Generazione nomadi stanziali
L’ossimoro di Piero Formica che forse ci apre gli occhi su quello che ci stiamo perdendo
C’è qualcosa di profondamente riuscito, e quasi disturbante, nell’espressione “nomadi stanziali”. Perché è un ossimoro che all’inizio sembra sbagliato. Un cortocircuito linguistico. Una provocazione intellettuale costruita apposta per attirare attenzione. E invece, più ci pensi, più ti accorgi che forse descrive il nostro tempo molto meglio di tanti termini diventati ormai slogan da marketing territoriale.
L’idea arriva da “Generazione nomadi stanziali”, l’articolo pubblicato questa settimana sul Corriere (pagina di Verona) da Piero Formica, economista e studioso da sempre attento ai rapporti tra innovazione, reti e trasformazioni sociali. Un pezzo che probabilmente non diventerà virale nel senso classico del termine - troppo filosofico per i social, troppo analitico per LinkedIn, troppo poco semplificato per il linguaggio contemporaneo costruito a colpi di slogan - ma che secondo me contiene una provocazione enormemente più interessante di tante discussioni sul “future of work” raccontate negli ultimi anni.
Formica parte da un dato molto concreto: oggi circa il 30% della forza lavoro globale appartiene già alla categoria dei knowledge workers, cioè lavoratori della conoscenza. Persone che producono valore non tanto attraverso presenza fisica o lavoro manuale, ma tramite competenze cognitive, reti, creatività, capacità relazionale e gestione delle informazioni. Secondo le proiezioni riportate nell’articolo, questa quota potrebbe arrivare al 60% entro il 2030.
È un passaggio enorme. Eppure continuiamo spesso a raccontarlo usando categorie vecchie o termini ormai svuotati di significato.
Per anni il dibattito si è concentrato sui cosiddetti “digital nomads”, trasformando un fenomeno molto complesso in una specie di estetica globale fatta di laptop davanti al mare, coworking tropicali, voli low cost e storytelling motivazionale su Instagram. Nel frattempo però il mondo reale si è evoluto molto più velocemente della sua caricatura online.
Perché la verità è che una parte crescente di professionisti oggi non vive più il nomadismo come movimento continuo. Anzi, succede spesso il contrario. Dopo anni di ipermobilità, molte persone cercano stabilità. Vogliono costruire relazioni, routine, comunità, una qualità della vita sostenibile. Vogliono fermarsi. Ma senza tornare dentro il vecchio modello dell’ufficio centrale, della carriera rigidamente territoriale e dell’idea che per avere opportunità bisogna necessariamente vivere nelle grandi capitali globali.
Ed è qui che il termine “nomadi stanziali” diventa improvvisamente potentissimo.
Perché descrive una categoria di persone che vive fisicamente in un luogo ma lavora, pensa, collabora e produce su scala globale. Persone che magari abitano in una città secondaria, in un piccolo centro o in un territorio apparentemente periferico, ma che passano la giornata dentro reti internazionali permanenti. Professionisti che non sono più definiti soltanto dalla geografia in cui vivono.
E qui arriva forse il punto più interessante dell’articolo di Formica: il rischio che queste persone restino quasi invisibili ai sistemi tradizionali.
Nel pezzo si parla apertamente di “invisibilità amministrativa”. Un’espressione molto forte, ma che coglie un problema reale. Stati, statistiche, politiche pubbliche e perfino molte amministrazioni locali continuano ancora oggi a ragionare secondo schemi novecenteschi: dove lavori? In quale sede? Dove produci? Dove sei fisicamente presente? Qual è il tuo centro?
Il problema è che per una fascia crescente della popolazione quel centro non esiste più nel senso tradizionale del termine.
Ed è qui che l’articolo, pur con tutti i suoi passaggi quasi filosofici, smette di sembrare teoria astratta e inizia a diventare molto concreto. Perché chi lavora oggi dentro reti distribuite spesso non rientra bene in nessuna categoria classica. Non è emigrato nel senso tradizionale. Non è residente “locale” nel modo in cui lo intendeva l’economia industriale. Non è turista. Non è neanche davvero expat. Vive in una dimensione ibrida che il Novecento non aveva previsto.
La parte che personalmente mi ha colpito di più è però un’altra. Formica suggerisce che questi nomadi stanziali non siano semplicemente lavoratori remoti più evoluti, ma persone che possono diventare veri vettori di contaminazione culturale e crescita territoriale. Non turisti temporanei, ma infrastrutture relazionali viventi. Persone che portano connessioni, reti professionali, idee, capacità di leggere mondi diversi contemporaneamente.
Ed è qui che, forse, ci stiamo perdendo qualcosa.
Perché mentre continuiamo a discutere ossessivamente di overtourism, smart working, spopolamento, fuga dei cervelli o ritorno ai borghi, rischiamo di non vedere che sta emergendo una categoria nuova che non si riconosce più nelle vecchie alternative del “partire o restare”.
I nomadi stanziali rompono proprio questa logica.
Non scappano necessariamente dai territori. Ma non dipendono più totalmente dai territori per costruire il proprio futuro professionale. Ed è una differenza enorme.
Naturalmente sarebbe ingenuo romanticizzare tutto questo. Non ogni lavoro remoto produce innovazione. Non ogni professionista globale genera valore locale. Non ogni territorio è davvero pronto ad accogliere queste dinamiche. E soprattutto non basta aprire un coworking con due scrivanie industriali e una connessione decente per creare automaticamente un ecosistema internazionale.
Però la provocazione di Formica resta molto forte proprio perché sposta il discorso dal turismo al capitale cognitivo.
E forse è questo il punto che rende l’articolo così interessante, anche quando vola alto o sembra quasi troppo teorico. Perché prova a fare una cosa che raramente vediamo nel dibattito italiano contemporaneo: dare un nome nuovo a una trasformazione già in corso.
Un nome imperfetto, certo. Ma spesso le intuizioni più interessanti iniziano proprio da lì. Da un ossimoro che all’inizio sembra quasi sbagliato e che poi, lentamente, inizia a spiegare il mondo meglio delle definizioni apparentemente più semplici.




