I giornali non stanno più competendo solo con altri giornali per i pochi lettori rimasti. Ora devono convincere anche gli Agenti AI.
O forse, più semplicemente, stanno scoprendo che per anni hanno confuso l’attenzione con il valore.
Non ero a Perugia durante l’International Journalism Festival. E, ad essere sinceri, non credo di essere nemmeno il target umano ideale di quel tipo di evento. Dopo anni di giornalismo clandestino, ho appena preso la mia Press Card e già mi ritrovo invitato dentro un universo parallelo fatto di panel sul futuro dell’informazione, networking internazionale, dibattiti sull’etica dell’intelligenza artificiale e persone che riescono ancora a pronunciare l’espressione “ecosistema mediatico” senza mettersi a ridere.
Probabilmente sbaglio io, ma certi eventi mi danno sempre l’impressione di essere contemporaneamente molto intelligenti e leggermente autoreferenziali. Una specie di grande reunion globale di persone che cercano di capire cosa stia succedendo al giornalismo mentre il giornalismo, nel frattempo, sta già cambiando fuori dalla finestra.
Però.
Poi leggi un buon recap e capisci che sotto il folklore da festival internazionale, qualcosa di interessante è stato davvero detto.
L’articolo pubblicato da The Fix sul Festival di Perugia raccontava una serie di panel dedicati all’AI e al futuro delle newsroom, e una frase in particolare continuava a tornarmi in testa: i giornali devono iniziare a pensare agli agenti AI come a una nuova categoria di lettori.
Sembra una provocazione. In realtà è probabilmente una delle descrizioni più accurate del momento che stiamo vivendo.
Per quasi trent’anni il giornalismo online ha combattuto una guerra relativamente semplice da capire: attirare attenzione umana. Prima con le homepage, poi con Google, poi con Facebook, poi con Twitter, poi con TikTok, poi con le newsletter, poi con LinkedIn trasformato improvvisamente in una gigantesca seduta motivazionale collettiva dove ogni manager sembra aver “imparato una lezione importante” mentre beve matcha a Dubai.
Ogni fase ha avuto le sue regole, i suoi linguaggi, le sue ossessioni. Ma il punto centrale era sempre lo stesso: conquistare attenzione.
L’attenzione si compra con titoli furbi, distribuzione aggressiva, ottimizzazione algoritmica, produzione continua di contenuti e una certa disponibilità a trasformare qualunque cosa in narrativa emotiva monetizzabile. È il motivo per cui internet si è riempito di headline che sembrano scritte da un life coach in overdose da caffeina e di articoli che promettono di “cambiare il modo in cui vedrai il lavoro remoto” per poi dirti cose che tua nonna aveva già capito nel 1987.
Il problema è che l’intelligenza artificiale non ragiona così.
Un agente AI non si emoziona davanti al titolo perfetto. Non clicca perché “qualcuno finalmente lo dice”. Non condivide un articolo per segnalare appartenenza politica o culturale. Non gli interessa il branding personale del founder-guru fotografato davanti a una vetrata con skyline incorporato.
Vuole risposte. Vuole dati. Vuole contesto.
E qui improvvisamente iniziano i problemi per una parte enorme dell’industria editoriale.
Perché il contesto non si improvvisa. Richiede competenza reale. Richiede accesso alle informazioni. Richiede capacità di verifica. Richiede esperienza diretta. Richiede fiducia costruita nel tempo. E soprattutto richiede una cosa che negli ultimi anni è stata spesso trattata come un dettaglio opzionale: sostanza.
Uno degli interventi riportati da The Fix spiegava che il mercato dell’informazione si sta dividendo in due estremi: da una parte i grandi brand editoriali globali che possono sopravvivere grazie ad autorevolezza e reputazione; dall’altra sistemi di informazione strutturata che funzioneranno sempre più come fornitori di dati per ecosistemi AI. In mezzo, quella fascia “media” dell’editoria rischia lentamente di svuotarsi.
Ed è una riflessione molto più seria di quanto sembri.
Perché per anni il web ha permesso a tantissimi operatori editoriali di sopravvivere dentro una gigantesca economia dell’aggregazione, della reinterpretazione e della sintesi continua. Non necessariamente giornalismo originale, ma contenuti abbastanza efficienti da catturare traffico, attenzione e pubblicità.
Ora però la sintesi la fanno le AI. Il riassunto lo fanno le AI. Il podcast automatico creato da una pila di PDF lo fanno le AI. La newsletter “smart” costruita in trenta secondi la fanno le AI.
E a quel punto la domanda diventa brutalmente semplice: cosa resta davvero di valore?
La risposta emersa a Perugia era quasi paradossale nella sua semplicità. Resta il giornalismo vero.
Resta la capacità di trovare informazioni che non esistono già ovunque. Resta la competenza verticale. Restano le fonti. Resta la comprensione dei contesti. Restano le relazioni umane. Resta la credibilità. Panico tra i giornalisti. Anni a reinventarsi per vendere pentole e folletti o presentare convegni e ora per sopravvivere dovrebbero competere facendo il loro lavoro.
Il che è ironico, perché dopo anni passati a industrializzare il contenuto, l’AI potrebbe finire per riportare valore proprio alle parti più “artigianali” del mestiere.
Naturalmente questo apre anche una questione abbastanza delicata, soprattutto in Italia.
Perché ogni tanto leggo numeri che parlano di oltre centomila giornalisti italiani. Centomila. E ogni volta mi faccio la stessa domanda: dove sono? Cosa fanno dalla mattina alla sera? Come campano?
Non è cattiveria. È una domanda economica abbastanza concreta.
Perché se già facciamo fatica a convincere duecentomila persone al giorno a spendere uno o due euro per informarsi seriamente, diventa legittimo chiedersi quale sia il modello reale che sostiene una massa così enorme di operatori dell’informazione.
Anche perché la sensazione, spesso, è che esista una gigantesca sproporzione tra il numero teorico di persone che “fanno giornalismo” e la quantità di vero lavoro giornalistico originale che circola realmente.
E forse l’AI renderà questa differenza ancora più evidente.
Perché tutto ciò che è genericamente replicabile, riscrivibile, sintetizzabile o automatizzabile entrerà inevitabilmente in pressione economica. Non domani mattina. Ma progressivamente sì.
Infatti uno degli aspetti più interessanti emersi nei panel di Perugia è che diversi professionisti del settore non vedono l’AI come un sostituto diretto del giornalista, ma come un acceleratore che costringerà il giornalismo a ridefinire il proprio valore reale.
E qui secondo me c’è il punto centrale di tutta la discussione.
Il problema non è “l’AI sostituirà i giornalisti?”.
La domanda vera è: quanti contenuti prodotti oggi erano già sostituibili prima ancora che arrivasse l’AI?
Perché se il tuo lavoro consiste principalmente nel riformulare comunicati stampa, aggregare informazioni già disponibili ovunque o produrre articoli progettati unicamente per intercettare traffico algoritmico, allora forse il problema non è la tecnologia. È che il valore aggiunto era già diventato molto fragile da tempo.
Nel frattempo, il pubblico cambia più velocemente delle redazioni. Sempre più persone iniziano a percepire l’AI come meno biased dei media tradizionali.
Che ovviamente è una semplificazione enorme e spesso ingenua, ma racconta perfettamente il livello di sfiducia accumulato negli ultimi anni verso il sistema informativo tradizionale.
E anche qui, probabilmente, qualche domanda il settore dovrebbe iniziare a farsela seriamente.
Perché forse il vero trauma che il giornalismo sta vivendo non è tecnologico.
È culturale.
Per anni molti media hanno pensato di controllare la distribuzione dell’informazione. Ora scoprono che l’informazione può circolare, essere sintetizzata, reinterpretata e consumata senza passare necessariamente da loro.
Che non significa automaticamente la morte del giornalismo.
Ma sicuramente significa la fine di certe rendite di posizione.
Chi è The Fix?
The Fix è una pubblicazione indipendente europea focalizzata su media, giornalismo e trasformazione digitale dell’editoria. Segue soprattutto temi come AI nelle newsroom, sostenibilità economica dei media, modelli editoriali e rapporto tra tecnologia e informazione. L’articolo che ho ripreso riassumeva alcuni dei panel più interessanti del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia 2026.



