I borghi ci salveranno dall'overtourism. Lo ha scoperto il Corriere della Sera.
E ce lo spiega in 10 righe.
Un mini editoriale, quasi una didascalia, che dice cose giuste, già dette e perfettamente innocue, ma evita accuratamente l’unica parte interessante: capire che cosa servirebbe davvero per trasformare i paesi italiani in destinazioni vive e non in cartoline da weekend.
Non ho nulla contro i cosiddetti “borghi”, a parte forse la parola stessa, diventata ormai un’etichetta romantica buona per vendere qualsiasi cosa: case in pietra, weekend esperienziali, sagre, vino naturale e fotografie al tramonto.
Anzi, sono convinto da tempo che una parte enorme dell’Italia meno conosciuta abbia potenzialità turistiche, immobiliari ed economiche ancora largamente inutilizzate. Proprio per questo trovo irritante leggere sul Corriere della Sera un articolo intitolato “Così i borghi possono frenare l’overtourism delle città d’arte” che, dopo averci comunicato questa sorprendente rivelazione, non spiega praticamente nulla.
Il ragionamento è il seguente: i turisti si concentrano a Roma, Firenze, Venezia, Capri, Positano e nelle Cinque Terre; l’Italia possiede migliaia di località meno conosciute; sarebbe quindi opportuno indirizzare una parte dei visitatori verso queste ultime. Vero. Corretto. Talmente corretto e scontato che potrebbe stare in un post, in una didascalia o nel discorso introduttivo di qualsiasi convegno sul turismo degli ultimi vent’anni. Il problema è che l’articolo, lungo più o meno quanto un post, finisce esattamente nel punto in cui un articolo giornalistico avrebbe dovuto iniziare.
Perché la domanda non è se questi luoghi abbiano qualcosa da offrire, ma perché, nonostante se ne parli da decenni, gran parte di essi continui a restare ai margini dei flussi turistici. Mancano collegamenti, strutture adeguate, servizi, personale, promozione, investimenti, una strategia immobiliare, continuità stagionale? Quanto costa rendere abitabile una casa che sulla carta vale poco? Chi accoglie i visitatori quando il bar chiude, il ristorante apre solo nel fine settimana e il medico si trova a trenta chilometri? Quali località possono sostenere un aumento delle presenze e quali rischierebbero invece di essere sommerse per qualche settimana e nuovamente abbandonate per il resto dell’anno?
Questo sarebbe stato interessante leggere. Non l’ennesima descrizione dell’Italia come “museo diffuso”, accompagnata dal dato secondo cui il 70% del turismo culturale si concentrerebbe sull’1% del territorio. Dato utile, certamente, ma che da solo non produce né una politica turistica né un modello economico. Dire che governo e tour operator dovrebbero “cambiare indirizzo” non significa spiegare quale indirizzo, con quali risorse, attraverso quali incentivi e in quanto tempo. È una conclusione abbastanza vaga da risultare inoppugnabile e abbastanza innocua da non disturbare nessuno.
Forse il problema è che questi luoghi vengono ancora osservati dalla scrivania di Roma o Milano, ricordando il fine settimana primaverile, la piazzetta, la sagra e quella famosa salsiccia di cinghiale mangiata una volta. Ma chi prova davvero a viverli, recuperare una casa, attirare visitatori o costruirvi un’attività scopre una realtà molto più interessante e molto più complicata della cartolina. Non meno bella, ma meno semplice.
Quindi sì, l’articolo ha ragione: il turismo italiano deve andare oltre le destinazioni già sature. Grazie. Ora, però, servirebbe magari un secondo articolo che ci spiegasse perché non succede, chi dovrebbe farlo succedere e che cosa si incontra davvero quando si esce dall’autostrada e si entra in quei paesi.
Perché grattare la superficie è sufficiente per ottenere qualche “bravo, giusto, condivido”. Ma il giornalismo, almeno teoricamente, dovrebbe servire ad andare un po’ più sotto.



