Expat. Non è nostalgia. È il conto che arriva dopo.
C’è una narrazione che conosciamo fin troppo bene: partire, crescere, trovare spazio altrove, costruirsi una vita più “giusta”. Funziona, spesso. E proprio per questo raramente viene messa davvero in discussione.
Poi arriva un articolo come “Ripensamenti di un expat” di Adriano Valerio su Il Post (link nell'articolo) e cambia il punto di vista, senza drammi e senza retorica.
Non contesta la scelta di partire, ma racconta quello che non avevamo messo in conto: il tempo che passa altrove, i legami che restano ma cambiano temperatura, i luoghi che non ti aspettano, e quella sensazione sottile di vivere bene… ma mai completamente nello stesso posto.
Ne è uscito un pezzo che non dice “tornate”, non dice “restare è meglio”, ma suggerisce qualcosa di più interessante: che anche quando tutto funziona, qualcosa si perde comunque. E forse è proprio questo il pezzo che manca nel racconto contemporaneo di expat, nomadi e mobilità internazionale.
Ne ho voluto scrivere su ITS Journal senza nostalgia facile e senza storytelling da brochure.




