza una revisione preventiva della redazione. Altre testate sono state ingannate attraverso intermediari credibili. Non sarebbe corretto attribuire a tutti la medesima responsabilità. È un po’ colpa di tutti, diciamo.
Ma il problema di fondo resta, ed è piuttosto imbarazzante.
E se il troll avesse un dottorato? O addirittura un centro studi?
La seconda operazione scoperta da OpenAI è ancora più interessante, perché ci porta ben oltre il giornalista inventato.
Si chiama Dark Clark ed è collegata ad account provenienti dalla Russia. Al centro della vicenda c’è il Social Research Center, una struttura che si presentava come piattaforma di ricerca sulle relazioni internazionali, soprattutto in America Latina.
Dietro le quinte, secondo la ricostruzione di OpenAI, gli operatori russi sembravano controllare il centro attraverso un’identità fittizia chiamata Mia Clark.
Ma attenzione: non era semplicemente un sito pieno di ricerche generate automaticamente, costruito per assomigliare a un istituto accademico.
Era qualcosa di più sofisticato e, per certi versi, molto più inquietante.
Il centro impiegava persone vere che, secondo gli elementi raccolti, sembravano ignorare di lavorare per un’organizzazione controllata dalla Russia. Questi collaboratori conducevano interviste, producevano studi e scrivevano analisi originali. OpenAI ha individuato sul sito più di sessanta articoli, in larga maggioranza apparentemente originali.
Non era tutto falso. Era falsa, o quantomeno deliberatamente nascosta, la regia.
Capite la differenza?
Non hai più bisogno di inventare ogni singola ricerca. Puoi costruire un’organizzazione opaca, far lavorare persone perfettamente reali e lasciare che siano proprio la qualità apparente dei loro contributi e la loro buona fede a rendere credibile la struttura.
In parallelo, gli operatori producevano anche documenti contraffatti, contenuti manipolati e altre iniziative destinate a influenzare dibattiti politici in America Latina e a danneggiare l’immagine dell’Ucraina.
Alcune di queste operazioni hanno lasciato tracce verificabili. Altre sono documentate soprattutto nei rapporti interni degli stessi operatori, che peraltro, osserva OpenAI, tendevano talvolta ad attribuirsi risultati non dimostrati. Un dettaglio che dovrebbe far riflettere anche chi si affida con eccessiva disinvoltura alle dichiarazioni ufficiali: perfino i propagandisti, a quanto pare, devono rendicontare le proprie performance. E non sempre resistono alla tentazione di gonfiarle.
Il punto, comunque, è che oggi la disinformazione può permettersi un apparato quasi accademico: persone vere, contenuti in parte autentici, interviste reali, linguaggio professionale e un’organizzazione che sembra avere tutte le carte in regola.
Altro che troll con l’immagine del gatto e dodici follower. Anche quello va in pensione.
Il problema? Troppe redazioni funzionano già come un copia-incolla
Ora, prima che cominci l’ennesima crociata contro l’intelligenza artificiale, vorrei avanzare una considerazione decisamente poco popolare.
A me non fa paura che un giornalista utilizzi l’AI per condurre una ricerca, tradurre un documento, analizzare dati o persino aiutarlo nella stesura di un articolo. Non ho assolutamente alcun problema ad ammettere che senza alcuni strumenti di AI ci avrei probabilmente messo il triplo del tempo a correggere, tradurre e analizzare molti dati delle ricerche che ho recentemente coordinato (Nomag Research Books). Mi preoccuperebbe semmai il contrario: che una professione fondata sulla conoscenza rinunciasse a strumenti che possono permetterle di lavorare meglio.
Mi fa paura, invece, che una parte del giornalismo abbia progressivamente rinunciato a ciò che dovrebbe distinguerlo da una macchina: la curiosità, il dubbio, la capacità di giudizio e la responsabilità di verificare ciò che pubblica.
Perché diciamocelo, senza troppe cerimonie: in un certo giornalismo online la catena di montaggio esisteva ben prima di ChatGPT.
Comunicati stampa trasformati in notizie senza fare una domanda, articoli copiati da altri articoli, titoli cambiati quanto basta per sembrare originali, dichiarazioni riprodotte senza verificarne il contesto. E poi pagine riempite perché bisogna pubblicare, pubblicare, pubblicare. Possibilmente prima degli altri, anche quando non si è capito esattamente che cosa si stia pubblicando. Possibilmente ficcandoci dentro una bella marchetta perché a fine mese ci sono le bollette.
Una gigantesca industria del copia-incolla, qualche volta talmente pigra da lasciare nel testo persino gli errori originali. Come se uno scrivesse ‘caccola’ dentro un testo per mettere alla prova gli studenti e tutti ci cascassero, nel finto errore, non nella caccola - lo hanno fatto davvero con la parola Madagascar, altra storia…
E naturalmente, quando arriva l’intelligenza artificiale, parte il coro sulla fine del giornalismo, sulla sostituzione dei professionisti, sulla perdita di posti di lavoro e sull’impossibilità di competere con macchine che producono testi a velocità industriale.
Preoccupazioni legittime, soprattutto per chi questo mestiere lo fa davvero (io mi tiro fuori anche se ho tutti i patentini paleolitici del caso, ma faccio altro nella vita). Senza considerare poi che i pochi lettori hanno delegato all’AI persino la lettura di testi lunghi come questo perché potenzialmente pallosi. Metti tutto dentro ChatGPT e mentre legge tu puoi rincoglionirti a guardare il feed di instagram con gattini e ricette.
Ma per chi si limita a riciclare contenuti, il problema forse non è che la macchina stia diventando troppo intelligente. È che il suo lavoro era già stato ridotto a qualcosa che richiedeva pochissima intelligenza.
E se un giornalista finto riesce a farsi pubblicare su giornali veri, forse dovremmo chiederci se, in alcune redazioni, non sia diventata facoltativa proprio quella parte del mestiere che dovrebbe rendere indispensabile il giornalista vero.
Perché il giornalismo non è una gara a chi produce più parole. È un lavoro in cui qualcuno dovrebbe assumersi la responsabilità di capire quali parole meritino di essere pubblicate.
E magari, ogni tanto, verificare che esista almeno la persona che le ha scritte.
La scoperta più inquietante: i troll funzionavano meno degli articoli
C’è un dettaglio del rapporto OpenAI che trovo particolarmente significativo e che rischia di passare inosservato.
La rete iraniana non si limitava a proporre articoli. Produceva anche commenti sui social network, spesso in serie, per orientare le discussioni sulla guerra tra Stati Uniti e Iran.
Secondo le verifiche di OpenAI, quell’attività di commento aveva ottenuto generalmente pochissima interazione. Gli articoli pubblicati da testate vere, invece, avevano raggiunto un pubblico potenzialmente molto più ampio.
È un passaggio fondamentale.
Il troll, da solo, è un soggetto sospetto. Un articolo pubblicato su una testata riconoscibile parte con un vantaggio enorme: qualcuno presume che sia già stato controllato.
Il giornale, in altre parole, può diventare la lavanderia della credibilità. Un contenuto entra con una provenienza opaca e ne esce con una firma, una testata, un URL rispettabile e magari qualche condivisione sui canali ufficiali.
Questo non dimostra che gli articoli abbiano effettivamente cambiato le opinioni politiche di chi li ha letti. OpenAI stessa distingue la capacità di raggiungere il pubblico dall’effettiva influenza esercitata. Dimostra che il sistema è riuscito a superare una barriera che avrebbe dovuto essere più difficile da attraversare.
Paradossalmente può risultare più efficace convincere pochi editor a pubblicare un articolo che mobilitare centinaia di account per gridare la stessa cosa sui social.
La disinformazione, insomma, ha scoperto che la rispettabilità può essere un canale di distribuzione migliore dell’indignazione.
Marco Camisani-Calzolari, il mondo distopico e quell’organo che abbiamo dimenticato di utilizzare
A riportare la mia attenzione su questa vicenda è stato un post di Marco Camisani Calzolari, che ha una qualità piuttosto rara quando racconta la tecnologia: sa rendere comprensibili questioni complesse senza ridurle necessariamente a favole per bambini. Se non lo fate già, seguitelo. Ogni giorno ci insegna qualcosa di interessante e utile.
Marco, attraverso una narrazione efficace, riesce spesso a mostrarci quanto il mondo che stiamo già abitando sia più distopico di quello che ci immaginavamo qualche anno fa.
Non abbiamo ancora robot senzienti che governano il pianeta, ma abbiamo identità inventate che pubblicano articoli veri, organizzazioni opache che commissionano ricerche autentiche, campagne costruite per manipolare opinioni politiche e persone che alimentano inconsapevolmente tutto questo.
Il futuro, evidentemente, non aveva bisogno di aspettare.
Camisani-Calzolari chiude il suo post con un suggerimento semplice quanto importante: prima di condividere un articolo, controlliamo chi lo ha scritto. Cerchiamo l’autore, verifichiamo la sua storia, proviamo a capire se il centro studi citato esiste davvero e chi ci sia dietro.
È un consiglio sacrosanto, anche se bisogna aggiungere che oggi una biografia convincente e una presenza sui social si possono costruire artificialmente. Non basta trovare una fotografia e un profilo LinkedIn per concludere che una persona sia autentica, competente o indipendente.
Il vero antidoto non è una singola ricerca su Google. È un’abitudine mentale: dubitare quando qualcosa non torna, cercare conferme indipendenti, distinguere i fatti dalle interpretazioni, riconoscere che una notizia può essere sostanzialmente corretta e tuttavia provenire da un’operazione di influenza deliberatamente nascosta.
In una parola, ragionare. E qui torniamo al punto di partenza, perché c’è una cosa che trovo quasi comica nell’intera vicenda.
Noi lettori dovremmo imparare a verificare gli articoli prima di condividerli. Giustissimo. Ma perché questa verifica dovrebbe essere un dovere del cittadino che legge una notizia sul telefonino mentre aspetta il treno e non, prima di tutto, del professionista che quella notizia decide di pubblicarla?
Naturalmente una redazione può essere ingannata anche quando lavora bene, e nessuna procedura garantisce l’infallibilità. Ma è proprio questo il motivo per cui il controllo delle fonti deve essere un lavoro continuo, non una formalità da saltare quando il testo arriva da qualcuno di cui ci fidiamo.
Il bello, e insieme il terribile, è che possediamo già un’arma straordinaria per difenderci da tutto questo. Non richiede un abbonamento premium, non consuma energia nei data center, non ha bisogno di aggiornamenti software e, almeno per il momento, non ci viene fatturata a consumo.
Si chiama cervello.
Purtroppo, come qualsiasi strumento, funziona molto meglio quando viene utilizzato.
E se c’è qualcosa che questa vicenda dovrebbe insegnarci, non è che dobbiamo smettere di fidarci di tutto o che l’intelligenza artificiale sia il nemico da combattere. È che la tecnologia sta amplificando a velocità impressionante tanto le nostre capacità quanto la nostra pigrizia, e che il giudizio umano resta la differenza decisiva fra informare qualcuno e limitarsi a riempirgli lo schermo.
Una differenza che dovremmo pretendere dai giornalisti, dagli editori e dai centri di ricerca prima ancora che dai lettori. Perché il giornalista finto ha almeno una buona giustificazione per non avere un cervello. Quello vero, invece, dovrebbe spiegare perché ha smesso di usarlo.
Per approfondire e verificare le fonti
OpenAI — Disrupting AI-enabled “false front” operations (8 ottobre 2026). Rapporto originale con metodologia, evidenze e limiti delle due indagini.
The Washington Post — A Florida local newspaper ran an op-ed. It was an Iranian AI fake (9 ottobre 2026). Ricostruzione del caso Hoskins e delle procedure editoriali delle testate coinvolte.
Marco Camisani-Calzolari — Il post LinkedIn da cui nasce questa riflessione.
Per preparare questo articolo ho usato ChatGPT per l’immagine, per cercare gli articoli citati e per ridurlo di dimensione. Per il resto è colpa dei miei neuroni e della carenza di caffeina nel sangue.






