Ci sono autori che raccontano luoghi e altri che finiscono per diventare parte del modo in cui quei luoghi vengono raccontati. Franco Arminio appartiene alla seconda categoria. Da molti anni scrive dei paesi italiani, soprattutto di quelli dell’Appennino e del Mezzogiorno, e ha contribuito a riportare al centro della discussione pubblica territori che sembravano destinati a comparire soltanto nelle statistiche sullo spopolamento, nei servizi televisivi sulle case a un euro o, quando va male, nelle cronache di qualche calamità naturale.
Il 27 ottobre torna in libreria Terracarne. Viaggio nell’Italia dei paesi, pubblicato da Mondadori in una nuova edizione (mi sono portato avanti e l’ho prenotato). Il libro era uscito originariamente nel 2011 e rappresenta una delle opere fondamentali per comprendere il pensiero di Arminio e quella particolare disciplina, a metà tra osservazione antropologica e scrittura poetica, che lui stesso ha chiamato paesologia.
L’occasione è interessante anche per chi, come noi, si occupa da anni di piccoli comuni italiani attraverso attività di ricerca, divulgazione e iniziative concrete sul territorio. Perché il punto di partenza è simile, anche se il percorso, come vedremo, prende talvolta direzioni differenti.
Chi è Franco Arminio e perché vale la pena ascoltarlo
Franco Arminio è nato nel 1960 a Bisaccia, in provincia di Avellino, dove continua a vivere. Poeta, scrittore e osservatore delle trasformazioni territoriali, ha pubblicato numerosi libri di poesia e prosa, costruendo progressivamente una riflessione originale sul rapporto tra persone, luoghi e memoria.
La sua notorietà non deriva soltanto dai libri. Arminio ha portato la poesia nelle piazze, nei teatri e nei piccoli centri, ha ideato il festival La luna e i calanchi, che si svolge ad Aliano, in Basilicata, e ha promosso iniziative culturali come la Casa della Paesologia e le Comunità Provvisorie.
È diventato così una delle voci più riconoscibili del dibattito sulle aree interne italiane, riuscendo a parlare di spopolamento e trasformazioni territoriali a un pubblico ben più ampio di quello tradizionalmente interessato alla geografia, all’urbanistica o alle politiche di sviluppo locale.
La sua idea di fondo è relativamente semplice, anche se le conseguenze sono profonde: un paese non è soltanto un insieme di edifici, strade e servizi. È un sistema di relazioni, ricordi, abitudini, linguaggi e appartenenze che non può essere ricostruito semplicemente rimettendo in piedi le case.
Per comprendere da dove nasca questa convinzione bisogna tornare al terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980.
Il terremoto, la ricostruzione e quello che non si può ricostruire
Il terremoto del 1980 rappresenta uno spartiacque nella storia dell’Italia meridionale e nell’esperienza personale di Arminio.
Nel suo lavoro, la distruzione materiale dei paesi diventa anche la rappresentazione di una perdita culturale e sociale. Le case possono essere ricostruite, le strade riaperte, le piazze ripavimentate. Ma non è affatto detto che tornino a esistere le comunità che abitavano quei luoghi.
È una distinzione importante.
La ricostruzione successiva al terremoto ha mostrato quanto sia possibile intervenire sul patrimonio edilizio senza riuscire necessariamente a ricostituire il tessuto delle relazioni locali. In alcuni casi, scelte urbanistiche, interessi economici e dinamiche politiche hanno contribuito a modificare ulteriormente territori già profondamente colpiti.
Da qui nasce uno degli interrogativi che attraversano Terracarne: che cosa rimane di un paese quando scompare il modo di viverlo?
Per Arminio, il paesaggio non è semplicemente uno scenario. È parte della memoria collettiva e dell’identità delle persone.
Ed è proprio questo il tema al centro dell’articolo che Serenella Iovino dedica oggi, 26 ottobre, a Terracarne sulle pagine di la Repubblica, con il titolo Franco Arminio. Quando l’Italia ha smarrito i piccoli paesi.
Iovino ricostruisce la nascita della paesologia e il suo rapporto con la perdita dei luoghi, sottolineando una distinzione che trovo particolarmente significativa: il paese non coincide con la provincia.
La provincia, nell’immaginario italiano, viene spesso definita in rapporto a un centro. Il paese, invece, può rappresentare un universo autonomo, con una propria storia, un proprio equilibrio e una propria identità.
Non è necessariamente la versione ridotta di una città.
E forse è proprio qui che cominciano molti degli equivoci delle politiche dedicate ai piccoli comuni.
Che cosa propone oggi Arminio
Sarebbe però sbagliato considerare Arminio soltanto un interprete nostalgico di un’Italia scomparsa.
Nella nuova edizione di Terracarne, Arminio ha inserito trenta proposte per il futuro dei paesi. - spoiler alert - Tra quelle anticipate pubblicamente c’è l’idea di un periodo di servizio civile per i giovani nelle aree interne, così da consentire loro di conoscere territori, attività e forme di vita differenti da quelle urbane.
È una proposta che si può discutere, naturalmente, anche nella sua fattibilità economica e organizzativa. Ma ha il merito di affrontare un problema reale: la distanza crescente, non soltanto geografica, tra chi vive nelle città e chi abita i territori meno popolati.
Il ritorno di Terracarne, dunque, non è soltanto un’operazione editoriale. Arriva in un momento in cui il rapporto tra città, piccoli comuni, lavoro e qualità della vita è tornato al centro dell’attenzione.
Perché tutto questo mi interessa
Mi interessa perché, pur partendo da esperienze differenti, da anni ci occupiamo esattamente di questi territori.
Con ITS Italy abbiamo lavorato direttamente con oltre venti piccoli comuni italiani, amministrazioni, proprietari immobiliari, persone interessate a trasferirsi e nuovi residenti. Abbiamo seguito transazioni immobiliari, osservato le difficoltà pratiche di chi vuole acquistare o recuperare un’abitazione e cercato di comprendere quali condizioni possano rendere credibile un progetto di trasferimento.
Attraverso NOMAG e le nostre attività editoriali abbiamo affiancato a questo lavoro una produzione crescente di ricerche, analisi e pubblicazioni dedicate alla mobilità internazionale, al lavoro da remoto, ai nuovi residenti e alle trasformazioni territoriali.
Non si tratta soltanto di osservare i paesi dall’esterno. Si tratta di confrontarsi con i problemi quotidiani di chi prova a viverci, di chi vorrebbe arrivare e di chi, magari, sta pensando di andarsene.
Ed è un’esperienza che porta a una conclusione abbastanza netta: i paesi non hanno bisogno soltanto di essere raccontati. Hanno bisogno di tornare a essere luoghi nei quali sia possibile vivere.
Questo non significa sottovalutare la memoria, la cultura o il valore delle relazioni comunitarie. Al contrario, significa riconoscere che queste risorse rischiano di perdere significato se non esistono le condizioni materiali per conservarle e rinnovarle.
Una casa acquistata a un euro non risolve automaticamente il problema dello spopolamento. Un festival culturale, per quanto riuscito, non crea necessariamente un’economia locale. E un borgo magnificamente restaurato può rimanere sostanzialmente vuoto per gran parte dell’anno.
Lo abbiamo osservato più volte.
Ma abbiamo osservato anche qualcosa di diverso: persone che arrivano dall’estero, acquistano un’abitazione, recuperano immobili abbandonati, avviano attività, costruiscono relazioni e finiscono per diventare parte della comunità locale.
Non sempre funziona. Non sempre è semplice. E non sempre le amministrazioni sono preparate ad accompagnare questi processi.
Tuttavia, quando funziona, dimostra che il futuro dei paesi non deve necessariamente coincidere con il tentativo di ricostruire il loro passato.
La differenza tra conservare e costruire
Qui emerge, a mio avviso, una distinzione importante.
Arminio ci invita a riconoscere ciò che abbiamo perduto attraverso la modernizzazione, lo spopolamento e la trasformazione dei territori. È un contributo prezioso, perché una società che non comprende le proprie perdite difficilmente riesce a valutare le conseguenze delle proprie scelte. Ma il lavoro che stiamo portando avanti ci suggerisce di aggiungere un’altra domanda: che cosa possiamo ancora costruire?
Non necessariamente ricostruire. Costruire.
Perché un piccolo comune non deve essere condannato a riprodurre indefinitamente il proprio passato per conservare un’identità. Può cambiare popolazione, accogliere nuovi residenti, sviluppare attività economiche differenti, modificare alcuni servizi e perfino acquisire nuove abitudini.
E questo non significa necessariamente snaturarlo.
Anzi, in alcuni casi può essere proprio la condizione per impedirne la scomparsa.
Certo, occorre evitare anche l’eccesso opposto: immaginare che ogni borgo possa diventare una destinazione internazionale, un paradiso per nomadi digitali o una piccola Silicon Valley circondata da ulivi.
Non tutti i territori hanno le stesse caratteristiche, le stesse opportunità o la stessa capacità di attrazione. E soprattutto non basta pubblicare qualche fotografia suggestiva sui social per creare un modello di sviluppo.
Servono abitazioni effettivamente disponibili, servizi, collegamenti, opportunità economiche, procedure amministrative ragionevoli e comunità capaci di accogliere chi arriva senza considerarlo perennemente un estraneo.
Servono anche dati, ricerche e una valutazione seria dei risultati.
Il problema, insomma, non è scegliere tra poesia ed economia. È evitare che la prima diventi un alibi per non occuparsi della seconda, o che la seconda cancelli tutto ciò che rende un luogo diverso da un altro.
I paesi non sono musei. E nemmeno cartoline.
C’è un aspetto sul quale credo valga la pena insistere.
Il dibattito sui borghi italiani oscilla spesso tra due estremi: da una parte la rappresentazione malinconica di un mondo che scompare, dall’altra quella entusiastica di un’Italia autentica, incontaminata e pronta a offrire una vita migliore a chiunque decida di trasferirvisi.
Entrambe le rappresentazioni contengono qualcosa di vero. Ma entrambe, se prese troppo sul serio, rischiano di diventare caricature.
I piccoli comuni non sono tutti meravigliosi. Non tutte le comunità sono accoglienti. Non tutte le tradizioni meritano di essere conservate e non tutte le trasformazioni rappresentano un progresso.
Esistono solidarietà straordinarie, ma anche conflitti, rivalità, burocrazie incomprensibili, immobili abbandonati, amministrazioni coraggiose e altre decisamente meno intraprendenti.
Esistono luoghi dove tutti si conoscono e questo può essere rassicurante. Ma può anche significare che tutti sanno, o credono di sapere, tutto di tutti.
È una realtà molto più interessante di qualsiasi cartolina.
Ed è anche il motivo per cui credo che i paesi debbano essere osservati senza idealizzarli e senza considerarli automaticamente destinati al declino.
Con le nostre ricerche e con ITS Italy cerchiamo proprio di contribuire a questa lettura: comprendere che cosa funziona, che cosa non funziona, quali opportunità esistono e quali ostacoli continuano a impedire a persone e comunità di realizzare progetti credibili.
Il valore di un paese non dipende soltanto dalla sua capacità di conservare il passato. Dipende anche dalla possibilità di offrire un futuro.
Quello che Arminio ci insegna. E quello che possiamo aggiungere.
La nuova edizione di Terracarne offre un’occasione per riportare questa discussione su un terreno più ampio.
Non credo sia necessario contrapporre la paesologia alle politiche territoriali, la cultura all’economia o la memoria all’innovazione.
Anzi, penso che una delle sfide più interessanti sia proprio trovare un punto di incontro.
Arminio ha contribuito a rendere visibili luoghi che rischiavano di scomparire anche dal nostro immaginario. Ha ricordato che una comunità non coincide con il suo patrimonio edilizio e che il rapporto tra persone e territorio non può essere ridotto a una questione immobiliare.
È un insegnamento importante anche per chi, come noi, si occupa concretamente di abitazioni, nuovi residenti e opportunità di investimento.
Ma proprio perché conosciamo alcune delle difficoltà che accompagnano questi processi, sappiamo che la riscoperta culturale di un luogo non è sufficiente a garantirne la sopravvivenza.
Arminio cerca di capire che cosa abbiamo perduto. Noi cerchiamo anche di capire che cosa possiamo ancora costruire.
Mi sembra un buon punto di incontro, più che una contrapposizione.
Perché il futuro dei piccoli comuni italiani non dipenderà soltanto dalla capacità di ricordare ciò che erano, ma anche da quella di immaginare, organizzare e rendere possibile ciò che potrebbero diventare.
E forse dovremmo smettere di chiedere ai paesi di essere sempre poetici, autentici, pittoreschi e rassicuranti.
Dovremmo permettere loro di essere semplicemente luoghi veri, con persone vere e tutte le contraddizioni che questo comporta.
Del resto, per quello che ne so, in certi piccoli paesi italiani ci sarebbe materiale sufficiente per ambientare delle magnifiche dark comedy.
Tra vicini di casa, amministratori, vecchie rivalità, nuove famiglie, segreti di paese e qualche personaggio decisamente sopra le righe, la materia narrativa non manca di certo.
E, a proposito, forse non è soltanto un’osservazione teorica.
Piccolo spoiler finale: dopo tante ricerche pallose… è in arrivo il mio primo romanzo.
Naturalmente ambientato in un piccolo paese italiano.
E naturalmente non tutto andrà esattamente come previsto.
Stay tuned.
Per approfondire
Serenella Iovino, Franco Arminio. Quando l’Italia ha smarrito i piccoli paesi, la Repubblica, 26 ottobre 2026.
Intervista a Franco Arminio, Corriere della Sera, 24 ottobre 2026.
Terracarne. Viaggio nell’Italia dei paesi, Franco Arminio, Mondadori, 2026.
Nota: questa riflessione prende spunto dall’opera di Arminio, dalle recensioni e dalle anticipazioni della nuova edizione, non dalla lettura integrale del volume in uscita.



